Le Brigate Garibaldi e la lotta di liberazione nel sud-ovest Milanese.

In una relazione sulla situazione delle Sap stilata dal Comando provinciale garibaldino nell’agosto del 1944, la provincia di Milano era suddivisa in sei zone: le prime tre abbracciavano il territorio posto a nord-est e nord-ovest della città, le altre tre coprivano il sud-est e il sud-ovest Milanese. L’area sud-ovest, contrassegnata come “zona D”, partiva pochi chilometri fuori dal capoluogo lombardo, precisamente da Settimo Milanese, e si estendeva verso ovest fino a poco oltre il fiume Ticino. A nord il settore comprendeva tutti i paesi posti lungo due importanti vie di comunicazione: la strada che da Milano conduce a Novara e, parallela a questa, l’autostrada Milano-Torino; scendendo poi verso sud inglobava tutti paesi situati sul Naviglio Grande fino a spingersi in prossimità di Pavia.  L’intera zona era dominata dalla campagna ed erano presenti solo due centri cittadini di rilievo, Abbiategrasso e Magenta, attorno ai quali gravitavano le poche industrie presenti sul territorio. Durante tutti i mesi della lotta partigiana il sud-ovest Milanese, per via della sua conformazione territoriale e della sua peculiare struttura sociale, si mostrò come il più fragile dell’intera provincia Milanese. L’intero paesaggio era dominato da vaste coltivazioni  interrotte nella loro continuità solo dalle cascine che costituivano il perno economico della zona. La sua struttura sociale era invece fondata sulla prevalenza delle figure del fittavolo e del salariato fisso mentre scarso peso era rivestito dai braccianti, categoria in genere più combattiva e maggiormente incline ad aggregarsi socialmente per dar seguito alle proprie rivendicazioni economiche.     
In pratica si era in presenza di mondo poco coeso che non aveva sviluppato una chiara coscienza unitaria e che non era riuscito, né del resto aveva potuto, colmare la distanza che lo separava dalla città. Questo stato di cose si era andato ulteriormente  aggravando nel corso del ventennio fascista. Al fine di comprendere meglio le difficoltà che incontrò la Resistenza in tale area, sono necessarie alcune brevi considerazioni che riguardano sia lo sviluppo che conobbe l’agricoltura lombarda nel periodo compreso fra le due guerre, sia la politica sociale attuata dal regime fascista. Per ciò che riguarda  le campagne lombarde si assiste ad un duplice processo. Da un lato il mondo rurale fu coinvolto in una modernizzazione che riguardò gli aspetti produttivi e che toccò anche, trasformandola parzialmente, la mentalità contadina la quale, rispetto al passato, si aprì maggiormente ai modelli cittadini. Tali mutamenti costituirono le premesse necessarie affinché il paese mutasse la sua struttura economica passando da un assetto agricolo-industriale ad uno industriale-agricolo. A fianco di questi progressi continuarono però a permanere ampie condizioni d’arretratezza. Dall’altro lato, infatti, la politica economica del fascismo, che assegnò allo sviluppo industriale un ruolo preminente e che sancì  nelle campagne il predominio delle classi agrarie possidenti, favorì il protrarsi d’antichi mali e il  sorgere di nuove distorsioni  i cui effetti si riversarono  sui ceti popolari del contado producendo un ulteriore allargamento della frattura tra città e campagna. Oltre al peggioramento delle condizioni sociali, valgano d’esempio le pessime condizioni in cui continuarono a rimanere le abitazioni rurali, le carenze sotto il profilo igienico sanitario, la progressiva contrazione salariale e l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro, le masse conobbero una profonda disaggregazione del tessuto sociale provocata sia dall’indirizzo corporativo intrapreso dal regime, sia dai riflessi della crisi economica che investì il paese negli anni trenta. 
Il processo di divisione e segmentazione delle classi lavoratrici fu perseguito costantemente lungo tutto il ventennio e trovò la sua piena realizzazione con l’affermarsi dell’idea corporativa. Attraverso la costruzione dell’edificio corporativo, infatti, il fascismo mise in atto una progressiva mobilitazione delle masse con lo scopo di inserirle nello Stato e, allo stesso tempo, un processo di smobilitazione delle stesse che furono suddivise in una serie di categorie e d’organizzazioni impossibilitate a comunicare fra loro e  quindi a creare un’unità che avrebbe potuto costituire un’eventuale opposizione all’operato e alla politica del Governo. La crisi degli anni trenta, con il crollo della produzione e la diffusione su vasta scala della disoccupazione, contribuì ad accentuare ulteriormente questa frantumazione del tessuto sociale che nelle campagne ebbe la sua espressione in un aumento della sottoccupazione e nella proliferazione di figure professionali deboli e isolate quali il contadino-operaio, il lavoratore a domicilio, il  piccolo proprietario dedito alla produzione volta all’autoconsumo. L’antica contrapposizione fra città e campagna non poté quindi che essere aggravata e non si sanò neppure nel periodo della lotta di liberazione. 

Gli ostacoli che impedivano una più vasta penetrazione nelle campagne e un più largo coinvolgimento delle classi contadine nella lotta partigiana, furono ben compresi  da “La Fabbrica” che affrontò l’argomento in diverse occasioni. I maggiori impedimenti che il movimento partigiano incontrava, avrebbero dovuto essere superati  innanzitutto attraverso il rafforzamento della coscienza di classe dei contadini in modo da realizzare l’unità del lavoro nelle campagne. Ottenuto questo primo risultato, le lotte contadine avrebbero dovuto poi essere saldate con quelle del proletariato urbano, permettendo così la creazione di un fronte del lavoro unitario che avrebbe posto rimedio alla divisione fra città e campagna trasformando la Resistenza in estesa lotta popolare.  Per giungere a tale obiettivo era però necessario da un lato studiare i problemi particolari dei contadini e dall’altro lanciare parole d’ordine chiare largamente condivise e basate su rivendicazioni economiche immediate quali il rifiuto del pagamento delle tasse, la richiesta di una sufficiente distribuzione di tutti i mezzi necessari al lavoro dei campi, di un aumento dei generi razionati e della loro regolare distribuzione. Bisognava poi procedere, sul piano organizzativo, alla creazione in ogni villaggio di un Comitato segreto d’agitazione e di squadre armate di difesa capaci d’opporsi alle requisizioni. 

