Internati militari italiani (I.M.I) nei Lager Nazisti (1943-1945)

di Claudio Sommaruga fonte Comune di Cinisello
C’è una pagina importante della nostra storia, affossata da più di mezzo secolo, che riguarda la schiavitù nei Lager nazisti dopo l’8 Settembre 1943 di 716.000 militari italiani, 33.000 deportati politici (militari e civili) e 9.000 zingari ed ebrei d’Italia e dell’Egeo. La deportazione in Italia gettò nell’angoscia sette milioni di familiari e amici, come ammise anche Mussolini.

Ma in Patria i reduci si ammutolirono e gli altri non vollero sapere! E’ perciò importante ripercorrere quelle vicende.

Gli italiani furono travolti dall’Armistizio segreto dell’8 settembre con gli Alleati, dopo una guerra di aggressione impreparata, non sentita, male armata e guidata (ma combattuta con indiscusso valore dai soldati italiani), dopo le batoste d’Africa, l’infelice campagna di Grecia, la tragica ritirata di Russia dell’A.R.M.I.R. (Armata Militare Italiana in Russia), lo sbarco alleato in Sicilia, i 600.000 prigionieri degli Alleati e il crollo del fascismo il 25 luglio 1943, seguito dai quarantacinque giorni di Badoglio senza che si instaurasse una democrazia. 
L’Esercito Italiano, colto di sorpresa e allo sbando, si trovò alla mercé della rabbia tedesca. Hitler si aspettava il nostro voltafaccia e, fin dal 26 luglio, aveva calato in Italia altre 17 divisioni per occuparla, disarmare e sostituire le nostre truppe e attuare il piano, studiato dalla primavera, di deportare nel Reich, alla prima occasione, i nostri soldati come braccia da lavoro.

L’Esercito italiano, con 2.000.000 di combattenti e territoriali presenti, si dissolse nell’illusione del tutti a casa!, senza piani, ordini e mezzi, lasciato allo sbaraglio dal re, da Badoglio, da duecento generali in fuga e nell’indifferenza degli Alleati. Sopraffatte alcune nostre eroiche resistenze a Roma, nelle isole greche (Cefalonia, Corfù, Lero ...) e nei Balcani, la Wehrmacht (forze armate tedesche) disarmò con l’inganno 1.007.000 nostri militari, ne catturò 810.000 e ne transitò, in 284 Lager d’Europa, i 716.000 (l’88%, con 27.000 ufficiali) che si rifiutarono di collaborare per coscienza, onore, lealtà, dignità, stanchezza della guerra e convinzione del la va’ a pochi!, rinunciando a un ritorno a casa disonorevole.

Derisi dagli stranieri come spaghettari, mandolinisti e via dicendo, e usi ad autodenigrarci, dobbiamo essere fieri della nostra italianità, dalle qualità nascoste che emergono da questo "NO!" di ciascuno e di tutti, coraggioso e spontaneo, non condizionato da partiti e colonnelli, reiterato nei Lager per venti mesi di violenze e morti, e opposto ai tedeschi perfino da analfabeti della Barbagia, delle Madonne e dell’Aspromonte, usi da secoli alsissignore.

E se questa marea di renitenti avesse dato il sostegno politico e militare a Hitler e Mussolini? Quanti sarebbero stati i partigiani e con quali armi e prospettive? Certamente si sarebbe scritta una storia diversa e una ritardata vittoria alleata, come riconobbero autorevoli capi partigiani come Arrigo Boldrini e Paolo Emilio Taviani.

