La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni

Le persone avviate alla deportazione furono 562, i deportati giunti nei campi di concentramento, sinora accertati, furono 553, di cui 220 caddero e 10 morirono successivamente a causa della deportazione.
La deportazione politica assunse quindi nell’area industriale di Sesto San Giovanni dimensioni di massa per la grande e compatta partecipazione dei lavoratori agli scioperi politici del 1944 e per l’impegno degli operai nelle organizzazioni clandestine della Resistenza e nelle brigate partigiane di città e di montagna che nella fabbrica avevano le proprie basi. Il numero dei lavoratori deportati e dei caduti in deportazione fu altissimo:
- Breda: 199 deportati, 112 caduti,
- Pirelli: 184 deportati, 24 caduti,
- Falck: 96 deportati, 58 caduti,
- Magneti Marelli: 9 deportati,
- Ercole Marelli: 6 deportati, 3 caduti,
- Deposito locomotive FF.SS. di Greco: 6 deportati, 2 caduti,
- Argenteria Broggi: 4 deportati, 3 caduti,
- Piccole e medie aziende: 12 deportati, 5 caduti.
Ad eccezione dell’arresto degli scioperanti della Pirelli Bicocca del 23 novembre 1944, dei rastrellati e delle vittime delle rappresaglie, gli arresti vennero operati dalla G.N.R. con l’appoggio della Legione Autonoma Ettore Muti e dalle diverse polizie repubblichine: SS italiane, Brigate Nere o, secondo alcune testimonianze di deportati e loro familiari, da indistinti fascisti italiani. I tedeschi non comparvero sulla scena, si riservarono il compito di comandare, picchiare e torturare, assumendo il ruolo di arbitri della vita dei catturati.
Su 495 deportati, dei quali sono noti i luoghi e le circostanze dell’arresto, 196 furono prelevati in fabbrica, 177 vennero arrestati in casa di notte, 18 in casa in altre ore, 101 furono catturati in luoghi diversi, in montagna, nei locali pubblici, sui mezzi di trasporto e in rastrellamenti.
Numerosi arrestati, a causa dell’attività politica e per la partecipazione ad azioni partigiane, vennero trattenuti per uno o più giorni nelle celle dei diversi Gruppi rionali fascisti di Milano, in quelle della Questura in piazza San Fedele a Milano, nelle Carceri mandamentali della provincia o in luoghi di detenzione e di tortura come l’ex Macello di Monza.
Il primo campo di destinazione fu tedesco per 417 di loro (il 77% dei deportati) e italiano per 68 internati a Fossoli e successivamente per 59 a Bolzano.
I prigionieri compresi nei trasporti diretti ai campi di transito in Italia e nei Lager in Germania furono 562; 9 riuscirono a fuggire, in circostanze diverse, dai trasporti diretti in Germania.
Complessivamente i deportati immatricolati furono 553: 23 rimasero nel campo di Bolzano, 2 furono rilasciati da quel campo, 1 fu rilasciato dalla caserma Umberto I di Bergamo, 1 riuscì a fuggire dal campo di Bolzano. Le donne deportate furono 13 (2,34%) e tutte sopravvissero.
La deportazione politica di Sesto San Giovanni rimanda fedelmente l’immagine di una realtà costituita da lavoratori immigrati e pendolari. Solo il 6,2% era nato a Sesto San Giovanni, il 52,6% era nato in provincia di Milano e il 19% circa nelle altre province lombarde, il 27% circa era nato nel resto d’Italia, poco meno dell’1,5% all’estero. Solo il 28% dei 448 deportati dei quali è noto il luogo di residenza abitava a Sesto San Giovanni. Il 20,6% risiedeva nei comuni limitrofi, di questi il 40,8% (38) risiedeva a Cinisello Balsamo, il 59,1% (55) a Monza. Il 31,5% del totale risiedeva a Milano, il 17% negli altri comuni della provincia, il 2,5% nelle altre province lombarde.
I deportati morti furono 220, tutti uomini. 215 morirono nei Lager o negli ospedali alleati, 5 furono fucilati nel poligono di Cibeno, nei pressi del campo di Fossoli, il 12 luglio 1944. Altri 10 morirono dopo il loro rientro in Italia tra il 1945 e il 1950 a causa della deportazione. Se si considerano i 27 rimasti a Bolzano, rilasciati o fuggiti dai campi in Italia, il tasso di mortalità è del 37,9 % rispetto a una media stimata del 90%. Dei 206 deportati caduti nei Lager dei quali è noto il luogo di morte, 173, cioè l’84%, perirono a Mauthausen e nei suoi sottocampi (93 solo a Gusen), gli altri 33 morirono in altri Lager, 8 fra questi caddero a Kahla, 6 a Flossenburg, 4 a Buchenwald, 3 a Dachau.