Nonostante questi propositi, avanzati all’inizio del 1944, tre mesi dopo il giornale comunista ritornava sul problema vedendosi costretto ad ammettere la debolezza del movimento che si presentava non  ancora in grado di << coordinare le azioni isolate, di sviluppare e concretizzare le azioni spontanee, di creare un vero fronte di lotta              contadina >>. Oltre che prendere atto della refrattarietà del mondo contadino, il giornale muoveva una precisa critica anche all’operato del Partito, il cui lavoro politico nel contado era giudicato << quasi nullo >>,  e lo esortava ad interessarsi maggiormente ai problemi dei contadini verso i quali era indispensabile  svolgere un lavoro continuativo. Un altro intervento, datato 8 agosto, riproponeva le posizioni già espresse in precedenza e tornava a chiedere, a dimostrazione di quanto il lavoro nel contado continuava a procedere lentamente, la creazione de Comitati contadini. 

Queste prese di posizione rappresentano buona parte dei rari interventi  della stampa clandestina dedicati al problema contadino che, di fatto, al di là dei motivi propagandistici, continuò a rivestire sempre un aspetto marginale. L’obiettivo di raccogliere consensi presso il ceto medio, perseguito dai partiti moderati e dallo stesso Pci, non permise mai alle forze della Resistenza di procedere con maggior decisione verso le masse del contado. Emblematiche a riguardo appaiono le posizioni affiorate nel corso del 1944  in un momento particolarmente difficile per gli approvvigionamenti dei beni primari. La rarefazione dei generi alimentari e la diffusione della borsa nera, con il conseguente aumento vertiginoso dei prezzi, portarono i fascisti a scagliarsi duramente contro le campagne ritenute le principali responsabili della mancanza dei generi di prima necessità e  accusante di essere le affamatrici della città. Invece di sfruttare questa polemica a proprio vantaggio, in modo da favorire la creazione di quel fronte unico del lavoro prospettato dalla “Fabbrica”, le forze antifasciste, pur comprendendo che le maggiori responsabilità erano da imputarsi ai piccoli commercianti, non giunsero mai a denunciare la verità per timore di alienarsi i consensi della piccola borghesia, perdendo in tal modo la possibilità di realizzare una solida alleanza operaio-contadina. 

Dato questo quadro, cui è necessario includervi anche l’azione di repressione svolta dai repubblicani di Salò e dalle truppe d’occupazione tedesche, la debolezza della Resistenza nel sud- ovest Milanese non può certo stupire; una fragilità  che rimase pressoché immutata lungo tutti i venti mesi dell’occupazione e che non permise alla lotta di liberazione di assumere un carattere di massa.  In pratica il mondo contadino confermò il suo isolamento socio-culturale mentre la Resistenza mostrò la sua debolezza  non riuscendo a dilatare la sua influenza al di fuori dei primi nuclei presso i quali aveva trovato inizialmente appoggio. Nonostante queste difficoltà sul territorio si svilupparono ed agirono diversi nuclei partigiani: comunisti, socialisti e cattolici organizzarono proprie formazioni che assunsero compiti militari, di propaganda, di supporto logistico alle formazioni di montagna e d’assistenza alla Resistenza; assenti furono invece le forze  liberali e gielliste.  

Il primo nucleo armato, composto da una trentina di uomini, si costituì nel novembre del 1943 in stretto collegamento con il Cln di Magenta nato nei primi giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre. Il distaccamento, che faceva riferimento all’organizzazione comunista, ma che era pronto ad accogliere chiunque fosse disposto a combattere contro il nazifascismo, era guidato da un antifascista di vecchia data, Arioli Anselmo, e comandato da Terrazzi Mario. Il gruppo, che agiva fra le boscaglie del fiume Ticino, portò subito a termine alcuni atti di sabotaggio e di disarmo e poi, nel gennaio del 1944, si spinse fino ad  occupare il paese di Boffalora Ticino. L’azione era però al di sopra delle sue reali capacità operative: l’intervento delle forze repubblicane e tedesche portò infatti in breve tempo allo scioglimento del nucleo partigiano costringendo i suoi elementi ad abbandonare la lotta oppure a prendere la via della montagna. Coloro che optarono per la seconda soluzione si trasferirono in Valsesia dopo una lunga marcia, mentre un altro gruppo prese contatto con il Comando di Milano e fu inviato a continuare la lotta in Val Chiavenna. Fra questi c’era anche Terrazzi che a fine inverno tornò nel Magentino per formare una squadra d’azione volante che assunse il nome di 4ª Brigata Sap. Fra le prime formazioni che nacquero nel sud-ovest, sono da annoverare anche i “Corvi Rossi”, una piccola pattuglia di soli tre uomini che si costituì tra  la fine del 1943 e l’inizio del 1944 ad Ozzero, nei pressi di Abbiategrasso. Il gruppo, che tenne le sue prime riunioni in casa del parroco del paese alla presenza di commercianti e piccoli agricoltori, si mostrò subito deciso e  combattivo cominciando a sottrarre armi dai camion tedeschi parcheggiati vicino ai cascinali e a disarmare i militari isolati.   La breve esperienza in montagna del gruppo di Terrazzi e le conoscenze militari di Riccardo Chiodini, ex allievo ufficiale e animatore dei “Corvi Rossi”, conferirono a questi due nuclei  un  grado di combattività che andò poi a riflettersi  positivamente sulle relative brigate garibaldine cui furono successivamente aggregati.

Gruppi  più numerosi e organizzati nacquero solo nella primavera del 1944 quando sul territorio comparvero le Brigate “Matteotti”, d’ispirazione socialista, una brigata cattolica e, soprattutto, quando agli originari nuclei gravitanti attorno al Partito comunista furono affiancate, secondo i criteri  elaborati da Italo Busetto, le Squadre d’azione patriottica. Aperte a tutti senza alcuna preclusione politica, sul piano organizzativo dovevano articolarsi in diversi distaccamenti, per raggrupparsi poi in brigata, ed essere collegati  ad un unico Comando militare. Le squadre dovevano inquadrare elementi legali ed essere rette da criteri offensivi e i loro compiti comprendevano sia la propaganda, da svolgersi mediante il lancio di volantini, le scritte murali, l’organizzazione di comizi, sia veri e propri atti militari quali  le azioni di disarmo, la distruzione dei cartelli indicatori stradali, i sabotaggi contro le linee di comunicazione. In tal modo la presenza partigiana avrebbe coinvolto ogni settore della società permettendo di colpire il nemico e favorendo nuove adesioni permettendo alla lotta di assumere un carattere sempre più di massa. 