I militari italiani, catturati con l’inganno e senza quasi resistenza, vennero subito defraudati dai tedeschi del loro status naturale di prigionieri di guerra (KGF) e delle conseguenti tutele, e vennero marcati come internati militari (I.M.I., una qualifica arbitraria non prevista dalle convenzioni internazionali) e considerati falsamente come disertori badogliani e potenziali soldati del duce in attesa di ravvedimento e impiego

Nel corso di venti mesi si ebbe lo stillicidio di 103.000 (14%) collaboratori dei tedeschi arruolati per fame nelle Waffen-SS [SS combattenti] (23.000 nell’autunno del 1943), nelle divisioni fasciste di Graziani (19.000 a tutto il giugno del 1944) e negli ausiliari lavoratori della Wehrmacht e della Luftwaffe [forza aerea della Germania nazista] (61.000 fino al gennaio del 1945). I 613.000 I.M.I. irriducibili vennero sfruttati come schiavi, anzi come esseri subumani o pezzi numerati di magazzino (come li definivano i nazisti), in miniere, fabbriche e campi o a scavare macerie e trincee, sempre sotto minaccia delle armi, tra violenze, degrado, fame, malattie non curate e dei bombardamenti alleati. Le loro speranze di vita erano di pochi mesi poiché lavoravano da settanta a cento ore alla settimana con un consumo giornaliero di 2300/3300 calorie, non compensato dalla dieta di 900-1700 calorie. La sopravvivenza degli I.M.I. si deve a qualche pacco da casa, un po’ di riso e gallette del SAI fascista e soprattutto a furti di patate, svendite del poco non rapinato nelle perquisizioni e anche bruciando decine di chili di risorse corporee.

I soldati (e poi gli ufficiali) costretti a lavorare, dopo l’accordo Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944, vennero arbitrariamente civilizzati in finti lavoratori liberi, mentre gli irriducibili finirono coatti come nemici dell’Europa nei Campi di punizione per detenuti ribelli (Straflager), nei Campi di lavoro rieducativi (AEL, Arbeitserziehungslager) della Gestapo dipendenti dai campi di sterminio (KZ, Konzentrationslager).

La resistenza degli I.M.I., nota come l’altra resistenza (o senz’armi, silenziosa, bianca) si attuò a rischio di morte con il sabotaggio, la non collaborazione e il lavoro rallentato fino anche a metà o un terzo della norma dell’operaio tedesco e, indirettamente, consumando risorse e distogliendo per venti mesi dai fronti, per custodia, più di 60.000 soldati tedeschi. La resistenza degli I.M.I. non fu inerme, né moralmente meno eroica di quella armata.

Dal 1943 al 1945, gli schiavi di Hitler di 28 paesi, deportati in oltre 30.000 Lager, dipendenze e comandi di lavoro (AK), furono in tutto 24 milioni, con 16 milioni di morti. I prigionieri di guerra (KGF) dovevano lavorare; gli alleati venivano trattati secondo le convenzioni, nutriti, curati, pagati, tutelati da uno stato neutrale e assistiti dalla Croce Rossa; i russi erano sfruttati senza tutele, affamati e malati; i deportati politici, razziali, asociali o tarati erano trattati anche peggio, destinati all’eliminazione con le armi, il gas, le malattie non curate e il lavoro duro accompagnato dalla fame. Gli I.M.I. erano trattati come i russi, ma - caso unico - potevano scegliere in ogni istante tra la libertà con disonore e il Lager con dolore: scelsero la schiavitù, coerenti coi valori e la coscienza in una scelta continua ossessionante più della stessa fame e reiterata per 600 giorni, come dire 50 milioni di secondi, cifre presto scritte ma eterne a viverle.

Gli I.M.I. pagarono la loro scelta con 51.000 caduti (l’8%, di cui 23.000 per fame e gli altri per malattie, violenze e fatti di guerra) che venivano a sommarsi ai 29.000 della prima resistenza armata (come a Cefalonia), ai 31.000 deportati politici militari e civili e agli 8.000 ebrei e zingari che non fecero ritorno dai campi di sterminio (KZ). I morti furono in tutto 120.000 e coi 60.000 partigiani e civili caduti in Italia e nei Balcani, le vittime italiane dei nazisti furono 180.000.

