75° anniversario liberazione

Bella 
Ciao 
Milano

Bella Ciao Milano è una associazione che si occupa di difendere la Memoria legata alla lotta per la Liberazione italiana dal nemico nazi-fascista culminata con la storica giornata del 25 Aprile 1945.

Bella Ciao Milano organizza e sostiene eventi e progetti culturali, sociali, pedagogici, politici che attengano alla divulgazione dei fatti storici relativi alla storia della Resistenza europea, italiana, lombarda e milanese (in particolare). 

In occasione del 75esimo anniversario dal 25 aprile 1945 Bella Ciao Milano promuoverà una serie di iniziative nelle settimane immediatamente precedenti che avranno valenza storica, politica e culturale e serviranno ad avvicinarci al meglio alla Festa della Liberazione. 

Sul sito troverai un archivio storico per immagini e documenti frutto del lavoro di ricerca che eminenti storici che compongono la nostra organizzazione hanno svolto negli anni. 

Il professor Antonio Quatela, storico della Resistenza, è il Presidente di Bella Ciao Milano. 

75 ° ANNIVERSARIO 1045-2020

Bella ciao
in ogni casa

Un grande coro e il tricolore per unire Milano e l'Italia nel nome degli ideali scolpiti nella nostra Costituzione: libertà, democrazia e antifascismo.

Un modo per sentirci vicini, sebbene lontani, nel ricordo dell'eroismo e del coraggio di uomini e donne che, col loro sacrificio, 75 anni fa ci assicurarono la Liberazione dal nazi-fascismo.

Esponiamo la bandiera italiana e cantiamo insieme Bella ciao! Oggi come ieri, Resistenza e Libertà.

La resistenza

Tra la fine del secolo scorso e gli inizi del Novecento Milano divenne sede della maggior parte delle principali industrie del Paese e il più importante centro industriale, commerciale e finanziario nazionale. Fu la culla del fascio primigenio; il 23 marzo del 1919 Mussolini vi fondò in piazza San Sepolcro il movimento dei fasci di combattimento. Durante il ventennio la metropoli ambrosiana fu l’epicentro degli sforzi organizzativi dell’antifascismo, immancabilmente e ripetutamente frustrati dall’efficienza dell’Ovra (la Polizia segreta dell’Italia fascista dal 1930 al 1943). Il P.C.d’I. (Partito Comunista d’Italia) in particolare, nonostante le reiterate cadute dei centri interni più volte ricostituiti a Milano, riuscì con maggiore continuità a sviluppare la propria attività di propaganda e di proselitismo in direzione del proletariato industriale, tessendo una trama che, seppure lacerata dagli arresti ricorrenti, consentì comunque di mantenere un tenue collegamento con alcune delle maggiori fabbriche e con alcuni nuclei storici di Sesto San Giovanni e dell’hinterland.

L’antifascismo di alcuni settori minoritari del laicato cattolico più impegnato si espresse nell’attività propagandistica del movimento dei guelfi, diretto da Gioacchino Malavasi e Piero Malvestiti (nel 1944 segretario della Democrazia Cristiana per l’Alta Italia). 

Partito Socialista Italiano e Movimento Giustizia e Libertà (la cui attività fu sempre condizionata dai deboli e precari rapporti con le masse) riuscirono, attraverso l’iniziativa di personalità come Rodolfo Morandi, Roberto Veratti, Lucio Luzzatto, Ernesto Rossi e altri ancora, a creare intese unitarie e, nel 1934, un Fronte Unico Antifascista cui parteciparono anche i comunisti, alcuni repubblicani e neoliberali.