Le formazioni matteottine cominciarono a diventare operanti a partire dal marzo del 1944 grazie all’impulso di Giovanni Lo Giudice, socialista e membro del Cln di Magenta, che ne assunse la direzione.  Nel sud-ovest milanese operarono alcune brigate appartenenti   alla IX Divisione Matteotti comandata da Mario Levi. Il territorio di competenza della Divisione era molto dilatato comprendendo la  zona del Ticino, quella fra Magenta e Binasco  e infine le aree aeroportuali di Novara e Milano. Si componeva di cinque distinte brigate cui erano affidati ruoli ben definiti: la 201ª e la 205ª dovevano condurre azioni contro le caserme e gli aeroporti; alla 202ª era affidato l’incarico di attaccare i camion tedeschi in uscita dalle fabbriche; la 203ª doveva compiere sabotaggi stradali e, infine, la 204ª era destinata a svolgere azioni di propaganda finalizzate al reclutamento nelle fabbriche di Abbiategrasso e Magenta.  La scarsa documentazione non permette una precisa ricostruzione dell’attività svolta dalla Divisione che, comunque, dovette essere limitata a pochi gesti di propaganda e  a qualche raro disarmo. Ad ogni modo è opportuno precisare che all’interno della IX Divisione si assistette ad un duplice orientamento. Nel Magentino gli uomini della “Matteotti” collaborarono proficuamente con le formazioni Garibaldi partecipando spesso ad azioni comuni, nell’Abbiatense invece l’atteggiamento fu essenzialmente attesista e anche abbastanza superficiale tanto che nel marzo del 1945 il Comando della Divisione “Magenta” chiese espressamente al Comando Piazza di Milano il permesso di sospendere qualsiasi collaborazione con i socialisti, una presa di posizione che minava l’unità d’azione antifascista, e che rischiò di essere denunciata come atto di insubordinazione, non potendo quindi che essere rifiutata con assoluta decisione. 

Debole dal punto di vista militare fu anche l’apporto fornito dai cattolici che organizzarono due brigate le quali arrivarono ad inquadrare un numero di uomini di  poco inferiore al centinaio d’unità. La prima a sorgere nel marzo 1944 fu la Brigata  “Colombini”, cui aderirono trentasette persone con mansioni di propaganda, nata nel mese di marzo a Magenta e presente anche nei paesi di Corbetta e Marcallo. La Brigata durante tutta la sua vita non prese parte ad alcuna azione bellica, ma svolse un importante ruolo di raccordo con le formazioni operanti nell’Alto Milanese tenendole puntualmente informate sulla situazione militare della zona . Nella primavera del 1945 sorse ad Abbiategrasso una seconda formazione cattolica, la Brigata “Carroccio”, che di fatto si limitò nei giorni della liberazione a svolgere una funzione d’ordine pubblico e ad attestare in maniera evidente l’avvenuta  partecipazione dei cattolici alla lotta di liberazione. 

La valutazione del contributo fornito dai cattolici alla Resistenza non può, in ogni caso, essere limitata al solo aspetto militare. Se i comunisti furono i principali protagonisti e promotori della lotta armata, i cattolici rivestirono un ruolo altrettanto fondamentale in ambito assistenziale, dando il loro aiuto ai partigiani e alla popolazione civile e trasformando le parrocchie e gli oratori in punti di riferimento per l’intera Resistenza. La nascita delle brigate cattoliche, come la “Carroccio”, fu il risultato di un lungo processo di maturazione politica e la prova della  piena condivisione  sul piano morale della scelta compiuta dal movimento partigiano di scendere sul terreno della lotta armata. Personalità sicuramente rappresentativa del vasto impegno cattolico, certo non meno pericoloso della scelta di imbracciare un’arma, è  quella di don Ambrogio Palestra. Coadiutore presso la parrocchia di Abbiategrasso, nell’autunno del 1943 fu promotore di una serie d’incontri a sfondo sociale, ispirati al pensiero di Toniolo e a quello di don Sturzo, con i giovani abbiatensi dell’Azione cattolica. In tale contesto maturarono le idee di creare una sezione clandestina della Democrazia cristiana e di far sorgere una brigata partigiana cattolica pronta ad intervenire negli eventi bellici al momento opportuno. Dopo una lunga preparazione, accompagnata da un traffico clandestino d’armi gestito dai fratelli Anziani,  nel febbraio del 1945 nacque quindi la Brigata “Carroccio”, diretta da militari e composta da una cinquantina di giovani dell’oratorio. I cattolici abbiatensi si impegnarono poi nel diffondere in modo << assiduo e continuo >> la stampa clandestina ed ebbero un peso determinante nel tessere in modo prudente e graduale la trama che avrebbe portato alla nascita del Cln locale. Le riunioni tra le forze antifasciste della zona, caratterizzate da          << una cordiale e sincera intesa al di sopra di ogni divergenza teorica di partito >>, si svolsero il più delle volte presso lo studio di don Palestra oppure nell’abitazione di un altro sacerdote, don Seveso. L’intervento di Palestra fu provvidenziale anche nel caso di una trentina di donne ebree che trovarono sicuro rifugio presso la Pia Casa degli Incurabili dove, con documenti falsi, furono nascoste per tutto il periodo bellico fra i malati dell’istituto. 

L’esempio di don Palestra  nel sud-ovest milanese non costituisce certo un caso isolato: a Magenta, presso l’asilo “Giacobbe”,  le suore ospitarono riunioni segrete di partigiani, mentre  gli oratori di Boffalora, Corbetta, Magenta e Robecco sul Naviglio diventarono le sedi dei diversi Cln locali, nonché depositi d’armi, centri dove si procedeva allo smistamento della stampa clandestina, luoghi in cui trovarono rifugio i renitenti e i partigiani ricercati cui spesso erano direttamente rilasciati documenti falsi. In altri paesi, come ad esempio a Binasco, erano anche attivi Centri studi di matrice cattolica dediti ad attività antifascista e non mancarono neppure casi di scelte più radicali, come quella di don Virginio Colzani, coadiutore della parrocchia di Ponte Vecchio e comandante dell’omonimo distaccamento garibaldino.

