La ritirata di Russia: dal racconto di Mario Rigoni Stern

Mario-Rigoni-Stern.jpg

L'autore dell'articolo, protagonista della disastrosa spedizione dell'Armir, rievoca il dramma della ritirata e della disperata battaglia nella grande ansa del Don per sfuggire ai russi. In unsolo giorno, la sua compagnia fu decimata: di 200 alpini ne restarono soltanto 36.

“In questi giorni di febbraio (n.d.r. 1943) andavamo camminando da villaggio in villaggio cercando evitare le strade dove manovravano le divisioni corazzate tedesche per fermare l'offensiva invernale dell'Armata Rossa. Già la VI Armata tedesca si era arresa a Stalingrado, ma noi non lo sapevamo. Dopo il combattimento del 26 gennaio eravamo rimasti in pochi; della mia compagnia, escluso il sergente dei conducenti, ero l'unico sottufficiale: il capitano, i cinque ufficiali, i sergenti o erano caduti in combattimento o nella neve per sfinimento. Solamente quattro erano stati raccolti sulle slitte e poi ricoverati a Kharkov. Usciti dall'accerchiamento, dopo combattimenti e marce infinite, ci contammo una trentina. Mancava il 90 per cento dei nostri compagni. Un sottotenente venne a prendere il comando di questi resti. E noi si andava verso occidente. Ci avevano indicato una direzione verso Kiev in Ucraina, poi verso Gomel in Bielorussia. Vennero ancora giorni molto freddi e una notte di tormenta quasi perdevo le mani per congelamento: a Nikolajevka, per manovrare meglio la mitragliatrice, i guanti me li ero levati senza più trovarli. Ora facevo il cane da pastore in coda al piccolo gruppo; con noi c'erano dei feriti leggeri e degli ammalati che avevano rifiutato il ricovero perché temevano di essere abbandonati ...
ritirata fronte DonL'avventura degli italiani era incominciata nell'estate del 1941. L'aggressione all'Urss da parte delle armate di Hitler era avvenuta alle prime luci dell' alba del 22 giugno. Quella mattina l'avvampare di seimila cannoni frantumò l'alba. Migliaia di carri armati e di aerei, milioni di soldati varcarono le frontiere con la Russia, travolgendo ogni difesa. Incominciò così la più grande campagna di tutte le guerre, che costò decine di milioni di vite umane. Gli obiettivi erano Mosca, la distruzione della Russia come Stato; il tempo otto settimane.
In quella primavera anche in Italia si stava segretamente preparando un Corpo di spedizione autotrasportabile (cioè che si sarebbe potuto anche autotrasportare). Erano le divisioni Pasubio, Torino, Celere e il gruppo camicie nere Tagliamento con i relativi servizi di Corpo d'Armata. Il trasferimento verso il fronte incominciò il 10 luglio e fu lungo e faticoso attraverso i Carpazi, l'Ungheria e la Romania. Soltanto l'11 agosto l'avanguardia della Pasubio prese contatto con i russi nel villaggio ucraino di Nikolajev. Tra i nostri vi furono due morti e tre feriti: i primi di una lunga fila.
Quell'estate era molto calda, la campagna ucraina rigogliosa di grani e di girasoli in fiore. In principio pareva che le otto settimane previste dal Comando Supremo fossero un tempo attuabile: gli scontri erano rapidi e violenti; le armate russe si ritiravano lasciando centinaia di migliaia di prigionieri. Ma dopo due mesi nelle retrovie si era organizzata la guerra partigiana, nelle ritirate i russi sgomberavano le fabbriche e facevano metodicamente saltare i binari ferroviari; e quando decidevano di combattere lottavano fino all'ultimo uomo.
