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LA RESISTENZA A MILANO

 di Luigi Borgomaneri 

Tra la fine del secolo scorso e gli inizi del Novecento Milano divenne sede della maggior parte delle principali industrie del Paese e il più importante centro industriale, commerciale e finanziario nazionale. Fu la culla del fascio primigenio; il 23 marzo del 1919 Mussolini vi fondò in piazza San Sepolcro il movimento dei fasci di combattimento. Durante il ventennio la metropoli ambrosiana fu l’epicentro degli sforzi organizzativi dell’antifascismo, immancabilmente e ripetutamente frustrati dall’efficienza dell’Ovra (la Polizia segreta dell’Italia fascista dal 1930 al 1943). Il P.C.d’I. (Partito Comunista d’Italia) in particolare, nonostante le reiterate cadute dei centri interni più volte ricostituiti a Milano, riuscì con maggiore continuità a sviluppare la propria attività di propaganda e di proselitismo in direzione del proletariato industriale, tessendo una trama che, seppure lacerata dagli arresti ricorrenti, consentì comunque di mantenere un tenue collegamento con alcune delle maggiori fabbriche e con alcuni nuclei storici di Sesto San Giovanni e dell’hinterland.

L’antifascismo di alcuni settori minoritari del laicato cattolico più impegnato si espresse nell’attività propagandistica del movimento dei guelfi, diretto da Gioacchino Malavasi e Piero Malvestiti [nel 1944 segretario della D.C. (Democrazia Cristiana) per l’Alta Italia]. 
P.S.I. (Partito Socialista Italiano) e Movimento Giustizia e Libertà (la cui attività fu sempre condizionata dai deboli e precari rapporti con le masse) riuscirono, attraverso l’iniziativa di personalità come Rodolfo Morandi, Roberto Veratti, Lucio Luzzatto, Ernesto Rossi e altri ancora, a creare intese unitarie e, nel 1934, un Fronte Unico Antifascista cui parteciparono anche i comunisti, alcuni repubblicani e neoliberali.

Nel 1943, i socialisti, mentre si muovevano ancora alla ricerca di una definizione politico-organizzativa interna alle due anime poi confluite nel P.S.I.U.P. (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), e gli altri partiti antifascisti [da poco riapparsi, scontavano l’assenza di legami di massa, la ricostituzione del centro interno comunista (1941), la ripresa dei contatti con le cellule delle maggiori aziende milanesi e sestesi e il credito maturato negli anni della dittatura] crearono le premesse della futura impetuosa penetrazione del P.C.I. (Partito Comunista Italiano) tra la classe operaia, a partire dagli scioperi del marzo 1943. 
Il fronte antifascista, rafforzatosi tra la fine del 1942 e il luglio del 1943, con la creazione di un comitato unitario composto da P.C.I., P.S.I., M.U.P. (Movimento di Unità Proletaria), P.d’A. (Partito d’Azione), D.C. e P.L. (Partito Liberale), poi divenuto Comitato delle Opposizioni, fu non di meno colto di sorpresa dagli avvenimenti dell’8 settembre 1943.

Le richieste avanzate alle autorità militari di armare e inquadrare al comando di ufficiali alcune migliaia di operai e il tentativo di costituire una Guardia nazionale, si arenarono per lo scioglimento dell’esercito e la fellonia del generale Ruggero, comandante il presidio di Milano, mentre il concentramento nel Comasco di alcune centinaia di operai sestesi in armi venne sciolto dai Carabinieri. 
Tra il pomeriggio del 10 e il 12 settembre 1943 Milano venne occupata da reparti della divisione Waffen SS (Schutzstaffeln - reparti di difesa) Divisione Leibstandarte A. Hitler che per giorni si abbandonarono a violenze e saccheggi indiscriminati. I primi caduti furono: un operaio della Pirelli, colpito il 10 settembre 1943 dalle parti della Stazione Centrale in uno dei rarissimi tentativi di opposizione armata, e tre civili, più un quarto fucilato, uccisi per aver preso parte all’assalto di un magazzino militare abbandonato nella zona di piazzale Corvetto. I rapporti del comando divisionale germanico, nel segnalare manifestazioni di ostilità della popolazione e il ferimento di un ufficiale delle SS, comunicavano inoltre la fucilazione di tredici comunisti, rei di aver recuperato materiale della contraerea italiana nell’area di Milano.