Sul piano militare il ruolo più importante fu comunque svolto dalle formazioni garibaldine che, organizzate da Carlo Chiappa fra la primavera e l’autunno del 1944, furono strutturate in modo da coprire capillarmente l’intero territorio. Chiappa, dietro le indicazioni del Partito e grazie alle sue personali conoscenze, si mosse nell’intera area del sud-ovest Milanese entrando in contatto con singole personalità o con i diversi gruppi che avevano già intrapreso l’attività partigiana, permettendo il sorgere in pochi mesi di tre brigate che, nell’inverno successivo, formarono la Divisione “Magenta”. Questo momento di sviluppo della struttura partigiana coincise  anche con la sua fase di maggiore difficoltà.  Fra il giugno e l’agosto del 1944, infatti, una serie di arresti, rastrellamenti e l’eccidio perpetrato ai  danni  della popolazione civile di Robecco sul Naviglio, colpirono duramente i quadri del movimento partigiano mettendone a rischio la sopravvivenza e producendo un effetto negativo sulla popolazione contadina. Superate le difficoltà del momento le azioni delle tre Brigate ripresero poi senza sosta fino ai giorni dell’insurrezione. 

I contatti con il gruppo di Anselmo Arioli sfociarono nel settembre nella creazione della 168ª Brigata Garibaldi “Franco Parmigiani” composta da circa 200 uomini e comandata da Trezzi Costante. La Brigata aveva il suo centro strategico a Magenta e agiva nel nord del blocco controllando le vie di comunicazione ferroviarie e autostradali che da Milano conducevano a Torino. Con la Brigata era in contatto anche il distaccamento autonomo Ticino, operativo a Cerano e vero braccio armato della 168ª. Il distaccamento si rese protagonista d’attacchi contro caserme dei carabinieri e della finanza e sostenne diversi scontri armati con tedeschi e  fascisti; svolse inoltre un utile lavoro di  collegamento con le formazioni di Novara e con quelle dislocate in Val Sesia diventando un riferimento essenziale per gli scambi di uomini e materiali che avvenivano fra città e montagna. 

La 168ª fu fra le tre brigate quella militarmente più attiva portando a termine un discreto numero d’azioni. Il taglio dei cavi telegrafici e gli attacchi agli automezzi che transitavano lungo la linea autostradale si succedettero con una frequenza quasi regolare, mentre diversi sabotaggi furono condotti sulla linea ferroviaria e furono spesso affiancati da operazioni di recupero d’armi che ebbero luogo sui vagoni in sosta  presso la stazione di Vittuone. Il suo nucleo forte era concentrato soprattutto nelle fabbriche del Magentino dove fu svolta un’intensa opera di propaganda e dove non mancarono neppure azioni di sabotaggio della produzione bellica come nel caso del “Pignone” dove era usuale mettere fuori uso le mine.  Una certa attenzione fu prestata anche al mondo rurale in modo particolare appoggiando le rivendicazioni delle mondine e spalleggiando i contadini nel boicottaggio della politica  degli ammassi. Nel mese di giugno 1944, ad esempio, alcune trebbiatrici furono incendiate nei comuni di Magenta, Boffalora, Corbetta  e nel luglio seguente, a dimostrazione di come tali azioni furono condotte ripetutamente ed ebbero luogo un po’ ovunque nella zona, un rapporto del Comando tedesco di Legnano inviato al Comune di Sedriano chiese alle autorità locali di intervenire ad ogni costo contro le interruzioni della trebbiatura minacciando in caso contrario sanzioni gravissime. 

I contatti con elementi di Abbiategrasso portarono nel novembre del 1944 alla nascita della seconda brigata della zona: la 169ª Brigata Garibaldi “Scrosati”  impegnata lungo tutti i paesi posti sul Naviglio Grande. La Brigata, che inquadrava 265 uomini in maggioranza di Abbiategrasso,  era guidata da Mantegazza Giovanni e si articolava in  quattro distaccamenti. Il suo sviluppo fu condizionato da una serie d’arresti verificatisi nel luglio del 1944 che misero a dura prova l’organizzazione partigiana operante nella zona e ne accentuarono l’atteggiamento attesista. Il nucleo comunista Abbiatense, ed è questo il suo limite maggiore, era infatti costituito da quadri piuttosto anziani, restii ad intraprendere con decisione la lotta armata e ad adottare severe  norme cospirative. Un limite che affiorò anche quando, entrati in contatto con la più attiva pattuglia dei “Corvi Rossi”, non mancarono di criticare gli atteggiamenti esuberanti e a volte spregiudicati delle loro azioni, ritenute pericolose per l’incolumità della città di Abbiategrasso. Il centro del Partito, data la situazione dei propri quadri nell’Abbiatense, inviò alcuni suoi uomini nell’intento di rafforzare la Brigata e operò secondo una duplice linea. Da un lato cercò di preservare l’organizzazione esistente in chiave futura e dall’altro, per ciò che riguardava la conduzione della lotta, puntò sulla pattuglia dei “Corvi Rossi” che di fatto assunse un ruolo preminente nell’intera area del Naviglio Grande. Basti pensare che su un totale di 16 azioni portate a termine fra il gennaio e il marzo del 1945, la metà furono condotte proprio da uomini appartenenti al distaccamento di Ozzero.