Le otto settimane erano passate. Arrivarono sì, le armate di Hitler, a vedere le torri del Cremlino, ma venne pure quel grande freddo che nessuna memoria ricordava e, dall'Estremo Oriente, dopo che i giapponesi avevano assicurato il non intervento, le diciotto divisioni siberiane comandate da Zukov.
I tedeschi furono costretti a ritirarsi dai dintorni di Mosca per parecchi chilometri e subirono la prima sconfitta. I loro corpi congelati a decine di migliaia riempivano i treni che li riportavano in Germania; molti restavano irrigiditi dentro le trincee; i disturbi intestinali erano diventati epidemia.
Il Natale del 1941 per i nostri soldati fu un giorno di sangue e di sofferenze. Alle 6,40, dopo un violento fuoco d'artiglieria, le divisioni Torino e Celere furono attaccate da fanterie e carri armati. I combattimenti durarono fino al 31 dicembre con temperature che scendevano sotto ai meno 35°. I russi non riuscirono a sfondare, ma le nostre perdite furono gravi. A chi aveva superato un mese in linea Hitler offrì una onorificenza che i soldati chiamarono subito «l'ordine della carne congelata».
Intanto negli alti comandi si studiava l'offensiva che avrebbe definitivamente sconfitto la Russia. Gli obiettivi erano il Volga e il Caucaso e poi, attraverso il Medio Oriente, raggiungere l'Egitto «chiave dell'impero britannico». A tale proposito Mussolini, il 3 dicembre aveva scritto a Hitler « ... in relazione al Vostro colloquio con il Conte Ciano sto provvedendo a disporre di un corpo d'armata alpino composto dalle nostre migliori truppe».
I resti delle armate russe sarebbero stati spinti nell'estrema Siberia e tutti i territori conquistati sarebbero diventati «spazio vitale» del popolo germanico al cui servizio dovevano restare gli slavi rimasti, «popolo inferiore».
Nell'estate del 1942, malgrado il parere contrario del generale Messe, comandante del Csir, in tanti partimmo per il Fronte Est: le divisioni Tridentina, Giulia e Cuneense; Cosseria, Ravenna e Sforzesca; il raggruppamento camicie nere «3 Gennaio»; un'Intendenza d'Armata, un Corpo areonautico; un Corpo marittimo: 230.000 uomini, 960 cannoni, 850 mortai, 19 semoventi, 55 carri armati, 1.800 mitragliatrici, 2850 fucili mitragliatori, 16.000 automezzi, 1.130 trattori, 4.470 motociclette, 25.000 quadrupedi.
L'8 agosto Hitler scriveva al duce: « ... Vorrei ora, Duce, sottoporvi la proposta di permettere che le divisioni alpine siano impegnate accanto alle nostre divisioni di montagna e leggere sul fronte del Caucaso. Ciò tanto più in quanto il forzamento del Caucaso ci porterà in seguito in territori che non appartengono alle sfere d'interesse tedesche e pertanto, anche per motivi psicologici, si rende opportuno che ivi marcino con noi reparti italiani e, se possibile, il Corpo d'Armata alpino, che è il più adatto allo scopo ... ».
Nel mese di agosto si camminava per la sconfinata pianura. Ogni tanto alzavamo gli occhi per vedere se apparivano le montagne. Sembrava di essere sempre nel medesimo posto. Un giorno vennero a caricarci con i camion e ci portarono nella grande ansa del Don: l'Armata Rossa attaccava per cercare di tagliare i rifornimenti alla VI Armata che stava occupando Stalingrado. Il 1° settembre due battaglioni di alpini andarono al contrattacco. Quel mattino ero caposquadra, alla sera mi trovai a comandare i resti di una compagnia. Di quella compagnia di duecento restammo 36. Poi venne il resto. I caduti e i dispersi italiani in Russia furono 81.820; i feriti e i congelati 29.690”.
firma-Mario-Rigoni-Stern.jpg