A guerra finita i 560.000 I.M.I. superstiti (il 91%), civilizzati e militari, (compresi 11.000 prigionieri dei tedeschi e poi dei russi), testimoni imbarazzati dell’8 Settembre, furono accolti con diffidenza o indifferenza dagli italiani freschi della propaganda fascista che camuffava gli I.M.I. come cooperatori. "Ma chi sono" - si chiedeva il governo - "fascisti o comunisti da rieducare, repubblicani? E come voteranno?" - in una monarchia traballante che aveva abbandonato gli I.M.I. allo sbaraglio - "E che cosa mai rivendicheranno? Ma, insomma, chi glielo ha fatto fare a non lavorare, se firmavano mangiavano!" Pregiudizi avvilenti per gli I.M.I. e ispirati dal ricordo dei reduci della grande guerra che presero parte attiva alla marcia su Roma e all’impresa di Fiume
Tutto questo avveniva nell’incomprensione, ingratitudine e disinteresse degli italiani: gli I.M.I. erano troppi, si sommavano ad altrettanti prigionieri degli Alleati e non facevano notizia come i partigiani, l’olocausto e l’A.R.M.I.R. Così il rimpatrio degli I.M.I. non venne sollecitato nel 1945 e si svolse in parte per iniziative del Vaticano o individuali.

Poi ci fu la guerra fredda e per decenni i nostri governi imbavagliarono la storia perché non riaffiorassero le colpe dei tedeschi, ora nostri partner nella N.A.T.O. (North Atlantic Treaty Organization) e in Europa e, nel primo dopoguerra, meta di nostri emigranti. 
Così dal 1946, traumatizzati, delusi e offesi, gli I.M.I. si rinchiusero in se stessi anche in famiglia e nove su dieci rimossero la memoria dei Lager e della loro scelta, forse inutile o sbagliata. Più di 5000 diari clandestini, per lo più annotati a futura memoria da ufficiali e rischiosamente salvati, ingiallirono nei cassetti dei ricordi rifiutati dalla editoria commerciale. Se si prescinde daibestseller autobiografici di Giovannino Guareschi e Primo Levi e antologici di Giulio Bedeschi, venduti in libreria a un vasto pubblico, dal 1945 sono state pubblicate solo 400 memorie e antologie di testimonianze di reduci, per lo più edite in proprio e fuori commercio, con tirature modeste (300 - 2000 copie per titolo) e oggi di difficile reperimento. Coi 300 saggi storici, per lo più tardivi e anche questi a tiratura limitata e considerando gli invenduti e gli acquisti di terzi, i libri sull’internamento in mano ai reduci non raggiungono il loro numero: meno di un libro a testa, che poi non è detto che fosse letto! Sempre per via della "rimozione", solo 65.000 reduci (il 9%) si iscrissero nelle associazioni in quasi 60 anni.

Questa, in breve, è la storia misconosciuta degli I.M.I., schiavi di Hitler, "traditi, disprezzati, dimenticati" come li definì lo storico tedesco Gerhard Schreiber e oggi nuovamente beffati dal governo tedesco che, dopo averli illusi in questi ultimi anni, nega pretestuosamente il simbolico riconoscimento della loro schiavitù. Sono pure trascurati dallo Stato italiano, salvo tardivi attestati di patrioti, combattenti per la libertà, ecc. ai sempre meno numerosi viventi. Ma les jeux sont faits, rien ne va plus! e la storia verrà approfondita col poco che è stato archiviato. La storia vera la conosce Dio, l’altra la scrivono i vincitori, la revisionano i perdenti, la rimuovono i protagonisti, la costruiscono gli storici e la ignora la gente e la scuola. Soltanto da vent’anni i nostri istituti di storia contemporanea, universitari o del Movimento di Liberazione hanno scoperto questo filone di ricerche e solo loro possono salvare, chiosare e tramandare alle future generazioni le testimonianze sempre più scarse e vacillanti dei reduci superstiti, oggi ottuagenari, ridotti a un quinto, e in rapido esaurimento.

Ma i giovani devono sapere perché, come e a quale prezzo i nonni, volontari nei Lager, si siano battuti per dare anche a loro la libertà e perché alla famiglia privilegiarono la Patria, famiglia delle famiglie, ma sfrondata dalla retorica fascista. L’ 8 Settembre non segnò, tanto più per gli I.M.I. e ipatrioti, la morte della Patria ma solo quella dello Stato autoritario che si polverizzò in una repubblica fantoccio sotto il tallone nazista, due governatorati nord-orientali del Reich, un regno del sud sotto controllo alleato e poi un mosaico saltuario di 17 repubbliche autonome partigiane. Ma l’identità della Patria era sempre quella dei secoli passati, anche se non più intesa come una patria imperialista.