Nel mese di novembre fu ufficializzata anche la nascita della 170ª Brigata Garibaldi                          “Santagostino” , comandata da Doveri Anselmo, che controllava invece tutta la zona situata a sud del blocco e che insediò il suo Comando a Motta Visconti. Il gruppo originario era sorto nei pressi di Besate ed era costituito da militari sbandati e da ex prigionieri di guerra alleati, organizzati da Luigi Borgomaneri e dal padre Rinaldo. Alla fine dell’estate del 1944 la formazione contava 100 uomini e si era già distinta per numerose azioni di disarmo, di sabotaggio e di propaganda che avevano diffuso un crescente terrore tra i fascisti della zona. A partire dalla fine di settembre l’attività, per via dei sospetti che le autorità fasciste cominciarono a nutrire verso alcune persone che erano poi gli effettivi responsabili della formazione, cessò quasi completamente. Su suggerimento del Commissario politico Carlo Chiappa, le principali personalità del raggruppamento entrarono nella Todt dove svolsero un’intensa azione di propaganda fra gli operai incitandoli alla rivolta. Le azioni della 170ª ripresero solo all’inizio del 1945 e videro una maggior partecipazione di tutti i distaccamenti della Brigata impegnata soprattutto nei disarmi e nell’opera di propaganda. Furono compiuti ripetuti lanci di manifestini, organizzati comizi volanti e  realizzate in tutti i paesi della zona numerose scritte murali. Non mancò neppure qualche sporadico attacco alla linea ferroviaria e qualche scontro con i nazifascisti tutti conclusi, questi ultimi, senza alcun spargimento di sangue.  

Con l’aprirsi del 1945 le azioni partigiane, a Milano e in tutta la provincia, aumentarono sia d’intensità sia d’audacia, fino al punto che non si avvertiva neppure più la necessità di propagandarle. Una crescita esponenziale che ebbe il suo epilogo nel primo pomeriggio del 24 aprile quando la 110ª Brigata Garibaldi si scontrò a Milano, in zona Niguarda, con un gruppo di fascisti e di tedeschi. Nelle vie adiacenti agli scontri furono spontaneamente erette barricate: era l’avvio dell’insurrezione, confermata nelle stesse ore dai vertici partigiani, che fissarono per il 25 aprile alle ore 14 l’inizio dello sciopero insurrezionale. Nel sud-ovest una ricostruzione degli avvenimenti di quei giorni è fornita da una relazione del Comando della Divisione “Magenta” che non poté, dato il rapido susseguirsi degli episodi, che evidenziarne quelli principali. 

Nella notte fra il 24 e il 25 aprile il Comando della Divisione si stabilì a Caselle di Morimondo per elaborare il piano insurrezionale e per mobilitare le tre Brigate del blocco. Il 25 aprile, in prima mattinata, la 169ª Brigata occupò il Municipio di Vermezzo e s’impadronì dell’intera zona di sua competenza senza incontrare particolari difficoltà. Pochi scontri isolati, con il fine di giungere al completo disarmo delle forze tedesche, coinvolsero invece la 170ª che riuscì comunque a prendere  possesso di Motta Visconti, Binasco, Lachiarella e degli altri paesi compresi nel suo raggio d’azione. Nel frattempo, seguendo l’esempio delle fabbriche da subito occupate, insorse anche Magenta che, di fatto, fu posta sotto controllo in modo completo dalle forze partigiane della 168ª il giorno successivo dopo alcuni scontri presso la stazione ferroviaria e un duro conflitto con i tedeschi. 

Abbiategrasso fu invece occupata il giorno 26 senza alcun incidente di rilievo visto che la Brigata Nera di stanza nella cittadina, si arrese dopo una lunga trattativa  ponendo come unica condizione quella di poter cedere le armi alla Brigata cattolica “Carroccio” la quale impedì qualsiasi atto di giustizia sommaria. Coloro che erano ritenuti i maggiori responsabili delle violenze fasciste, furono portati nel carcere di Abbiategrasso e poi trasferiti, pur con qualche difficoltà, al San Vittore di Milano. Altri focolai di breve durata  si accesero nei pressi dei caselli autostradali di Arluno e Cornaredo dove le forze partigiane attaccarono i tedeschi in ritirata. 

Durante le giornate insurrezionali l’opposizione dei fascisti fu di fatto quasi inesistente mentre più decisa fu l’opposizione dei reparti tedeschi che continuarono ad opporre una dura resistenza. Postazioni naziste rimasero operanti a Ponte Vecchio, Boffalora, Abbiategrasso e Ozzero per un totale di circa cinquecento-seicento uomini  che nei giorni successivi furono circondati e costretti alla resa solo dopo lunghe trattative.  Nel frattempo intere colonne della Wehrmarcht in ritirata dal Piemonte, dalla Liguria e da Pavia si apprestarono a convergere su Magenta e Abbiategrasso nel tentativo di ricongiungersi a Milano con il resto del proprio esercito. Il tentativo di sbarrare la strada a queste colonne in ritirata costituì il grosso delle operazioni militari condotte in quei giorni dalle tre brigate della Divisione “Magenta”. 

La sera del 26 aprile una prima colonna proveniente da Pavia  formata da un autocarro, un’autoblinda e altri quarantasei carri blindati, superò un posto di blocco vicino a Motta Visconti per dirigersi su quest’ultimo paese. Inutile fu l’opposizione di parte degli uomini del distaccamento locale della 170ª: la colonna tedesca, dopo aver sostenuto un duro combattimento, proseguì verso Milano resistendo ai ripetuti attacchi che avvennero lungo tutto il tragitto per arrendersi, una volta arrivata nel capoluogo lombardo, direttamente agli Alleati.  Il 27  fu invece  la volta di un’intera colonna della X Mas, bloccata e disarmata nei pressi di Robecco sul Naviglio, e di un treno blindato che, partito da Genova e diretto a Milano, sarebbe dovuto transitare per Abbiategrasso. Per bloccarlo furono posti sbarramenti lungo la linea ferroviaria e s’ipotizzò persino di minare il ponte sul Ticino, ma l’imponente convoglio fu fatto deragliare e distrutto a Vigevano dai partigiani locali dopo una cruenta battaglia.  