LA RESISTENZA A MILANO

Diffusasi la notizia dell'armistizio, il 9 settembre 1943 i partiti antifascisti, costituitisi in Comitato di liberazione nazionale (CLN), lanciano la creazione di una Guardia nazionale popolare che, armata e inquadrata agli ordini di ufficiali dell'esercito, lo affianchi nella difesa di Milano. L'opposizione del comandante del presidio italiano, generale Ruggero, e lo scioglimento dei reparti al suo comando, causano lo sbandamento della truppa e del volontariato civile, spianando così la strada all'ingresso delle Waffen SS in città (11 settembre 1943). A Milano, la lotta contro l'occupazione tedesca e il risorto fascismo repubblicano è caratterizzata fin dagli inizi dal parallelo sviluppo della guerriglia, condotta dai Gruppi di azione patriottica (GAP), e delle lotte politico-rivendicative di fabbrica che sfociano nello sciopero generale del 13-18 dicembre 1943 e raggiungono il culmine con quello del 1 marzo 1944, inutilmente contrastati da arresti e dalla deportazione di centinaia di lavoratori nei lager.

Lo sviluppo della lotta evidenzia in breve tempo la centralità di Milano nella guerra di liberazione nazionale. La posizione geografica, la presenza in città dei principali organismi politici e militari clandestini, l'importanza del ruolo sempre più assunto nei rapporti avviati con gli alleati, con il CLN centrale di Roma e verso l'intero movimento resistenziale, inducono il CLN romano a conferire a quello milanese i poteri di governo straordinario del Nord (fine gennaio 1944). Nasce il Comitato di Liberazione nazionale dell'Alta Italia (CLNAI), e nel giugno 1944 anche il Comitato militare paritetico, creato dal CLN milanese nel settembre 1943 con il compito di suscitare, organizzare e alimentare la lotta armata, si trasforma nel Comando generale del Corpo volontari della libertà, l'organo unitario di coordinamento e direzione delle formazioni partigiane di diverso colore politico. 

Stroncata dalla repressione poliziesca tra il febbraio e il maggio 1944, la guerriglia urbana riprende vigore con la riorganizzazione estiva dei GAP, mentre la combattività operaia trova un nuovo sbocco nella costituzione delle brigate SAP di fabbrica e di strada, conferendo così alla lotta armata, fino a quel momento ristretta ai GAP, i tratti di una lotta armata di massa. 
Le speranze di una rapida conclusione del conflitto, suscitate dalla favorevole congiuntura politico-militare apertasi con la ripresa dell'offensiva alleata su tutti i fronti, la liberazione di Roma e la costituzione del governo Bonomi di unità nazionale, imprimono una accelerazione alla lotta. All'aggressività dei GAP e delle SAP si aggiunge ora quella delle squadre armate organizzate da azionisti, repubblicani e socialisti, mentre i liberali sono impegnati principalmente nella raccolta di informazioni militari e i cattolici nella tessitura di una preziosa rete assistenziale. Il 18 agosto 1944 nasce il Comando piazza di Milano del CVL, l'organismo paritetico di direzione della guerriglia a livello provinciale. 

Con l'estate si moltiplicano nel tempo e sul territorio le azioni contro ufficiali e truppa nazifascisti, spie, torturatori, comandi, installazioni militari, linee di comunicazione e trasporti, ingenerando nel nemico uno stato di crescente insicurezza. In ogni pedone, in ogni ciclista si può nascondere l'insidia partigiana e i nazifascisti, paventando una imminente insurrezione popolare, cercano di isolare il movimento resistenziale ricorrendo a fucilazioni terroristiche, alcune delle quali eseguite anche per strada, come accade in piazzale Loreto (10 agosto 1944) e in via Tibaldi (28 agosto 1944).

La resistenza risponde creando nuove brigate SAP, intensificando le azioni e chiamando i lavoratori milanesi ad un nuovo sciopero generale (21 settembre 1944), i cui risultati sono tuttavia condizionati dagli effetti dell'escalation terroristica nazifascista che, di lì a poche settimane, trae nuovo vigore dall'arenarsi dell'offensiva angloamericana sulla linea gotica.
Comincia così il periodo più critico per il partigianato di montagna, sottoposto dal novembre 1944 al gennaio 1945 a una ondata incessante di sanguinosi rastrellamenti che ne mettono a dura prova le possibilità di sopravvivenza, mentre in città la popolazione è fiaccata dalla fame e dal freddo, e il drastico calo della produzione per mancanza di materie prime e combustibile svuota di ogni potere contrattuale le lotte di fabbrica. Un tentativo di sciopero generale contro una settimana di serrata padronale è duramente stroncato dalla polizia di sicurezza germanica che il 23 novembre 1944, alla sola Pirelli, arresta 183 operai, 167 dei quali saranno deportati. 

