La Resistenza civile

La Resistenza civile - o "resistenza senz'armi", come è stata chiamata - nei venti mesi dopo l’8 settembre, la Resistenza civile italiana assume svariate forme e obiettivi.
Prevale l'azione individuale. C'è chi opera in modo estemporaneo, come la parrucchiera che durante una retata nasconde un partigiano fra le clienti. Chi in modo continuativo, come la diciottenne impiegata di uno stabilimento ausiliario che va regolarmente al comando tedesco a chiedere i lasciapassare per gli operai, e sistematicamente inserisce nell'elenco dei partigiani e qualche ebreo.
Tra queste, sabotaggi e scioperi per ostacolare lo sfruttamento delle risorse nazionali perseguito dai nazisti; tentativi di impedire la distruzione di cose e beni essenziali per il dopo; lotte in difesa delle condizioni di vita; isolamento morale del nemico, una pratica decisiva per minarne la tenuta psicologica; rifiuto da parte di magistrati e altri dipendenti pubblici di prestare giuramento alla repubblica di Salò. Spiccano in particolare le seguenti iniziative: la protezione verso chi è in pericolo; la lunga ospitalità offerta ai prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento italiani dopo l'armistizio; l'aiuto agli ebrei, banco di prova della Resistenza civile in tutta Europa; l'appoggio alle formazioni partigiane.
 
Poteva essere rivolta a sostenere la lotta armata, quando si trasmettevano informazioni, si procuravano denaro ed equipaggiamento, si offriva ospitalità ai partigiani, li si nascondeva durante i rastrellamenti.
Poteva essere indirizzata ad ostacolare l'ordine nazifascista, come quando si scioperava, si rallentava la produzione, si compivano azioni di sabotaggio, si organizzavano proteste.
Poteva essere diretta a proteggere ricercati e perseguitati, a contenere la distruttività della guerra e a conservare cose e beni per il futuro.
 
Agirono da patrioti anche coloro che, pur non impugnando le armi contro i nazifascisti, sottrassero forze all'esercito della Repubblica sociale italiana (RSI) e al lavoro coatto per i tedeschi, non si comportarono mai da delatori, nascosero i beni per sottrarli all'ammasso e, quando fu necessario, soccorsero, con rischio personale, partigiani feriti o fuggiaschi. Senza il loro contributo, le formazioni partigiane, male armate ed equipaggiate, sarebbero state eliminate in breve tempo dalle soverchianti forze nazifasciste.
   
Fu questa una resistenza fatta di azioni individuali e collettive, disseminate nel tessuto sociale, meno vistose rispetto a quelle armate e quindi meno note.
I protagonisti di queste azioni non hanno per lo più né un nome, né un volto, perché all'indomani della liberazione, non ci si preoccupò di individuarli e di ricostruirne le iniziative.
Il loro contributo è però ancor più da apprezzare se si pensa che non fu generalizzato e che, accanto a loro, ci furono italiani che si limitarono ad "aspettare" ed altri che collaborarono con gli occupanti, giungendo fino a denunciare ebrei e partigiani per "cinque chili di sale": tanto valeva per loro la vita di un uomo!
Molte furono le donne che agirono per solidarietà, compassione, stanchezza della guerra, astio antitedesco e passione civile, sopperendo alla mancanza di armi con il loro coraggio morale, l'inventiva e l'astuzia.
 
I resistenti e le resistenti civili in Italia
Per quanto riguarda l'Italia, un rilievo particolare hanno avuto i deportati, gli Internati Militari Italiani in Germania, ma anche molti soggetti imprevisti: come quegli impiegati pubblici che all'indomani dell'8 settembre riempiono centinaia di fogli di via con i nomi degli sbandati, per farli viaggiare verso casa come se fossero in regolare licenza. Oppure quei dipendenti comunali romani che, ben prima di essere coordinati dal Comitato di Liberazione Nazionale, organizzano un ingegnoso sistema per procurare ai ricercati una "regolare" falsa identità, scegliendo per il domicilio edifici bombardati e evacuati, per il luogo di provenienza irraggiungibili comuni a sud del fronte, per gli stati di famiglia numeri d'ordine di serie anteguerra.
E ancora, quei loro colleghi che insieme agli sterratori del Verano disseppelliscono le bare dei fucilati cui i nazisti vietano di apporre segni di riconoscimento, le aprono, prendono nota delle ferite, dei tratti fisici, dei vestiti, e le contrassegnano perché possano essere identificate in futuro.
Di anno in anno, la lista degli episodi di resistenza civile si accresce con nuove testimonianze, taciute a lungo sia per riservatezza sia perché scavare nella memoria di quei tempi bui è sempre doloroso.
Tra i contributi che si sono man mano aggiunti ricordiamo: il medico Carlo Angela di San Maurizio Canavese; il pastore protestante Lucio Schirò d’Agati antifascista e resistente di Scicli, in Sicilia; Kira una giovane donna che sostenne i partigiani nel canavese; il medico ebreo Simone Teich Alasia che svolse la sua opera clandestina nelle Valli di Lanzo.
Un ruolo particolare che si va riscoprendo e documentando è anche quello della resistenza civile di uomini e donne di chiesa che diedero rifugio nei conventi a ebrei perseguitati e collaborarono con i partigiani.

StampaEmail