Fra l’ottobre 1944 e l’aprile 1945, caddero 167 deportati, il 78,4% dei 215 deportati morti nei Lager tedeschi. La mortalità cresceva quanto più l’età era avanzata. La quasi totalità dei deportati era in età lavorativa. Solo 18, il 3%, aveva fra 54 e 65 anni, uno solo di questi sopravvisse. Al momento della deportazione il 14% dei 535 deportati, dei quali è nota la data di nascita, aveva fra 14 e 23 anni (il 23% morì); il 27,6% aveva fra 24 e 33 anni (il 31,5% cadde); il 36% si collocava fra 34 e 43 anni (il 46% morì), il 14,4% era nella fascia di età fra i 44 e i 53 (il 53% non sopravvisse).
Il numero relativamente alto di sopravvissuti era dovuto, come si è visto, all’età e quindi alla resistenza fisica degli internati, al periodo più o meno breve di permanenza e al tipo di Lager nel quale si era imprigionati: di sterminio, di lavoro, per militari, di punizione. A questo proposito la causa e le circostanze della cattura non erano sempre decisive: la destinazione a un tipo di campo era spesso connessa alle necessità della produzione bellica. Un altro fattore decisivo di sopravvivenza era il mestiere e la specializzazione.
Avevano un mestiere di fabbrica 447 deportati su un totale di 515 casi noti, 418 erano operai, 11 apprendisti, 10 tecnici e 8 ingegneri. I manovali erano 31 e gli impiegati 18. La destinazione a un sottocampo nel quale vi era un’azienda, una razione alimentare anche di pochi grammi superiore a quella del Lager, il lavoro al coperto, senza maltrattamenti continui, risultavano decisivi. Ad esempio i 15 deportati in seguito all’attentato del 10 febbraio 1944 alla sede del P.F.R. (Partito Fascista Repubblicano) di Sesto San Giovanni, dopo essere stati internati a Fossoli, furono deportati a Mauthausen, poi nel campo di lavoro di Wels dove si costruivano aerei. Sopravvissero tutti.
Un caso per molti versi emblematico riguarda i lavoratori della Pirelli Bicocca deportati per lo sciopero del 23 novembre 1944: su 153 deportati, 128 finirono in diversi campi dove si costruivano aerei e razzi e si fabbricavano armi e benzina sintetica: solo 6 morirono.
Altri 28 furono internati nel campo di Kahla, ritenuto fino a pochi anni or sono un campo di lavoro come gli altri e dove caddero 7 deportati. Una percentuale di caduti molto alta rispetto al tipo d Lager.
I deportati di cui si conosce la causa dell’arresto sono 509 su 553. Di loro 365, il 72%, furono deportati a causa degli scioperi (marzo del 1944 e Pirelli Bicocca del 23 novembre 1944); 51, cioè il 10%, vennero deportati per motivi politici, per la diffusione di giornali clandestini, la raccolta di aiuti per i prigionieri e per i partigiani; 52 furono deportati per azioni partigiane, in particolare per gli attacchi ai nazifascisti operati dai G.A.P. (Gruppi di Azione Patriottica) e gli scontri a fuoco con le truppe nazifasciste, in città e in montagna, durante i rastrellamenti, per le attività di sabotaggio e di propaganda delle S.A.P.
La rappresaglia nazifascista colpì 12 persone, furono deportati 6 lavoratori per l’attentato gappista alle locomotive nel Deposito FF.SS. di Greco; in seguito all’esecuzione del federale fascista Aldo Resega, vennero deportate le mogli di 3 gappisti. Altre 10 persone vennero deportate per i rastrellamenti e 11 erano soldati catturati durante le operazioni dei militari nazisti contro la resistenza greca, francese e jugoslava. Fra loro vi erano due militari che avevano partecipato alla rivolta nel Carcere Militare di Gaeta ed erano stati i primi ad essere deportati a Dachau il 20 settembre 1943; uno di loro era stato incarcerato per attività antifascista.
Per altre cause furono deportate 8 persone: 2 per furto di carbone, 2 per evasione dell’obbligo al servizio del lavoro in Germania.
Tra i deportati vi erano antifascisti di vecchia data, 31 avevano precedenti politici antifascisti: deferiti e condannati dal Tribunale Speciale, schedati dal Casellario Politico Centrale, già confinati o sorvegliati, 4 arrestati per lo sciopero del marzo 1943, 3 membri delle Commissioni Interne del periodo badogliano.