Il movimento resistenziale urbano viene ora chiamato ad impegnarsi in una nuova fase di lotta, da un lato per colpire ancora più duramente il nemico costringendolo ad alleggerire la pressione sulle montagne, e dall'altro in aiuto alla popolazione nella campagna lanciata contro "il freddo, la fame e il terrore nazifascista". Al fianco dei GAP nelle azioni armate, le SAP sono ora chiamate ad impegnarsi anche in difesa dei bisogni più immediati della popolazione organizzandola e guidandola negli assalti ai vagoni di carbone o nel taglio delle piante nei viali alberati, intervenendo a sostegno delle agitazioni operaie per strappare generi alimentari, vestiario e combustibile a prezzi politici, proteggendo le manifestazioni organizzate dai Gruppi di difesa della donna per rivendicare razioni supplementari di latte per i bambini. 

E' questo il periodo in cui la resistenza perde preziosi combattenti, quadri di rilievo e alcuni tra i più capaci dirigenti, fucilati, uccisi in imboscate per strada o, come accade sempre più spesso, prelevati nottetempo al loro domicilio e poi assassinati dai fascisti in zone periferiche. La ripresa del movimento partigiano comincia a profilarsi il 1 gennaio 1945 con una azione combinata in quattro cinema e giunge a compimento la sera del 26 febbraio con 20 attacchi portati simultaneamente contro altrettante sedi e caserme nazifasciste, senza perdere un solo uomo. 

Con il marzo 1945 l'incremento dell'attività più propriamente militare è accompagnato da un parallelo e più sistematico intervento indirizzato alla difesa degli scioperi e alla propaganda nelle fabbriche, dove gli operai concorrono ad ingrossare le forze sappiste permettendo così la costituzione di nuove brigate. Dai primi di aprile agitazioni e scioperi si estendono a macchia d'olio. I nazifascisti non hanno più il controllo del territorio.

L'insurrezione milanese prende l'abbrivio il 24 aprile a Niguarda, accesa da uno scontro armato tra garibaldini e repubblichini. Milano non vivrà le drammatiche ore dell'insurrezione di Firenze, le autocolonne nazifasciste in ritirata da sud e da ovest verranno fermate - o si arresteranno - alla periferia. Mussolini e il suo seguito abbandoneranno la Prefettura nel tardo pomeriggio del 25 aprile puntando verso la Svizzera. I pochi nuclei di resistenza fascisti verranno facilmente sopraffatti e nel volgere di tre giorni la città sarà sotto il controllo partigiano. Gli unici combattimenti di una certa entità si registrano attorno alla Innocenti (Lambrate), alla fabbrica OM (zona Vigentina) e alla Breda (viale Sarca). Gli ultimi cecchini saranno snidati il 28 aprile, mentre gli ultimi capisaldi tedeschi cederanno le armi all'arrivo delle brigate partigiane provenienti dall'Oltrepo e dalla Valsesia, o degli americani.
Il pomeriggio del 28 aprile, in una piazza del Duomo gremita di folla, il leggendario comandante Cino Moscatelli e altri dirigenti partigiani tengono il primo libero comizio dopo più di vent'anni di dittatura.

Il 6 maggio 1945, precedute dai membri del Comando generale del CVL, alcune decine di migliaia di partigiani milanesi, della provincia e delle formazioni montane concludono la loro epopea sfilando per Milano fino in piazza del Cannone dove, davanti alle autorità militari alleate e ai rappresentanti civili dei nuovi poteri democratici, un plotone americano rende gli onori militari alla bandiera del CVL.

Secondo calcoli effettuati dal Comando piazza in epoca immediatamente postinsurrezionale - non riscontrabili con altra fonte e sicuramente inferiori al numero reale -, 515 partigiani sono caduti a Milano dal settembre 1943 alla liberazione, 541 sono risultati dispersi e 383 sono stati feriti. Manca a tutt'oggi il censimento dei caduti insurrezionali. Una stima incompleta, ricavata dai registri dell'obitorio, ne denuncia almeno settantacinque.

