Dal processo alla storia

di Gianfranco Maris Avvocato di parte civile per l’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) e l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
Lo storico francese Marc Bloch, militante della resistenza, fucilato dai tedeschi nel 1944 e fondatore delle Annales, ci ha lasciato la più solare delle verità: “l’incomprensione del presente nasce dall’ignoranza del passato”.
E quanto sia indispensabile la conoscenza di ciò che è stato prima di noi è dimostrato ogni giorno dai conflitti di interesse che, ignorando la via della propria composizione nell’equità, nella giustizia, nella solidarietà, scatena nel mondo violenza e sopraffazione e ciò proprio a causa dell’assenza di quei valori che sono indispensabili per illuminare la coscienza e l’intelligenza dell’uomo e che non nascono né dal sapere scientifico né dal nozionismo, ma dalla conoscenza del passato.
Solo chi ritiene che il passato sia una fossa muta, nella quale restano sepolte le vite e le vicende dei popoli, senza capacità mai di trasmettere messaggi per le scelte di vita degli uomini, può pensare che nulla abbiano più da dire a noi, oggi, le violenze che hanno insanguinato il secolo scorso e che continuano a sconciare quello appena iniziato, partendo dalla crudeltà dello sfruttamento coloniale, dai genocidi degli armeni, dagli stermini della prima e della seconda guerra mondiale, dalle camere a gas dei campi nazisti e, via via, cancellando ogni confine tra il passato remoto ed il passato prossimo, venendo a tutte le guerre, locali e regionali, che si sono succedute, dal Vietnam alla Cambogia, dalla Bosnia al Kossovo, dal Biafra all’Uganda, all’Afghanistan ed al terrorismo senza meta.
La conoscenza del passato, dunque, è quella che dà senso compiuto al presente e consente agli uomini di prestare un’attenzione più responsabile alle vicende del tempo in cui viviamo. Mentre in molti altri paesi vi è stato un serio impegno per documentare la propria storia, nel nostro si è operato largamente e con grave colpa per stendere sul passato un velo, come se, sepolti i lutti e rimosse le rovine, si potesse partire da un anno zero, dove non esistono né memoria né esperienza.
Sull’altare di opportunità miopi, per non creare difficoltà alla ricostruzione del paese dopo le immani lacerazioni della guerra e per consolidare il fronte politico tra gli Stati nel corso della guerra fredda, si è taciuto e rimosso il passato, non sono stati celebrati i processi a carico di coloro che avevano conseguito illeciti profitti di guerra, non sono stati celebrati i processi a carico di coloro che avevano conseguito illeciti profitti di regime, non si sono neppure voluti celebrare i processi a carico dei criminali nazisti e fascisti responsabili di stragi nei confronti della popolazione civile nel corso dell’occupazione tedesca.
Si tratta di circostanze note, compresa quella dell’insabbiamento delle carte delle istruttorie contenute nei famosi fascicoli nascosti nell’altrettanto famoso armadio della vergogna presso l’archivio dell’ex Tribunale Supremo Militare.
Si tratta di responsabilità gravissime, che fanno capo non soltanto a magistrati ed a uomini politici, ma anche alla grave latitanza della scuola e dell’informazione ed alle mistificazioni che vanno sotto il nome di revisionismo storico, ma che sono soltanto abuso politico delle categorie della storia per interessi di parte.
E così oggi, nel nostro paese, non si sa ancora quale sia stata veramente la natura dell’occupazione tedesca, che fu di rapina dell’oro della Banca d’Italia, rapina quotidiana delle derrate alimentari, rapina di intieri impianti industriali, rapina di uomini da trarre come schiavi in Germania per il lavoro di guerra, terroristico annientamento dei civili.
Sono almeno 15mila le donne, i vecchi e i bambini assassinati dai reparti militari tedeschi e fascisti, e non soltanto dalle SS.
Le ordinanze che furono emesse al momento in cui iniziò l’occupazione, identiche a quelle con le quali fu realizzata l’invasione dei territori dell’ex Unione Sovietica, includevano, come elemento connaturato all’azione di guerra, l’annientamento dei civili e garantivano l’impunità a coloro che comunque avessero partecipato, anche eccedendo, a tali azioni.
A ciò si aggiungano le torture, le sevizie e persino l’assassinio nei confronti degli arrestati, negli interrogatori, nelle carceri e nei campi di detenzione e di transito, come quelli di Fossoli e di Gries di Bolzano e l’arbitrarietà degli arresti e le persecuzione degli ebrei e degli ostaggi innocenti.
