Fondotoce L'eccidio del 20 giugno 1944

Una macabra processione di 43 persone sfila da Intra fino a Fondotoce fonte: casadellaresistenza.it
Eccidio di Fondotoce“Il viaggio è fatto in autocarro. Ad ogni raggruppamento di case vengono fatti scendere e il corteo deve passare a piedi, in vista della popolazione recando il cartello: «sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?». Si giunge così a Fondotoce. Neanche il prete può accostarli; sono obbligati, per impedire eventuali fughe, a sdraiarsi per terra e tre alla volta passano sotto le raffiche del plotone d’esecuzione.”
Il pomeriggio del 20 giugno una macabra processione di 43 persone sfila da Intra fino a Fondotoce, nel luogo dove ora sorge il Sacrario (Parco della Memoria e della Pace) e la Casa della Resistenza. Sono partigiani arrestati durante il 
rastrellamento in Valgrande. Una trentina di loro arrivano il pomeriggio prima negli scantinati di Villa Caramora, a Intra, sede del comando tedesco. Ne è testimone il giudice di Verbania Emilio Liguori, anch’egli a Villa Caramora, arrestato il 19 nel suo ufficio perché sospettato di complicità con i partigiani.
Nel tardo pomeriggio il grosso dei prigionieri viene fatto uscire e preso in consegna dai militari tedeschi e italiani. Liguori e altri sono invece trattenuti e in serata trasferiti alle scuole femminili, usate come carcere. Nella loro cella, la notte tra il 20 e il 21, entra anche un partigiano riconosciuto il giorno prima a Villa Caramora. Si tratta di Frank Ellis che racconta a Liguori di essere stato prima trasportato con gli altri a Fondotoce per essere fucilato, ma poi inspiegabilmente riportato a Verbania con altri due partigiani. 
Nei pressi del canale che congiunge il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore non muoiono tutti e quarantatrè i fucilati. Carlo Suzzi riesce miracolosamente a sopravvivere e, aiutato dalla gente del posto, si mette in salvo. Tornerà poi nella formazione Valdossola con il nome di battaglia “Quarantatrè”. La fucilazione dei partigiani vuol forse essere una vendetta per gli oltre quaranta fascisti del presidio di Fondotoce catturati, e non uccisi, da Muneghina il 30 maggio.

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Divisione Acqui e dell’Eccidio di Cefalonia


Decisero di non cedere le armi.
Preferironocombattere e morire per la Patria.
Tennero fede al giuramento.
(...) La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza di un’Italia libera dal fascismo.
(...) Decideste così, consapevolmente il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta, anzi con la vostra decisione ne riaffermaste l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia.
(...) Ai giovani di oggi, educati nello spirito di libertà e di concordia fra le nazioni europee, eventi come quelli che commemoriamo sembrano appartenere a un passato remoto, difficilmente comprensibile. Possa rimanere vivo, nel loro animo, il ricordo dei loro padri che diedero la vita perché rinascesse l'Italia, perché nascesse un'Europa di libertà e di pace. Ai giovani italiani, ai giovani greci e di tutte le nazioni sorelle dell'Unione Europea, dico: non dimenticate.
Carlo Azeglio Ciampi, Cefalonia, 1 Marzo 2001


La 33a Divisione Acqui è stata una delle Grandi Unità del Regio Esercito nella seconda guerra mondiale, dissolta dalle forze armate tedesche durante l'eccidio di Cefalonia.
Costituita come Brigata Acqui il 25 ottobre 1831, sciolta e ricostituita più volte, si ricostituisce nell'agosto 1939 come Divisione di Fanteria Acqui (33ª). Era articolata nel 1943 su due Reggimenti di Fanteria (17° e 317°) e sul 33° Reggimento art. stanziati a Cefalonia e sul 18° Rgt di fanteria e parte del 33° Rgt art. dislocati a Corfù. Nel 1940 fu inserita nell'organico la 18a Legione d'assalto Camicie Nere cui fece seguito nel 1941 anche il 317° Reggimento Fanteria.
Dislocata prima in Piemonte poi in Albania, viene trasferita con compiti di presidio nelle Isole Ionie, ripartita tra Corfù, presidiata dal 18° Reggimento comandato dal colonnello Lusignani, e Cefalonia, in cui era acquartierato il resto.

Dopo l'armistizio di Cassibile Le truppe italiane sono Nemiche.

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