La Costituzione Repubblicana, dei cui principi discutevano già nei Lager il bianco Giuseppe Lazzati, il rosso Alessandro Natta, verdi repubblicani e azzurri monarchici, sancì lo stato democratico e riaffermò l’unità d’Italia da difendere. Anche l’europeismo nacque nei Lager dall’incontro dei prigionieri di tutte le Nazioni. 
Benché se ne discuta, la Resistenza fu solo marginalmente una guerra civile tra italiani: nel settembre del 1943 a Cefalonia, nelle montagne d’Italia e dei Balcani e nei Lager, gli italiani non si contrapposero a italiani ma all’invasore tedesco e solo dopo, di riflesso, anche al vassallo fascista. La Resistenza fu soprattutto una lotta di Liberazione che rinsaldava la continuità rinnovata della Patria.

E dobbiamo riflettere anche sul perdono, di cui oggi ancora si discute non senza retorica. Il perdono è più che una doverosa rinuncia all’odio e alla vendetta, né può ridursi a un colpo di spugna o all’oblio, ma è un atto sublime e individuale che non si può esercitare senza deleghe e in nome dei morti. Per la pietas latina e cristiana i morti sono uguali, ma erano diversi da vivi! 
Per i cattolici la remissione della colpa presuppone il ricordo, senza il quale non si saprebbe cosa e chi perdonare, un pentimento, dei buoni propositi e un’espiazione, condizioni sempre meno attuali non essendoci quasi più vittime e colpevoli in vita. Di pentiti la storia ne ha incontrati pochi, né possiamo perdonare figli e nipoti dei criminali, perché estranei ai misfatti, né possiamo perdonare Hitler e i suoi due milioni e passa di attivi collaboratori fanatici od opportunisti, per i genocidi commessi, reati che non cadono mai in prescrizione! 
I capi di stato però, in nome dei propri popoli e della pace, possono chiedere perdono o perdonare - ed è bene lo facciano - altri popoli già conniventi coi dittatori.

Ricordare? Dimenticare? Certo dimenticare è più comodo ma non è lecito perché apre la porta al revisionismo di parte e impedisce la ricostruzione storica obiettiva. Il futuro è già scritto nel passato, per questo dobbiamo ricordare anche se l’insegnamento della storia sembra quello di non insegnare. Ciò che è stato si ripete, sia pure con differenze, da più di mezzo secolo, in ogni parte del mondo e sotto i nostri occhi che non vogliono vedere: 250 conflitti in 115 paesi, migliaia di campi minati, migliaia di campi di concentramento, ben oltre 27 milioni di morti, 20 tra feriti e prigionieri, 50 tra profughi, rifugiati e sfollati, 27 di schiavi, un miliardo di affamati e sottoalimentati, sempre più poveri e ammalati, con altri milioni di morti e sempre milioni di bambini che pagano le colpe dei grandi.

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Settembre 2015 - Convegno "Dovete avere paura!"

Convegno - Settembre 2015 
 "Dovete avere paura!"
A 70 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, convegno sull'Europa minacciata da populisti, integralisti, xenofobi e razzisti.
 
Invitati:
in via di definizione

Ricercatori e rappresentanti di Policy Network – UK
 
 
PROGRAMMA Settembre - Dovete aver paura 1
Negli anni immediatamente successivi alla conclusione della seconda guerra mondiale, il processo di pacificazione e unificazione del Vecchio Continente e la costruzione di un’identità comune intorno all’ idea di un’Europa libera e unita, hanno rappresentato a lungo un ideale capace di unire diverse generazioni e attrarre il consenso di vasti settori dell’opinione pubblica. Una tendenza che rischia di lasciare il passo all’affermazione di partiti e movimenti politici di matrice populista, riconducibili alla destra xenofoba, ma non soltanto, che alimentando le paure continuano a registrare risultati elettorali clamorosi.