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Biglietto di sola andata: ferrovie naziste e stermini

[ FONTE ]
Nella Germania nazista la Reichsbahn (Ferrovie dello Stato) facevano parte del Ministero dei Trasporti diretto dal ministro Dorpmüller che rimase ininterrottamente in carica dal 1937 al 1945. A partire dal 1942 il sottosegretario responsabile per le ferrovie fu un nazista convinto ed efficiente: Ganzenmüller. Il meccanismo della deportazione visto dalla parte delle ferrovie tedesche era piuttosto semplice: dall'ufficio di Eichmann giungeva una richiesta che veniva inoltrata alla Divisione Traffico e Tariffe (coordinata da un certo Schelp). Questa Divisione fissava la priorità del trasporto verso i campi di sterminio, calcolava il costo e passava la pratica alla Divisione Operativa che si occupava della formazione del treno e della fissazione degli orari. In altri termini Eichmann chiedeva - ad esempio - un treno in partenza da Parigi in grado di trasportare 2.000 prigionieri e le ferrovie tedesche organizzavano il trasporto fissando gli orari, trovando i carri bestiame necessari e calcolando i costi.

Le ferrovie infatti chiedevano che tutti i prigionieri pagassero il costo del loro trasporto verso la morte

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Dal processo alla storia

di Gianfranco Maris Avvocato di parte civile per l’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) e l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
Lo storico francese Marc Bloch, militante della resistenza, fucilato dai tedeschi nel 1944 e fondatore delle Annales, ci ha lasciato la più solare delle verità: “l’incomprensione del presente nasce dall’ignoranza del passato”.
E quanto sia indispensabile la conoscenza di ciò che è stato prima di noi è dimostrato ogni giorno dai conflitti di interesse che, ignorando la via della propria composizione nell’equità, nella giustizia, nella solidarietà, scatena nel mondo violenza e sopraffazione e ciò proprio a causa dell’assenza di quei valori che sono indispensabili per illuminare la coscienza e l’intelligenza dell’uomo e che non nascono né dal sapere scientifico né dal nozionismo, ma dalla conoscenza del passato.
Solo chi ritiene che il passato sia una fossa muta, nella quale restano sepolte le vite e le vicende dei popoli, senza capacità mai di trasmettere messaggi per le scelte di vita degli uomini, può pensare che nulla abbiano più da dire a noi, oggi, le violenze che hanno insanguinato il secolo scorso e che continuano a sconciare quello appena iniziato, partendo dalla crudeltà dello sfruttamento coloniale, dai genocidi degli armeni, dagli stermini della prima e della seconda guerra mondiale, dalle camere a gas dei campi nazisti e, via via, cancellando ogni confine tra il passato remoto ed il passato prossimo, venendo a tutte le guerre, locali e regionali, che si sono succedute, dal Vietnam alla Cambogia, dalla Bosnia al Kossovo, dal Biafra all’Uganda, all’Afghanistan ed al terrorismo senza meta.

La conoscenza del passato, dunque, è quella che dà senso compiuto al presente e consente agli uomini di prestare un’attenzione più responsabile alle vicende del tempo in cui viviamo

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Lo sterminio degli ebrei in Italia

Tra 1943 e il 1945, in Italia, vennero arrestate per motivi razziali oltre 7.800 persone. Di questi ebrei, 318 vennero uccisi in Italia, mentre circa 7.500 vennero deportati, per lo più ad Auschwitz. Solo 826 di loro sono sopravvissuti.
 
Il 14 novembre 1943, a Verona, il nuovo Partito Fascista Repubblicano (ricostituito il 15 settembre da Mussolini) approvò un preciso programma politico in cui, tra l’altro, si affermava che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Su queste basi, la Repubblica Sociale Italiana collaborò ampiamente con i tedeschi alla cattura ed alla deportazione degli ebrei italiani. Il 30 novembre 1943 il Ministero dell’Interno stabilì che tutti gli ebrei dovevano essere internati in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati. Questo significa che, anche se i fascisti italiani non organizzarono autonomamente la deportazione degli ebrei, collaborarono molto attivamente con i nazisti a questo scopo, al punto da gestire in autonomia campi di raccolta dove imprigionavano ebrei che sarebbero poi stati consegnati ai tedeschi per la deportazione e lo sterminio.
 
Il principale campo che svolse questa funzione fu quello di Fossoli, vicino a Carpi, in provincia di Modena, che il 15 febbraio 1944 passò sotto il diretto controllo delle S.S., che ne fecero il principale campo di transito per i convogli diretti ad Auschwitz. Primo Levi, arrestato nel dicembre 1943, è il più famoso tra i numerosi deportati che da Fossoli furono condotti ad Auschwitz.
 
Ma lo sterminio degli ebrei italiani era iniziato da tempo. Infatti il 16 ottobre 1943, si era svolta una grande retata in una zona di Roma che un tempo era stata il ghetto e che, di conseguenza, aveva una grande percentuale di abitanti ebrei. In seguito a questa azione furono deportati ad Auschwitz 1.023 ebrei. Solo 17 di questi ebrei romani riuscirono a sopravvivere.
 
La stessa Roma fu poi teatro dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, (23 marzo 1944). A seguito di un attentato compiuto dai partigiani in via Rasella, a Roma, nel corso del quale morirono 33 soldati tedeschi, furono uccise 335 persone, 75 delle quali erano ebrei detenuti nelle carceri romane.
 
Intanto, in Piemonte, il 18 settembre 1943 era stato istituito dai tedeschi il campo di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), che trovò la propria sede in una vecchia caserma degli alpini. I 349 ebrei rinchiusi in questo campo erano stranieri, non italiani: profughi da varie regioni d’Europa, avevano cercato rifugio in Italia. Il 21 novembre 1943, vennero tutti caricati su un convoglio diretto a Drancy, in Francia, e da qui successivamente inviati ad Auschwitz. Solo una decina di loro riuscì a salvarsi.

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