  • Visite: 1128

Milano e l'occupazione

I primi ad entrare in Milano l'11 settembre 1943 sono le Waffen SS della I divisione granatieri corazzati Leibstandarte Adolf Hitler. Il presidio italiano è stato sciolto dal comandante della piazza, generale Ruggero. I reparti si sbandano. Si gettano le armi e si cercano abiti civili per sfuggire alla deportazione in Germania, mentre il tentativo di costituzione di una Guardia nazionale in funzione antitedesca abortisce nel giro di poche ore.

 I comandi della Leibstandarte segnalano atteggiamenti ostili della popolazione. Nei pressi della Stazione centrale c'è una sparatoria ingaggiata da soldati italiani affiancati da operai della Pirelli di via Filzi. Un bambino resta ferito. La presenza delle Waffen SS - lo stigmatizeranno gli stessi comandi della Wehrmacht - è contrassegnata nei primi giorni da violenze e saccheggi. I primi caduti sono quattro civili uccisi dalle parti di piazzale Corvetto.  A partire dal 13 si insediano le strutture occupazionali vere e proprie, il comando milanese della Sicherheitspolizei-Sicherhetsdienst (SIPO-SD), quelli militari della Wehrmacht e, al loro seguito, gli uffici amministrativi del Rustungs und Kriegproduktion (RuK) e delle organizzazioni Todt e Sauckel, preposti allo sfruttamento delle risorse economico-industriali e al reclutamento forzato di mano d'opera da impiegarsi in Germania.

La decisione di sfruttare localmente il potenziale delle industrie milanesi abbisogna però della pace sociale e produttiva e quindi della repressione di ogni minima forma di opposizione e di resistenza. La lunga notte di Milano comincia con la caccia agli ebrei e ai primi organizzatori del nascente movimento clandestino. Nel giro di qualche settimana comincerà anche la caccia ai renitenti. Il carcere di San Vittore, ora sotto il controllo della SIPO-SD, diventa luogo di detenzione e di raccolta degli antifascisti e degli ebrei da deportare nei campi di sterminio. Di lì a poco si aggiungeranno centinaia di operai delle fabbriche milanesi colpevoli di avere scioperato contro la violenza fascista e per condizioni di vita e di lavoro meno estenuanti.

La repressione del movimento resistenziale e delle lotte operaie - come la caccia agli ebrei - trovano un generoso e concretissimo aiuto nelle formazioni di polizia del risorto fascismo repubblicano, prima fra tutte la squadra d'azione (poi battaglione, poi legione autonoma) Ettore Muti, cui si affiancheranno la Guardia nazionale repubblicana (GNR) e il suo famigerato Ufficio politico investigativo (UPI), e, nell'estate 1944, la brigata nera Aldo Resega, più la banda Koch e una ventina circa di sedicenti polizie speciali, quasi tutte al servizio della SIPO-SD. 
I veri padroni sono i tedeschi. Non esiste ambito della vita cittadina che non sia sotto il loro ferreo controllo. I fascisti possono solo offrire la manovalanza per la lotta antipartigiana e antioperaia, le sevizie e i plotoni d'esecuzione. 

 La repressione poliziesca e le fucilazioni si accentuano con l'estate del 1944, quando, nel nuovo contesto della ripresa offensiva alleata, la rinnovata aggressività gappista e lo sviluppo dell'attività sappista sembrano preludere ad una imminente sollevazione popolare. In autunno, con la stagnazione dell'avanzata angloamericana e il drastico calo produttivo per mancanza di materie prime, i nazisti tornano a colpire il proletariato industriale: in un solo giorno la SIPO-SD deporta 167 lavoratori della Pirelli. Per gappisti, sappisti e antifascisti non si ricorre quasi più ai plotoni d'esecuzione: si moltiplicano gli omicidi, eseguiti per strada, di notte, dopo averli prelevati al loro domicilio. Una pratica che continuerà fino quasi alla liberazione, anche se dal marzo 1945 tedeschi e fascisti perdono progressivamente il controllo del territorio.