Si tratta di fenomeni per certi aspetti nuovi e in continuo sviluppo in tutto il mondo occidentale, alimentati dalla globalizzazione, dalla crisi economica e dai limiti delle democrazie nazionali che faticano a tutelare i cittadini su temi molto sentiti come l’occupazione, l’immigrazione e il welfare, acuendo l’insofferenza verso le istituzioni dell’Unione Europea.

In occasione della Festa dell’Unità 2015, Bella Ciao Milano promuoverà un incontro che intende favorire una riflessione, a partire dalle ricerche realizzate dal think tank londinese Policy Network, tra i più influenti nella galassia laburista, sulla peculiare situazione italiana.

DoveFesta dell’Unità – Milano Città Metropolitana

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Lunedì 9 novembre 2015 - Convegno "Decisero di non cedere le armi"

Convegno - lunedì 9 novembre 2015, in occasione del Giorno dell’Unità nazionale e delle Forze Armate
"Decisero di non cedere le armi: la Resistenza delle Forze Armate italiane e il loro contributo alla Guerra di Liberazione" 
 
Invitati:
Roberta Pinotti
Ministro della difesa
Andrea Romano
Deputato e professore di Storia contemporanea
Marco Minniti
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega ai servizi segreti
Mario Vanni
Coordinatore Bella Ciao Milano
 
Storici e militari
Rappresentanti delle Associazioni d’Arma
 
Convegno sulla Resistenza delle Forze Armate italiane e sul loro contributo alla Guerra di Liberazione. L’iniziativa ha come finalità far conoscere il sacrificio e il contributo delle nostre Forze Armate nella lotta al Nazifascismo. In particolare verranno ricordati, con l’aiuto di storici e rappresentanti delle Istituzioni, alcuni episodi poco noti ed esplorati come il sacrificio della divisione Acqui sull’isola di Cefalonia, guidata dal Generale Gandin, o come quello dei militari italiani in Corsica, guidati dal generale Giovanni Magli. Con la propria decisione consapevole di non cedere le armi e di combattere i tedeschi all’indomani del 8 settembre 1943, molti militari italiani - abbandonati e lasciati privi di ordini dai vertici superiori mentre il Re fuggiva da Roma mettendosi al sicuro nelle mani degli Alleati - tennero fede al giuramento fatto all’Italia e dimostrarono sui campi di battaglia che la nostra Patria non era morta.
 
Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento. Questa - Signor Presidente della Repubblica Ellenica - è l’essenza della vicenda di Cefalonia nel settembre del 1943. Noi ricordiamo oggi la tragedia e la gloria della Divisione “Acqui”. Il cuore è gonfio di pena per la sorte di quelli che ci furono compagni della giovinezza; di orgoglio per la loro condotta. La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo.
Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica, in occasione della commemorazione dei caduti italiani della Divisione “Acqui” - Cefalonia, 1° marzo 2001
 
 

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Conferenza Stampa "Bella Ciao, Milano!"

26 gennaio 2015 - Presentazione del Progetto “Bella Ciao Milano!” e le iniziative della Federazione Metropolitana milanese del Partito Democratico in occasione delle celebrazioni del 70° 

Anniversario della Liberazione.

 

 

Nell’occasione verranno presentate tutte le iniziative e gli eventi di “Bella Ciao, Milano! e verrà annunciata la creazione del sito tematico www.bellaciaomilano.it che sarà illustrato nei suoi tratti essenziali.

Verrà inoltre presentata la realizzazione di una App per smartphone sulla Resistenza dal titolo “Quello che le lapidi non raccontano” (mappa interattiva di approfondimento su personaggi, luoghi e vicende storiche della Guerra di Liberazione a Milano). 