Il processo celebrato davanti al Tribunale Militare ed alla Corte d’Appello di Verona a carico di Michael Seifert, con la conseguente condanna all’ergastolo dell’imputato, confermata dalla Corte di Cassazione, dà la misura di quelli che sono stati il trattamento e la condizione dei detenuti nei campi di concentramento in Italia.
Della natura dell’occupazione tedesca una ulteriore indicazione ci viene da due altri processi celebrati avanti il Tribunale Militare di Torino, quello a carico di Theo Saevecke per l’assassinio di civili in Piazzale Loreto in Milano il 10 agosto 1944 e quello a carico di Sigfried Engel per le stragi compiute in Liguria, alla Benedicta, al Passo del Turchino ed a Portofino, nei quali gli imputati sono stati condannati alla pena dell’ergastolo.
Ma, nonostante questi tre processi, si ha soltanto una minima conoscenza di quella che è stata la vera natura e la dimensione della violenza dell’occupazione nazista e, conseguentemente, non si ha la conoscenza di cosa sia stata effettivamente la collaborazione fascista, che pure contribuì fattivamente alla realizzazione di tutti i misfatti della occupazione. E se non si sa cosa sia stata l’occupazione e cosa sia stata la collaborazione fascista non si sa neppure cosa sia stata effettivamente la resistenza.
Il Presidente delle Repubblica federale tedesca in visita di Stato a Marzabotto, ha qualificato come crimine contro l’umanità l’eccidio che in quella zona venne compiuto nei confronti dei civili dalle truppe tedesche ed ha chiesto scusa alle popolazioni italiane, ma nessuno in Italia ha sentito il dovere di chiedere scusa per la collaborazione che alle truppe tedesche anche in quella occasione fu prestata dalle truppe di Salò.
Anzi, qui da noi, si strumentalizza la pietà per i defunti, pretendendo di gabellare la giusta equiparazione che deve esistere tra tutti i morti della terra ed in qualsiasi tempo con una impossibile equiparazione tra la natura e le ragioni delle lotte che hanno contraddistinto i morti militanti in schieramenti contrapposti.
Non può essere ignorata la verità che Calvino ci ha indicato nel suo famoso racconto del Sentiero dei nidi del ragno, là dove scrive che dietro il migliore degli occupanti e dei fascisti con esso collaboranti vi era la sopraffazione, il razzismo, il disegno di un dominio che degradava gli uomini a servi, mentre dietro il peggiore dei partigiani vi era l’ansia della libertà, dell’uguaglianza, della promozione umana, della democrazia.
La storia è questa e non altra!
Dei 650 fascicoli contenuti nel famoso armadio della vergogna è stato possibile aprirne soltanto tre, perché i 57 anni passati dalla fine della guerra hanno estinto le ragioni di intervento della giustizia nei confronti di responsabili che non esistono più. Sono estinte le possibilità della giustizia di realizzare la conoscenza dei misfatti, ma non si possono considerare estinti il dovere e la necessità di realizzare la conoscenza dei fatti, per realizzare quella memoria storica dalla quale soltanto possono scaturire memorie condivise e, conseguentemente, valori condivisi che possano, a loro volta, costituire le coordinate di vita e di azione degli uomini del nostro tempo. I fascicoli, con gli elementi di fatto dei delitti compiuti, cessano di essere atti processuali e diventano documenti da archivio, oggetto di ricerca ed elementi sui quali costruire la storia, senza ombre, nella verità.
L’ignoranza che l’occultamento del passato ha imposto deve oggi essere rimossa senza indugi da un’azione di ricerca e di scrittura della storia, che non può essere affidata né ai mezzi di informazione né a commissioni di controllo sui libri di testo.
Sono gli storici che debbono farsi carico di questa ricerca, nella quale debbono essere coinvolti gli istituti storici pubblici e privati, con una assunzione di responsabilità e di conseguente finanziamento delle ricerche da parte di tutte le istituzioni, dal Ministero della Pubblica Istruzione e dei beni culturali alle Regioni, alle Provincie ed ai Comuni.
La verità non divide i popoli ma li unisce, è un bene comune per gli italiani, per gli austriaci, per i francesi, per i tedeschi.
Sono la menzogna e la manipolazione della informazione che dividono.
Seifert, Saevecke, Engel non sono ucraini, o tedeschi o austriaci o italiani, sono criminali, tali diventati perché strumenti della violenza della guerra e delle ideologie. Sono criminali e come tali debbono essere condannati con sentimenti uniti, così come con sentimenti uniti debbono essere condannate la guerra e le ideologie da tutti indistintamente, dagli austriaci, dai tedeschi e da tutti i cittadini dell’Europa e del mondo. Anche la fratellanza tra i popoli è una funzione della storia.

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