StampaEmail

La guerra d'Etiopia

Con l’attacco all’Etiopia, il 3 ottobre 1935, il regime fascista italiano diede inizio alla prima guerra fascista d’aggressione da parte di un paese europeo.
L’Etiopia, paese sovrano, faceva parte fin dal 1929 della Società delle Nazioni, l’organismo sovranazionale, precursore dell’ONU, fondato dopo la prima guerra mondiale proprio per scongiurare futuri conflitti armati tra gli stati membri.
Assieme alla Liberia, l’Etiopia era l’unico paese africano a non essere mai stato colonizzato da uno stato europeo. Dopo sette mesi di guerra e la proclamazione dell’Impero, ebbero inizio cinque anni di una sistematica politica di terrore e di pulizia etnica, nel tentativo di creare nel paese occupato uno “spazio vitale naturale per gli italiani”.
Civili, militari e squadristi italiani commisero durante la repressione della popolazione etiope atroci crimini: esecuzioni sommarie di ostaggi e di soldati che si erano arresi, rappresaglie contro civili, distruzione di interi villaggi, deportazione selettiva nei campi di concentramento in Etiopia, Eritrea, Somalia e in località di confino in Italia.
Soltanto nel pogrom di Addis Abeba, messo in atto da civili e squadristi italiani tra il 19 e il 21 febbraio 1937, vennero trucidati oltre 6 mila etiopi ( alcuni conteggi dichiarano 30 milla).
In totale, le vittime etiopi furono oltre 400.000 ( alcune fonti dichiarano un milione).
Dopo l’occupazione il governo dell’Imperatore Haile Selassie chiese all’ONU di istituire una “Norimberga africana” accusando 911 italiani di crimini contro l’umanità. 
Le imputazioni furono: terrorismo sistematico e omicidio volontario, tortura, deportazione e internamento di civili, saccheggio e distruzione volontaria, bombardamento deliberato di ospedali della Croce Rossa, utilizzo di armi di distruzione di massa proibite.

Ma iniziata la Guerra fredda i governi statunitense e britannico riuscirono per ragioni di geopolitica e di solidarietà fra gli stati colonizzatori ad evitare che si instaurasse un tribunale, contribuendo, di fatto, a proteggere i criminali di guerra italiani.
Ancora oggi, in Italia, non esiste una coscienza civile diffusa su quello che fu il terrore fascista in Etiopia e sulle responsabilità per i crimini commessi, che aprirono la porta alle guerre totali dell’età moderna.
 
L’Italia non conobbe nessuna decolonizzazione con tutto il suo corteo di violenze e crudeltà: i francesi in Vietnam e Algeria, i Belgi in Congo, i portoghesi in Mozambico….
In Italia la vicenda del colonialismo si chiuse bruscamente durante la seconda guerra mondiale (Etiopia, 1941; Libia, 1943) e da quel momento più nessuno ne parlò oppure se ne parlò in termini di civiltà portata nelle colonie (es. Benedetto Croce e poi per molto tempo Montanelli).
Nello stesso tempo si può dire che ogni popolo che ha fondato le colonie ha descritto se stesso in termini indulgenti: i francesi hanno sempre parlato di douceur coloniale”, gli inglesi di benèvolent empire il cui motto era il“fardello dell’uomo bianco” di Kipling. Anche i belgi hanno guardato in termini positivi al loro colonialismo in Congo.
Quali sono i capi di imputazione a carico del colonialismo italiano?
- nel periodo liberale il ricorso a fucilazioni sommarie per il mantenimento dell’ordine in Eritrea (1890);
- il mantenimento della schiavitù in Somalia (dal 1905)
- la reazione spropositata dopo Sciara Sciat (Libia, ottobre-novembre 1911);
- le violenze ai danni della popolazione libica negli anni successivi la vittoria del ‘12
- durante il periodo fascista il ricorso ai gas per la riconquista della Libia (1928-30)
- l’istituzione di campi di concentramento per la popolazione cirenaica (1930-31)
- la conquista dell’Etiopia avvenuta anche con il ricorso massiccio di aggressivi chimici: 500 tonnellate in sette mesi di guerra!
- la reazione spropositata all’attentato a Graziani del febbraio ’37 ad Addis Abeba con alcune migliaia di vittime
- la repressione della resistenza etiope dal ’37 fino al 41 con massacri di massa ai danni delle popolazioni locali
- l’istituzione in Etiopia dal ’37 di un regime di separazione razziale che anticipa di diversi anni l’aparteid in Rhodesia e in Sudafrica
Per la presenza di tali crimini diventa difficile parlare di “brava gente” così come al contrario sarebbe sbagliato parlare di “mala gente”.
Il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie simili a quelle compiute dalle altre nazioni e i comportamenti degli italiani in colonia non differirono più di tanto rispetto a quelli degli altri europei.
In ogni caso dobbiamo considerare circa 500mila vittime africane del colonialismo dell’Italia liberale e fascista.