All'insurrezione i tedeschi cercano di abbandonare Milano o si arrendono ai partigiani. Gli ultimi focolai di resistenza, la Casa dello studente e l'hôtel Regina, cedono le armi rispettivamente il 27 aprile al sopraggiungere delle formazioni partigiane dell'Oltrepo e, il 30 aprile all'arrivo degli americani. La maggior parte delle forze fasciste fugge alla vigilia (la Muti) o nelle prime ore del 25 aprile. Gli sporadici tentativi di resistenza dei comandi dell'aeronautica (attuale piazza Novelli), della I Brigata nera mobile(caserma Teulié in corso Italia) e di pochi nuclei isolati si concludono dopo qualche ora di sparatoria o all'arrivo dei partigiani dell'Oltrepo. Solo la X MAS rimarrà inquadrata e si arrenderà il 30 aprile al maggiore Mario Argenton, membro del Comando generale del CVL.

  • Visite: 1103

Milano - La Resistenza civile (1940-1945)

Dal 1 settembre 1939 la guerra lampo nazista ha piegato la Polonia, poi è toccato a Norvegia, Danimarca, Olanda e Belgio, tutti Paesi neutrali occupati violando il diritto internazionale. Ai primi del giugno 1940 anche la Francia è in ginocchio, l'Inghilterra è ormai sola e minacciata da una imminente invasione che agli occhi di tutti gli osservatori appare incontrastabile.

A Mussolini, che scalpita da tempo, i capi di Stato Maggiore delle tre armi hanno spiegato che il Paese è praticamente senza scorte di carburante e di materie prime, che di oltre 8.000 velivoli dichiarati solo 838, in buone parte obsoleti, sono in condizioni di volare e che occorrono altri due anni per prepararsi a una vera guerra ma al duce - lo dichiara lui stesso -occorrono poche migliaia di morti, italiani, per potersi sedere al tavolo delle trattative di pace e accedere alla spartizione del bottino delle vittorie naziste.

Il 10 giugno 1940, quando i panzer tedeschi sono a cinquanta chilometri da Parigi, Mussolini dà il via all'aggressione alla Francia. E' l'inizio del conflitto. Per i milanesi durerà quattro anni e quasi undici mesi, 1787 giorni dai quali la città uscirà carica di lutti e di macerie.

La città cambia e cambierà sempre più il proprio aspetto: la Milano della Rinascente e delle insegne pubblicitarie luminose si rabbuia, dall'imbrunire vige l'oscuramento con tutte le annesse limitazioni agli orari di chiusura dei locali pubblici e alla circolazione dei mezzi di trasporto pubblici e privati. Monumenti, opere d'arte e luoghi topici sono circondati da barriere di sacchetti di sabbia. Si infittiscono le disposizioni prefettizie e i consigli della stampa sulle misure di protezione antiaerea, sull'approntamento di rifugi spesso improvvisati, sul comportamento da tenere in caso di allarme aereo. Milano si costella di tabelloni, cartelli e frecce bicolori con l'indicazione dei rifugi più vicini e delle uscite di sicurezza.

Con il primo massiccio bombardamento dell'ottobre 1942 e, ancor più, dopo quelli dell'agosto 1943 il paesaggio urbano sarà disseminato di macerie e caseggiati sventrati. La città si svuota. Secondo le stime dei comandi tedeschi oltre 600.000 milanesi cercano scampo sfollando in provincia e in quelle limitrofe.

La produzione bellica abbisogna di materie prime. I tedeschi hanno le miniere della Rhur, noi questuiamo materiali ferrosi da privati e enti pubblici: le cancellate di ferro di parchi, case e giardini devono essere rimosse e consegnate all'Endirot - l'Ente distribuzione rottami -, e così pure i manufatti di rame da cucina di alberghi e ristoranti.L'inadeguatezza delle risorse agricole e zootecniche, l'accaparramento di scorte per le forze armate e l'invio in Germania di derrate in cambio di materie prime e combustibile impongono il contingentamento e il razionamento dei prodotti, a cominciare dagli alimentari. Entra in vigore la tessera annonaria, ma già nel secondo anno di guerra la situazione alimentare mostra un progressivo peggioramento fino a farsi tragica con l'occupazione tedesca e le pesanti requisizioni destinate al fabbisogno della Wehrmacht e della popolazione tedesca.