Il 28 fu un’altra giornata difficile sia per Magenta sia per Abbiategrasso. Magenta fu minacciata da una colonna tedesca proveniente da Novara che costrinse la popolazione a scavare fossati e ad erigere barricate per timore di un suo ingresso nella città. La colonna, che aprì il fuoco contro la ciminiera della fabbrica Snia, cambiò poi direzione prendendo la via dell’autostrada verso Milano ed  evitando così un inutile scontro. Una sorte più dura, per lo meno sul piano morale, toccò invece ad Abbiategrasso che fu  completamente occupata da circa ottomila soldati tedeschi e da militi appartenenti alla X Mas provenienti dalla Liguria. Dopo il loro ingresso nella città i partigiani, consapevoli che ormai il nemico non poteva che arrendersi, si allontanarono per evitare inutili spargimenti di sangue. Non si verificò nessun grave episodio ma la tensione fu però molto alta, basti pensare che il Comando Alleato prese perfino in considerazione l’ipotesi di un bombardamento della cittadina. Furono vissute ore di grande intensità con il  commissario politico Carlo Chiappa che si vide costretto ad accorrere a Milano presso il nuovo sindaco della città, Riccardo Lombardi, e direttamente al Comando Piazza per scongiurare tale eventualità.  Ogni azione militare a quel punto era però perfettamente inutile avrebbe avuto solo risvolti tragici: la resa non poteva che essere solo questione di ore e, infatti, il giorno seguente le truppe tedesche si arresero agli Alleati e cominciarono ad abbandonare Abbiategrasso che fu completamente evacuata nelle prime ore del 1° maggio.  Aveva così termine l’insurrezione che si era svolta senza grandi incidenti anche se furono registrate alcune vittime sia fra la popolazione, come a  Robecco sul Naviglio dove i  tedeschi in ritirata spararono sui civili, sia fra i partigiani . 

Le giornate insurrezionali confermarono il ruolo centrale assunto nel sud-ovest dalle forze cattoliche e dall’organizzazione comunista  che più di ogni altro, nei mesi precedenti, si erano prodigate nel tentativo di coinvolgere nella lotta i ceti popolari.
A riguardo delle Brigate Garibaldi è in ogni caso giusto ricordare che la sua base fu abbastanza variegata accogliendo individui di diversa fede politica e anche soldati appartenenti ad altre nazionalità.
Quest’ultima considerazione, cui va sommata anche la constatazione dei buoni rapporti che intercorsero fra comunisti e cattolici, può permettere di affermare che nel sud- ovest la Resistenza assunse un carattere unitario con valori pienamente condivisi da tutti coloro che decisero di farne parte. Detto questo è anche però necessario chiarire che  in tale area la lotta di liberazione non fu capace di tradursi in guerra popolare.
In questo settore, infatti, la Resistenza nacque come esperienza minoritaria e tale rimase durante tutto il corso dei venti mesi di occupazione non riuscendo mai a mobilitare ampi settori della società.
Lo stesso numero dei partigiani, alla vigilia dell’insurrezione, era di poco superiore a quello che costituiva la base  delle diverse brigate al momento della loro nascita. Questa scarsa penetrazione della Resistenza fra le masse popolari  è ben evidenziata dai commenti di due protagonisti di quel periodo. Don Ambrogio Palestra espresse la sua opinione, con accenti non privi di una forte punta polemica contro gli opportunisti dell’ultima ora, già all’indomani della liberazione.
Sul giornale di Abbiategrasso “Libertà” nel luglio del 1945 egli scrisse:
<< Quante volte tentammo di far presente a molti, la necessità di agire, di lavorare intensamente e trovammo freddezza, titubanza e, diciamolo pure viltà. E costoro furono gli stessi che dopo il 26 aprile si sentirono leoni, si atteggiarono a eroi della libertà gridarono più forte degli altri e magari rubarono più degli altri >>. 
Un giudizio analogo fu formulato anni dopo anche dal Commissario della Divisione “Magenta” che ricordando gli avvenimenti del biennio 1943-1945, sottolineò con particolare lucidità  la mancanza di una diffusa partecipazione delle masse alla Resistenza: 
<< Erano le masse che dovevano insorgere. Le masse non han fatto niente. Erano gruppetti, che han fatto la Resistenza, i quali han pagato poi. Ci voleva uno sdegno di massa e allora vedevi i fascisti volar fuori dalle finestre>>. 
Si è quindi lontani dalla presenza di un vasto movimento  popolare e questo non può che portare a condividere la tesi, formulata da Renzo De Felice, di una vasta “zona grigia” della popolazione che rimase in attesa degli eventi cercando di sopravvivere alla meglio fra i due  contendenti . 
Una descrizione significativa di questo atteggiamento di oscillazione fra i due poli opposti, è fornita dalla seguente testimonianza che descrive il comportamento delle masse operaie all’interno di alcune fabbriche  di Vittuone:<< Andavano dentro la mensa degli operai [i fascisti] e dicevano:
“Guardate che siete circondati dalle forze fasciste. Vogliamo che gridiate : Viva il Duce!”.
E allora […] questi operai : “Viva il Duce!”.
Dopo magari mezz’ora, entrava un gruppetto di sbandati: “Siete circondati dai partigiani , dovete gridare : Viva Stalin!”. E loro: “Viva Stalin!” >>
 Questa presa di coscienza della realtà non può ad ogni portare a misconoscere l’importanza dei princìpi che stanno alla base della Resistenza sia sul piano pratico sia su quello morale.
Ogni valutazione riguardante l’aspetto quantitativo della Resistenza, inoltre, non può prescindere dal tenere in dovuta considerazione il consenso che il popolo italiano continuò a manifestare, sia in forma sia in forma passiva, nei riguardi del fascismo anche durante i primi anni di guerra.
Queste considerazioni non possono che portare in primo luogo ad avvalorare la scelta resistenziale mostrando come una parte degli italiani fosse disposta non solo ad accettare un nuovo ordine imposto dai vincitori del conflitto, ma anche a contribuire con  il proprio sacrificio alla sua effettiva realizzazione. In secondo luogo, per ciò che riguarda il sud-ovest Milanese,  nonostante il suo apporto limitato sulle sorti della guerra partigiana la lotta armata contribuì ad isolare il nemico e a snervarlo psicologicamente facendo crescere la sua insicurezza e la sensazione di essere circondato da un ambiente che, con il passare dei mesi, diveniva sempre più ostile.
La nascita delle brigate partigiane favorì inoltre la ripresa ad ogni livello dell’attività politica permettendo così il comparire di una nuova classe dirigente, presupposto essenziale per la nascita della futura società democratica. Coloro che invece, come i cattolici, optarono per ragioni culturali più ad un impegno rivolto al soccorso e all’educazione politica, ebbero l’indubbio merito di avviare il processo di ricostruzione di quel tessuto sociale che era stato lacerato da un ventennio di totalitarismo.                                     
La divisione Magenta  
168ª brigata Garibaldi 
169ª brigata Garibaldi 
170ª brigata Garibaldi 
Distaccamento autonomo di Cerano    
 