StampaEmail

Seconda Guerra Mondiale La guerra fascista

1940

10 giugno L'Italia entra nel conflitto a fianco della Germania, dichiarando guerra a Francia e Inghilterra.
21 giugno L'esercito italiano attacca la Francia sulle Alpi.
13 settembre Inizia l'offensiva italiana in Egitto contro gli inglesi.
27 settembre Italia, Germania e Giappone firmano il Patto Tripartito.
28 ottobre L'Italia muove guerra alla Grecia. La controffensiva dei greci costringe ben presto le truppe italiane alla ritirata.

1941

6 aprile L'esercito inglese occupa Addis Abeba: cade l'impero costruito dal Fascismo. Due anni dopo l'Italia perderà anche la Libia.
giugno Il manifesto federalista di Ventotene. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, due antifascisti confinati nell'isola di Ventotene, scrivono Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto.
10 luglio Mussolini invia in Unione Sovietica il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR), che conta oltre 60.000 uomini.

1942

luglio-novembre L'Armata italiana in Russia (ARMIR). Il contingente italiano sul fronte sovietico arriva a superare i 220.000 uomini.
4 novembre El Alamein. Al termine di una dura battaglia contro gli Alleati, le truppe naziste e fasciste sono costrette a una lunga ritirata verso la Tunisia, dove si arrenderanno nel maggio 1943.
dicembre La ritirata di Russia. L'ARMIR viene accerchiata dall'Armata rossa ed è costretta a ripiegare. Altissime le perdite italiane: 11.000 morti, 64.000 dispersi.

StampaEmail

Guerra

Dal 1940 al 1943, la guerra del Fascismo e di Mussolini vide gli italiani combattere in Francia e in Grecia, ma anche sui fronti remoti dell'Africa e della Russia.
La guerra era lontana da casa, ma la morte giungeva comunque con i bombardamenti, dapprima sporadici e inefficaci, poi fitti, continui, distruttivi.
Arrivò il tempo di guerra, uguale per tutti, al Nord come al Sud, con il suo carico di paura, incertezza, angoscia.
Poi la guerra fascista finì. Ma non finirono la violenza e la morte.
Vennero a combattere in Italia da tutti gli angoli del mondo: americani, francesi, inglesi, tedeschi, neozelandesi, indiani, polacchi, senegalesi, marocchini, algerini, tunisini, nepalesi...
Per quasi due anni, dal luglio 1943 al maggio 1945, l'Italia subì una durissima legge del contrappasso: il Fascismo che aveva inseguito i suoi progetti imperiali in terre lontane, aveva portato la guerra sull'uscio delle nostre case, in un turbinio di stragi naziste (15.000 vittime civili), bombardamenti (65.000 vittime civili), rappresaglie, battaglie campali. Invasori, liberatori, occupanti, comunque si chiamassero, le truppe straniere guardavano all'Italia come a un Paese vinto.
Ma con l'8 settembre 1943 cominciò un'altra guerra. Fu una guerra civile che contrappose gli italiani fascisti che aderirono alla Repubblica Sociale agli italiani antifascisti che combatterono nella Resistenza.
Fu una guerra di liberazione contro l'occupazione nazista. Fu una guerra per la libertà e la democrazia contro l'ideologia della dittatura totalitaria. Una lotta in cui all'iniziativa armata dei partigiani si affiancarono gli scioperi operai delle grandi fabbriche del Nord e lo slancio generoso che alimentò il coinvolgimento della popolazione nella resistenza civile.
L'insurrezione del 25 aprile 1945, con i suoi lutti e le sue violenze, con i suoi entusiasmi e le sue passioni, segnò contemporaneamente la fine della guerra e la riconquista della libertà. Finalmente ci si sentì cittadini e non sudditi, finalmente il progetto di «fare gli italiani» poté ricominciare, nel segno della democrazia e del pluralismo politico.

StampaEmail