Lunedì, 26 gennaio 2015 Conferenza Stampa

presentazioneBella Ciao Milano è un progetto della Federazione metropolitana del Partito Democratico ideato in preparazione del 70° anniversario della Liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazifascismo.
Il progetto si propone di far conoscere alle nuove generazioni le vicende storiche, il sacrificio e le passioni politiche che animarono gli uomini e le donne della Resistenza italiana ed europea, unitamente ai valori di libertà e democrazia all’origine della Repubblica italiana e dell’Europa unita.
Bella Ciao Milano intende inoltre promuovere e divulgare il ruolo che Milano e la sua area metropolitana hanno avuto nella Resistenza italiana ed europea al nazifascismo. 
Bella Ciao Milano Promuove la ricerca storica, iniziative celebrative e di conservazione della memoria, la comunicazione e la divulgazione del ruolo storico della Resistenza italiana ed europea anche attraverso la sperimentazione di strumenti e linguaggi innovativi.
Attraverso Bella Ciao Milano la Federazione Metropolitana Milanese intende quindi dar vita ad un insieme straordinario di eventi e iniziative politiche e culturali che interesseranno e coinvolgeranno diversi Comuni del territorio metropolitano e culmineranno nella grande manifestazione nazionale organizzata dalle Associazioni Partigiane che si terrà a Milano – città Medaglia d’Oro della Resistenza – il 25 aprile 2015.
Bella Ciao Milano è animato da un gruppo di lavoro intergenerazionale costituito da ricercatori, iscritti, volontari e aperto a tutte le persone interessate a costruire un percorso di avvicinamento al 25 Aprile 2015 partecipato e all’altezza della ricorrenza.
Bella Ciao Milano è anche uno strumento di raccolta, valorizzazione e informazione di tutte le iniziative che verranno sviluppate dalle varie articolazioni del Partito Democratico in occasione del 70° anniversario della Liberazione: da ciò che nascerà spontaneamente dalla base e dalle organizzazioni giovanili, fino alle iniziative organizzate dai gruppi eletti nelle istituzioni.
Bella Ciao si offre dunque come piattaforma per sviluppare sinergie, condividere e divulgare le iniziative celebrative, di ricerca e promozione della storia e dei valori della resistenza italiana ed europea.
Bella Ciao Milano non si esaurirà con le celebrazioni del 70° anniversario ma vuole essere un punto d’inizio per lasciare all’area metropolitana milanese un progetto capace di andare oltre le ricorrenze,generando partecipazione e interesse continuo per i valori e la testimonianza che la Resistenza ancora oggi ci offre, in particolare rispetto alle sfide che l’Europa ha davanti. 
E’ per questo motivo che gli organizzatori hanno deciso di progettare una sezione dedicata interamente alla Resistenza in Europa dal titolo “Victory in Europe Day”, in cui verranno coinvolti giovanie rappresentanti delle Istituzioni e dei partiti italiani ed europei aderenti al PSE. Questa sezione assume un valore ancora più importante in quanto gli eventi di “Victory in Europe Day” verranno realizzati, nel territorio milanese, nelle settimane che precedono e seguono l’avvio di Expo 2015 (1maggio 2015), garantendo alle iniziative una forte presenza e proiezione internazionale.
vdaypresentazione

 

Il sogno di un’Europa libera e unita

E’ nell’esperienza dell’antifascismo e della Resistenza europea e italiana al nazifascismo che vannoricercate le radici e il significato del progetto di un’Europa libera e unita, coltivato dagli antifascisti al confino sin dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli (1944) come risposta ai nazionalismi, ai populismie alle guerre che hanno insanguinato l’Europa e il Mondo nella prima metà del ‘900. Quelle esperienze portarono il nostro Paese ad essere - al termine della guerra e della stesura dellanuova Costituzione, nata dalla Resistenza - uno dei sei Paesi fondatori del progetto europeo. 
La lapide posta a Milano in via Poerio ci ricorda che il Movimento Federalista Europeo venne fondato, nell’estate del 1943 e dunque nel pieno della Guerra, proprio nella nostra Città, da personaggi illustrie visionari quali Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che avevano subito la repressione e il confino fascista. La valorizzazione e il rilancio del progetto europeo costituisce la più importante risposta ai populismie ai nazionalismi oggi emergenti in Italia e in Europa.
In questa luce, le iniziative di Bella Ciao Milano Victory in Europe Day hanno un carattere fortemente europeista e sono organizzate con il coinvolgimentodi giovani attivisti, esponenti dei partiti europei che aderiscono al PSE e di rappresentantidelle Istituzioni europee.
 
profilo partigiani

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