Comando della Divisione Magenta: 
Comandante Arioli Anselmo “Licio” 
Vice Comandante  Chiodini Riccardo “Corvo” 
Commissario politico Chiappa Carlo “Abele” 
Vice Commissario Nyiszli Emerico “Plinio”     
 
1.Azioni complessive della 168ª brigata “Parmigiani”  e loro dettaglio 
  N° azioni
I° distaccamento 9
II° distaccamento 37
III° distaccamento 7
 Distaccamento Cerano 11
Non identificate 2
Totale 66
 
  N° azioni
Disarmi a fascisti e tedeschi 18
Azioni di propaganda 7
Sabotaggi automezzi 3
Sabotaggi linee telefoniche 6
Sabotaggi linea ferroviaria 8
Sabotaggi autostrada 2
Recupero armi 2
Attacchi a tedeschi e fascisti 19
Distruzione materiale bellico 1
  2
Totale 66
 
Fonte : Relazione delle azioni svolte dai componenti la 168ª brigata Garibaldi “Franco Parmigiani”, in A.IRMSO, Fondo O.Fontanella, b. 3, f. 24. 
 
2. Dettaglio azioni svolte dalla 169ª brigata “Sorosati” dal gennaio al marzo 1945 
  N° azioni
Disarmi fascisti e tedeschi 5
Azioni di propaganda 2
Recupero materiale bellico 6
Distruzione segnaletica stradale 2
Irruzione in uffici pubblici 1
Totale 16
 
Fonte: Rapporti della 169ª brigata Garibaldi, in Archivio Fondazione Feltrinelli,Fondo Marco Fini, Serie Resistenza, Fasc. n. r. 1-2/3 ora in A.Magnani – Y.Godoy, I venti mesi della città di Abbiategrasso, Abbiategrasso, Litografia Abbiatense, 1997, pp. 301-303 
 
3. Dettaglio azioni svolte dalla 170ª brigata “Santagostino” 
  N° azioni
Disarmi fascisti e tedeschi 9
Azioni di propaganda 8
Recupero materiale bellico 2
Sabotaggi linea telefonica e ferroviaria 5
Totale 24
 
Fonte: Azioni più importanti eseguite dalla brigata, in A.ISRMO, Fondo Fontanella, b.3,f.24.  
 