Il 13 settembre 1943, con l’insediamento all’Hotel Regina del comando della Sicherheitspolizei (SIPO - Polizia di Sicurezza) - Sicherheitsdienst (SD - Servizio di Sicurezza), da cui dipendeva la Gestapo, iniziò la caccia ad ebrei e antifascisti già schedati. Negli stessi giorni Aldo Resega ricostituì il Partito Fascista, divenendone segretario federale, mentre Franco Colombo, un ex sergente della Milizia, diede vita alla Squadra d’Azione Ettore Muti (200 uomini circa al dicembre 1943), poi battaglione e infine, dal 16 marzo 1944, Legione Autonoma Mobile, con oltre 3.000 militi alla fine del 1944, inquadrati in 21 compagnie e squadre operative, impiegate in una feroce repressione antipartigiana nel Milanese e in Piemonte.

Il panorama resistenziale milanese, e in particolare l’avvio, lo sviluppo e la conduzione della lotta armata e delle lotte operaie, furono dominati per tutta la lunga fase iniziale quasi esclusivamente dall’organizzazione comunista e dalle Brigate Garibaldi ai quali, solo in un secondo tempo e sempre in una posizione minoritaria per forza numerica e per volume dell’attività svolta, si affiancarono socialisti, giellisti (appartenenti a Giustizia e Libertà) e repubblicani. 
I democristiani, delle cui formazioni i bollettini del Comando Piazza del periodo agosto 1944 - aprile 1945 riportano solo sporadiche azioni, si impegnarono fondamentalmente nel fiancheggiamento della lotta e nel soccorso ad ex prigionieri di guerra, ebrei, ricercati e arrestati, servendosi della rete assistenziale e di organizzazioni clandestine dello scoutismo cattolico, la più attiva delle quali fu l’Organizzazione Soccorso Cattolico agli Antifascisti Ricercati (Oscar) che, guidata da don Aurelio Giussani e don Andrea Ghetti, ebbe i propri centri più attivi nelle sedi milanese e varesina del Collegio San Carlo.

I primi tentativi di dare vita a un’opposizione armata furono diretti dall’avvocato Galileo Vercesi (fucilato a Fossoli il 16 luglio 1944), ma solo negli ultimi mesi sorsero nel legnanese e nel gallaratese alcuni gruppi di orientamento democristiano i quali, poi inquadrati nel raggruppamento Brigate Fratelli Di Dio, non risulta tuttavia abbiano svolto un’attività armata preinsurrezionale; pertanto le rimanenti Brigate del Popolo sono da considerarsi, almeno operativamente, insurrezionali. 
I liberali, contrari del resto a un’impostazione di massa della lotta, lavorarono invece con nuclei ristretti (il più noto e attivo fu l’organizzazione Franchi facente capo a Edgardo Sogno) legati ai Servizi Alleati, ai quali trasmettevano informazioni di carattere economico e militare, fungendo anche da raccordo con alcune formazioni autonome operanti però fuori dal Milanese. 
Immediatamente dopo l’occupazione nazista, interrottisi i naturali collegamenti con numerose fabbriche a causa dei massicci licenziamenti attuati dal padronato nelle incertezze della nuova congiuntura produttiva, il P.C.I., costituito il Comando Generale delle Brigate Garibaldi il 20 settembre 1943 in un appartamento delle case popolari di via Lulli 30, mobilitò le proprie esigue forze nell’immediata attivazione dei Gruppi di Azione Patriottica (G.A.P.).

Superate, dopo un intenso lavoro di chiarificazione, remore di carattere morale, ideologico e personale, a un primo nucleo tratto dalle maggiori fabbriche di Sesto San Giovanni (inizialmente 17° Distaccamento) seguirono i Distaccamenti Gramsci (Sesto San Giovanni e Niguarda), Cinque Giornate (Porta Romana e Porta Vittoria), Matteotti (Porta Ticinese) e Rosselli (zona Farini - Affori), con una forza di 40-50 volontari, i quali, insieme alle prime bande sui monti del Lecchese e del Comasco, formarono la 3^ Brigata Garibaldi Lombardia. Diretta dal Comitato militare del P.C.I. (composto da Vittorio Bardini, Cesare Roda ed Egisto Rubini e con la supervisione politico-militare di Francesco Scotti e l’assistenza tecnica di Ilio Barontini, tutti ex garibaldini di Spagna, poi attivi nei Francs tireurs partisans della Francia meridionale), la Brigata compì tra l’ottobre 1943 e il gennaio 1944 56 azioni di cui 33 in città, infliggendo al nemico sensibili perdite. Tra le azioni più eclatanti: la distruzione del deposito di benzina dell’aeroporto di Taliedo (2 ottobre 1943), la collocazione di una bomba nell’ufficio informazioni tedesco della Stazione Centrale (7 novembre 1943), l’eliminazione in pieno giorno del federale fascista Aldo Resega (18 dicembre 1943), l’attentato al questore di Milano Camillo Santamaria Nicolini (3 febbraio 1944) e l’attacco alla casa del fascio di Sesto San Giovanni (10 febbraio 1944).