Il mercato nero, col tempo sempre più diffuso e fiorente, può offrire le indispensabili integrazioni solo a chi possiede un reddito superiore o dei congrui risparmi. Per la classe operaia e per gli strati inferiori delle categorie a reddito fisso inizia un lungo periodo di privazioni e, dopo l'8 settembre 1943, di vera fame, alleviata solo parzialmente dalle provvidenze delle mense e degli spacci aziendali, dalle 16 mense collettive aperte dal Comune e dai 105 ristoranti di guerra che offrono pasti a prezzi convenzionati, peraltro non abbordabili ai più.

Le conseguenze di uno sforzo bellico al di sopra delle possibilità del Paese ricadono in primo luogo sulla classe operaia. Si intensificano i ritmi produttivi e si prolungano gli orari di lavoro. Il regime disciplinare di fabbrica viene sottoposto al codice penale militare, invocato dagli stessi industriali per mantenere l'ordine produttivo. Alla pesantezza del lavoro si aggiunge, per i pendolari, la fatica snervante dei viaggi quotidiani, in condizioni disagiate e, con l'avvicinarsi del fronte, sempre più a rischio di mitragliamenti aerei. Molti operai si ridurranno a dormire in fabbrica o in qualche cascina nelle vicinanze.

Nel 1943 il fronte interno si sgretola sotto il peso delle bombe alleate, della fame e delle disastrose notizie dai fronti. El Alamein e Stalingrado frantumano il mito dell'invincibilità dell'Asse, la ritirata dell'armata italiana in Russia si trasforma in una rotta con perdite spaventose, dei 56000 uomini del corpo d'armata alpino ne tornano poco più di 12000, in gran parte feriti o congelati.
L'opposizione al regime e la stanchezza per le privazioni di una guerra insostenibile esplodono con gli scioperi del marzo 1943. Lo sbarco alleato in Sicilia accelera la disgregazione interna. Pace, pane e libertà sono gli obiettivi degli scioperi e delle manifestazioni popolari che si moltiplicano nei 45 giorni del governo Badoglio. Esercito e forza pubblica sparano sui dimostranti: dal 26 luglio al 1 settembre 1943 Milano registra 25 morti, 99 feriti e 61 arrestati.

All'8 settembre l'occupazione tedesca segna l'inizio del periodo più tragico. La già grave situazione alimentare tracolla sotto il peso dei piani nazisti di rapina e di sfruttamento indiscriminato di ogni risorsa ambientale, mentre all'ombra della svastica il fantasma del risorto fascismo di Salò apre la strada alla guerra civile. Incombe la minaccia della deportazione, si vive tra coprifuoco, restrizioni, proibizioni, e permessi, sempre con il terrore delle bombe e dei mitragliamenti alleati, di una delazione anonima o di essere coinvolti anche accidentalmente nelle rappresaglie con cui i nazifascisti cercano di isolare e stroncare il movimento clandestino.

L'ultimo inverno è il più tremendo, ai crampi della fame si aggiunge il freddo. Manca il combustibile per il riscaldamento. Case, uffici, locali pubblici sono al gelo mentre nelle strade capita sempre più spesso di rinvenire il cadavere di qualche partigiano assassinato nottetempo dalla Muti. Qualche corpo galleggia nelle acque del Naviglio. Al freddo, alla fame, alle deportazioni e alle fucilazioni del terrore nazifascista la Milano democratica e antifascista risponderà guadagnandosi il titolo di capitale della Resistenza, e le fabbriche di Sesto San Giovanni, che, in quella lotta, sono parte integrante di Milano, saranno ricordate - la definizione è degli stessi fascisti - come la Stalingrado d'Italia.

  • Visite: 1021

© COPYRIGHT 2020 - BELLA CIAO MILANO

Seguici su