Situazione delle Sap in Milano e Provincia, ora in L.Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera, Milano, Franco Angeli,1984, pp. 320-321. 
Cfr. G.Della Valentina, L’agricoltura fra le due guerre, in “Storia di Milano”,Roma, Treccani, t.I, p. 19. 
Cfr. G.Della Valentina, Agricoltura e sviluppo economico in Lombardia fra le due guerre, in AA.VV, Agricoltura e forze sociali in Lombardia nella crisi degli anni trenta, Milano, Franco Angeli, 1983, pp. 21-56. 
Cfr. G.Della Valentina, L’agricoltura fra le due guerre, in “Storia di Milano”, p.25. Si vedano inoltre i saggi contenuti in AA.VV, Agricoltura e forze sociali in Lombardia nella crisi degli anni trenta,cit. Contadini e proletari devono marciare uniti, in “La Fabbrica”, 21 gennaio 1944. Organizziamo la lotta nella campagna, in  “La Fabbrica”, 3 maggio 1944. Ivi. I Comitati contadini, in “La Fabbrica”, 8 agosto 1944. L.Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera, cit., 104-105. 
Cfr. L.Ganapini, Una città, la guerra (Milano 1939-1951), Milano, Franco Angeli, 1988, pp. 114 -116. 
Cfr. R.De Felice, Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943-1945, Torino, Einaudi, 1997, pp. 276, 298-299. Una Brigata Giustizia e Libertà sorse ad Abbiategrasso solo nei giorni immediatamente successivi alla liberazione. Nei registri per i premi di smobilitazione compaiono per questa Brigata 48 nominativi la maggioranza dei quali non poteva certo essere riconosciuta come partigiano.
Cfr. Comando Centro raccolta Magenta: registri dei premi di smobilitazione delle brigate, in Archivio Storico della Resistenza e del Movimento Operaio, (da ora in poi A.ISRMO), Fondo O. Fontanella, busta 3, fascicolo 25. G.Bianciardi-A.Magnani (a cura di), La fiera di San Biagio, Anpi Magenta,1995, p.16.AA.VV, Gaggiano 1943-1946, Gaggiano, Coop Il ponte, pp. 229-230. 
Cfr. L.Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera, cit., p.95.
Cfr. Prontuario del Sapista, in L.Borgomaneri., Due inverni, un’estate e la rossa primavera, cit., pp. 341-347. 
Cfr. L.Cavalli-C.Strada, Nel nome di Matteotti.Materiali per una storia delle brigate Matteotti in Lombardia, 1943-1945, Milano, Franco Angeli, 1982, pp. 78- 82. Dai registri di smobilitazione è possibile calcolare approssimativamente il numero dei componenti delle diverse brigate socialiste, fermo restando che bisogna poi compiere un’ ulteriore distinzione fra partigiani, patrioti e benemeriti. 201ª 130 componenti, 202ª 28 componenti, 203ª 67 componenti, 204ª 76 componenti. Mancano indicazioni per la 205ª
Cfr. Comando Centro raccolta Magenta: registri dei premi di smobilitazione delle brigate, in A.ISRMO, cit. Cfr. Bollettino delle azioni, in A.IRSMO, fondo O.Fontanella, busta 1 , fascicolo 2. 
Cfr. A.Magnani – Y.Godoy, I venti mesi della città di Abbiategrasso, Abbiategrasso, Litografia Abbiatense, 1997, pp. 102-103. La Brigata assunse tale nome in memoria del giovane Ambrogio Colombini, ucciso da fascisti a Magenta il 3 febbraio precedente. Sulla sua attività
Cfr. Testimonianza di T.Gammarasca, in G.Bianciardi-A.Magnani (a cura di), La fiera di San Biagio, cit.,
p.70. Cfr. F.Traniello, Città dell’uomo. Cattolici, partito e Stato nella storia d’Italia, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 217-262 A.Palestra, Le gloriose tappe della più recente storia della Democrazia Cristiana Abbiatense, in “Libertà”, 15 luglio e 26 agosto 1945.  Per il ruolo dei cattolici nell’Italia settentrionale si veda B.Gariglio (a cura di), Cattolici e Resistenza nell’Italia settentrionale, Bologna, Il Mulino,1997. Per ciò che riguarda il sud ovest Milanese Cfr. A.Palestra, Il contributo dei cattolici alla lotta di liberazione nell’Abbiatense, Abbiategrasso, Cooperativa Culturale “Shalom”, 1976,  G.Barbareschi, Memorie di sacerdoti ribelli per amore, Milano, Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi religiosi, 1986 nonché  A. Magnani, Cattolici tra antifascismo e Resistenza. La Brigata “Carroccio di Abbiategrasso”, in “Storia in Lombardia”, 1, 1999,
pp. 115-133. Cfr. A. Magnani, Cattolici tra antifascismo e Resistenza. La Brigata “Carroccio di Abbiategrasso”, cit.,
p. 133. La Brigata assunse tale nome in memoria di Franco Parmigiani, appartenente al distaccamento Ticino e caduto in combattimento il 1° settembre 1944. Era suddivisa in tre distaccamenti. Il primo comprendeva Settimo Milanese,Sedriano, Vittuone e Arluno; il secondo Magenta, Casorezzo e Robecco sul Naviglio; il terzo Boffalora Ticino e Marcallo.  L.Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera, cit.,
p.195.  Il distaccamento il 2 marzo attaccò la caserma dei carabinieri di Cassolnuovo, a maggio disarmò la guardia di finanza di Cerano, a novembre assaltò la caserma della Muti di Gravellona. All’inizio di dicembre risale invece un attacco a un treno carico di nazifascisti sulla linea Galliate-Turbigo. Cfr. Relazione delle azioni svolte dai componenti la 168ª Brigata Garibaldi “Franco Parmigiani”, in A.IRMSO, fondo O.Fontanella, busta 3, fascicolo 24. Cfr. Testimonianza di Luigi Puricelli in G.Bianciardi-A.Magnani (a cura di), La fiera di San Biagio, cit.,
p. 106. Cfr. Sabotate, Sabotate, in “La Fabbrica”, 23 luglio 1944. 
Cfr. A cura dell’Amministrazione comunale di Sedriano,Il 25 di quel mese di aprile. La Brigata assunse tale nome in memoria di Antonio Scrosati, militante comunista ucciso da una squadra fascista ad Abbiategrasso nel 1921. AA.VV, Gaggiano 1943-1946, cit.,
p.218. Il primo distaccamento comprendeva Gaggiano e Prezzano, il secondo Vermezzo, il terzo Ozzero, il quarto Abbiategrasso, Albairate e Cassinetta di Lugagnano. Rapporti della 169ª Brigata Garibaldi, in Archivio Fondazione Feltrinelli,Fondo Marco Fini, Serie Resistenza, Fasc. n. r. 1-2/3 ora in A.Magnani – Y.Godoy, I venti mesi della città di Abbiategrasso, cit.,
pp. 301-303. Sulla 169ª Brigata si veda anche A.Magnani, La 169ª Brigata “Scrosati” e la Resistenza nel settore di Abbiategrasso, in “Storia in Lombardia”, 3, 1996,
pp. 105-124. Distaccamenti della Brigata erano presenti a Motta Visconti, Casorate, Binasco, Rosate, Lacchiarella, Moncucco, Rozzano, Zibido San Giacomo e Casarile. Azioni più importanti eseguite da elementi della Brigata, in A.ISRMO, fondo O.Fontanella, busta 3, fascicolo 24. 
Cfr.L.Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera,cit., p. 244. Ivi,
p. 254. Cfr. Rapporto del Comando Divisione Garibaldi Sap-Magenta sull’insurrezione che ebbe inizio il giorno 24 aprile 1945, in A. ISRMO, fondo O.Fontanella, busta 3, fascicolo 24.  Negli scontri a Motta Visconti caddero due garibaldini, il commissario di Brigata Luigi Borgomaneri e Francesco Taccone, altri sei rimasero feriti.
Cfr. Azioni più importanti eseguite da elementi della Brigata,cit.  
Cfr. A.Magnani – Y.Godoy, I venti mesi della città di Abbiategrasso, cit.,
pp. 122-123. Il 26 aprile a Robecco sul Naviglio mentre i partigiani disarmavano i tedeschi stanziati nel paese, un camion carico di fascisti  aprì il fuoco sulla popolazione uccidendo cinque civili e ferendone gravemente altri tre.
Cfr. G.Pellegatta, Episodi della resistenza a Robecco sul Naviglio, in  A. Palestra, Il contributo dei cattolici alla lotta di liberazione nell’Abbiatense, cit., p. 49. Nella 168ª furono aggregati tre soldati russi e due francesi. Tra i caduti della brigata ci furono dei monarchici e con essa collaborarono liberali,cattolici e socialisti.  G.Bianciardi-A.Magnani (a cura di), La fiera di San Biagi,cit. A.Palestra, Le gloriose tappe della più recente storia della Democrazia Cristiana, in “Libertà”, cit. Testimonianza di Carlo Chiappa,  in A. Magnani, La fiera di San Biagio, cit. p.88. Cfr. R.Defelice, Il rosso e il nero,Baldini &Castoldi, Milano, 1995, pp. 58-61, e ID, Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943- 1945, cit.,
pp. 148-150, 294-340.  Testimonianza di E.Crippa, in G.Bianciardi-A.Magnani (a cura di), La fiera di San Biagio, cit.,
p. 101. A riguardo del sud-ovest Milanese valgano da esempio le seguenti parole di Luigi Fortuna, comandante della 168ª nell’ultimo mese di lotta partigiana.  “Io posso dire che prima [della nascita della Repubblica di Salò] Magenta  all’80% era fascista. Che hanno sbagliato è stato fare la Repubblica di Salò, perché prima il fascismo non era mal voluto. Da tutti, intendiamoci. Ci sarà stato l’ 1 o il 2 % che era contrario: non erano praticanti,ma accettavano”, Testimonianza di L.Puricelli, in G.Bianciardi-A.Magnani (a cura di), La fiera San Biagio, cit., pp. 107-108.

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