Gli sforzi di normalizzazione dell’occupazione nazista e di accreditamento politico e sociale della neonata R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana) vennero parallelamente colpiti dalle lotte operaie che seguirono alla ripresa dei contatti perduti e alle prime manifestazioni di combattività della Breda, della Caproni e della Magnaghi (inizi di novembre 1943). Sull’onda dello sciopero torinese del 18 novembre 1943, facendo leva sul crescente malcontento per l’ulteriore aggravarsi delle condizioni di vita e di lavoro, e saldando rivendicazioni economiche a parole d’ordine politiche, il P.C.I. paralizzò la produzione e i trasporti urbani dal 13 al 18 dicembre 1943 con uno sciopero che coinvolse decine di migliaia di operai del Milanese e smascherò la demagogica strumentalità della politica pseudoperaista di Salò e le ambiguità del comportamento padronale.

La tensione nelle fabbriche giunse al massimo con lo sciopero generale del marzo 1944 che tuttavia, nonostante il clamoroso successo politico della mobilitazione, lasciò nelle masse milanesi amarezza e delusione per il mancato ottenimento di miglioramenti economici e per le deportazioni selettive attuate dai nazisti. Ad acuire lo scoraggiamento si aggiunse inoltre la caduta dell’intera organizzazione gappista che, avvenuta nell’ultima decade del febbraio 1944, privò gli scioperanti dell’attesa copertura armata in occasione per di più di una scadenza di lotta equivocata come insurrezionale e quindi carica di aspettative liberatorie. Mentre il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) lombardo, per la centralità dei suoi interventi politici e organizzativi, assurgeva ufficialmente al rango di C.L.N. per l’Alta Italia, investito di poteri di governo straordinario del Nord (31 gennaio 1944), gli sforzi intrapresi da P.C.I. e P.d’A., i primi due partiti organicamente impegnatisi nell’avvio della lotta armata, sembrarono annullati dai rastrellamenti e dalla repressione poliziesca. Tra il novembre 1943 e il gennaio 1944 furono attaccati e sciolti due gruppi armati di alcune decine di uomini costituiti dal P.C.I. nelle boscaglie lungo l’Adda e il Ticino. L’11 dicembre 1943 Poldo Gasparotto, comandante le costituende bande Giustizia e Libertà (poi assassinato a Fossoli il 22 giugno 1944), fu catturato insieme al Comitato Militare Azionista. A Milano il 20 dicembre 1943 all’Arena civica vennero fucilati otto partigiani e altri cinque il 31 dicembre al Poligono di tiro della Cagnola. Tra il 18 e il 24 febbraio 1944 caddero il Comitato Militare del P.C.I. e la maggior parte dei G.A.P. (Egisto Rubini, comandante la 3^ Brigata Lombardia, sottoposto a orribili torture, si suicidò nel carcere di San Vittore il 25 febbraio 1944; tra la fine di aprile e gli inizi di maggio del 1944, l’Ufficio Politico Investigativo della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) riuscì ad arrestare gli ultimi gappisti in circolazione.

Dopo un vuoto di circa due mesi, i primi sintomi di ripresa si manifestarono in città nel giugno avanzato, con l’aggressivo risveglio dell’attività gappista guidata dal nuovo comandante Giovanni Pesce (trasferito a Milano dopo aver valorosamente diretto i G.A.P. torinesi), e in provincia tra maggio e giugno, con la comparsa di squadre armate impiegate a difesa degli scioperi delle mondine e in azioni di sabotaggio alle mietitrebbiatrici per impedire la consegna del grano all’ammasso. Le nuove Squadre, denominate di Azione Patriottica (S.A.P.), erano frutto di una riflessione critica sviluppata dal comunista Italo Busetto sull’impostazione difensiva, e quindi contraria alle leggi della guerra partigiana, che aveva presieduto la costituzione delle vecchie squadre di difesa, le quali, dipendenti inoltre da organismi politici unitari, erano anche state frenate da fenomeni di attendismo. Ristrutturate su base territoriale e con comandi militari centralizzati, in virtù anche delle incoraggianti vittorie alleate e della ripresa combattività delle formazioni di montagna, le S.A.P. si ramificarono sempre più nei quartieri, nelle aziende e nelle campagne e, affermatesi rapidamente come modello organizzativo del partigiano urbano e di pianura nell’Italia occupata, rappresentarono il salto di qualità che conferì alla lotta armata un carattere di massa.

Nel mese di giugno la creazione del Comando Provinciale retto da Italo Busetto (Franco), dal vicecomandante Alessio Lamprati (Nino) e da Giuliano Pajetta (Monti), a ottobre sostituito da Amerigo Clocchiatti (Ugo), accelerò lo sviluppo del movimento sappista e, alla 110^ Brigata Garibaldi S.A.P. costituita in agosto, si aggiunsero a settembre in Milano la 111^, la 112^, la 113^, la 114^, la 117^ e la 120^. Nelle fabbriche sestesi, roccaforte del movimento, nacquero invece la 107^ (Pirelli), la 108^ (Breda), la 109^ (Ercole e Magneti Marelli) e la 184^ (Falck), per un totale di circa 3.000 uomini; il 10-15% di questi, capaci anche di azioni di stampo gappista, rappresentò il nerbo delle cosiddette squadre di punta. Il rimanente, riluttante a un vero e proprio impegno armato, venne impiegato nel sabotaggio in fabbrica, in azioni di propaganda, disarmi e semine di chiodi squarciagomme; azioni, cioè, di minore rilievo militare ma che, moltiplicandosi sempre più nel tempo e sul territorio, concorsero a preparare e ad alimentare il clima insurrezionale. 
Anche in provincia, divisa in cinque zone, il movimento dilagò a macchia d’olio e, a partire dalla Valle Olona dove, sulla base della forte e combattiva organizzazione comunista dissidente dei fratelli Venegoni, nacque la 101^ Brigata, diede vita alla 103^ e alla 104^ nel Vimercatese, alla 119^ nella Brianza centrale, alla 165^ e alla 166^ nel Lodigiano e alla 168^ nel Magentino. Da queste Brigate madri, per dilatazione delle forze e per necessità logistico-operative, derivarono tra il settembre e il dicembre 1944 altre nove formazioni con una forza che, pur soggetta a più o meno accentuate oscillazioni causate dalla repressione nazifascista, è comunque realisticamente valutabile attorno ai 3.500 uomini.

L’avanzata anglo-americana sul fronte italiano e le conseguenti aspettative di una rapida conclusione del conflitto nella penisola, nonché la costituzione del Comando Generale del movimento partigiano unificato nel Corpo Volontari della Libertà, cui seguì a Milano la nascita del Comando Piazza (18 agosto 1944), diedero nei mesi successivi impulso anche alla nascita di formazioni di altro colore politico. La loro consistenza e le attività dichiarate nel tardo autunno 1944, non trovano, al di là di inverosimili ricostruzioni a posteriori, adeguati riscontri nella documentazione ufficiale del Comando Piazza e diedero adito, all’interno dello stesso Comando, a più di una confutazione polemica tra il rappresentante delle Garibaldi e quelli delle Matteotti e delle Brigate del Popolo mentre, in rapporto alla esiguità (dichiarata) delle forze, i distaccamenti Giustizia e Libertà, diretti da Sergio Kasman e poi da Giuseppe Signorelli, si segnalarono per il generoso e sanguinoso contribuito di lotta.

Ai rovesci militari e all’intensificata attività gappista e sappista i nazifascisti risposero nell’estate del 1944 riprendendo e accentuando provvedimenti terroristici. La polizia di sicurezza germanica, servendosi quasi sempre di plotoni della Legione Muti, fece fucilare il 16 luglio 1944 tre ferrovieri allo scalo di Greco, il 21 luglio cinque civili a Robecco sul Naviglio (dove alcune case vennero bruciate e cinquatasei uomini deportati), il 31 dello stesso mese sei gappisti all’aeroporto Forlanini e il 10 agosto 1944 quindici partigiani in piazzale Loreto. Il 26 luglio a Galgagnano (oggi provincia di Lodi) la G.N.R. fucilò cinque partigiani di un gruppo alla macchia lungo l’Adda e quattro agricoltori sospettati di favoreggiamento e il 22 agosto 1944 cinque sappisti della 174^ Garibaldi al Poligono di tiro di Lodi (all’epoca provincia di Milano); la Muti, invece, solitamente usa ad assassinare nottetempo e in periferia i propri arrestati, il 28 agosto 1944 fucilò in piena città quattro garibaldini della 113^.

Per contrastare il terrorismo nazifascista, e convinti dell’imminente sfondamento alleato delle difese tedesche, i Comandi intensificarono le azioni gappiste e sappiste e il P.C.I., attraverso i Comitati d’Agitazione Clandestina, cercò di rivitalizzare la combattività in fabbrica avviando con lo sciopero del 21 novembre 1944 un nuovo ciclo di lotte che avrebbe dovuto infiammare il clima insurrezionale ridando al contempo contenuti di classe alla lotta operaia alla vigilia della fase conclusiva.

L’attacco autunnale contro le zone libere, i devastanti rastrellamenti del novembre-dicembre 1944 e la recrudescenza della repressione in pianura, uniti alle ripercussioni della stasi delle operazioni militari anglo-americane e del proclama Alexander, gettarono in profonda crisi l’intero movimento resistenziale, sottoposto anche all’offensiva dell’attendismo moderato. Il crescente calo della produzione bellica, conseguente alla drastica riduzione delle forniture tedesche di materie prime e combustibile, privò la classe operaia di forza contrattuale. Il 23 novembre 1944 il tentativo di chiudere con uno sciopero di solidarietà le lotte aziendali riprese da settembre, registrò una riuscita deludente e fu inoltre duramente represso; alla sola Pirelli le SS, guidate personalmente dal comandante della Polizia di Sicurezza, capitano Saevecke, arrestarono centottantre operai, centosessantasette dei quali furono deportati nei Lager.

L’autunno e l’inverno 1944-1945 furono inoltre contrassegnati da una catena di arresti e omicidi che colpirono gravemente le diverse formazioni e il cuore degli organismi dirigenti. Allo smembramento della Brigata del Fronte della Gioventù, di alcune brigate S.A.P. urbane e foranee e della 3^ G.A.P., si aggiunsero l’arresto dell’intero Comando Regionale Lombardo, caduto insieme al suo comandante Giulio Alonzi, di Giuliano Pajetta, rappresentante garibaldino nel Comando Piazza e di altri membri, nonché quello di Ferruccio Parri, l’eliminazione nottetempo di numerosi quadri e militanti e l’assassinio di Mauro Venegoni, Sergio Kasman e Eugenio Curiel. Sia in città che in provincia ripresero inoltre le fucilazioni: cinque sappisti il 13 ottobre 1944 a Turbigo, cinque partigiani il 16 dicembre a Merlate (frazione di Vernate), altri cinque, tra i quali l’intero comando della 167^ Brigata Garibaldi, il 31 dicembre a Lodi, un matteottino e tre garibaldini il 6 gennaio 1945 a Milano, nove appartenenti al Fronte della Gioventù il 14 gennaio e cinque gappisti il 2 febbraio al Campo Giurati, cinque sappisti il 2 febbraio ad Arcore, sette il 9 marzo a Pessano con Bornago e il 31 marzo a Cassano d’Adda.

Nell’infuriare della reazione, nel gennaio 1945, Giovanni Pesce, allontanato da Milano nel settembre 1944 perché individuato, venne richiamato a ricostituire la 3^ G.A.P. Il movimento sappisti fu incaricato di compensare la perdita della centralità operaia spostando la lotta dalle fabbriche alla strada per dare applicazione e sostegno alla parola d’ordine della "lotta contro il freddo, la fame e il terrore nazifascista". Accanto alle azioni armate si moltiplicarono, in stretta collaborazione con i C.L.N. aziendali e rionali e i Comitati Clandestini d’Agitazione, gli interventi per guidare e proteggere la popolazione durante il taglio degli alberi di diversi viali milanesi e sestesi, negli assalti ai treni carichi di carbone, nelle manifestazioni di protesta organizzate dai Gruppi di Difesa della Donna e nei comizi volanti in fabbrica che rappresentarono la risposta all’effimera euforia fascista dell’ultimo discorso pubblico di Mussolini al teatro Lirico del 16 dicembre 1944.

Tra il dicembre 1944 e il febbraio 1945 i Comandi partigiani, primo fra tutti quello garibaldino, iniziarono la ristrutturazione delle forze dando vita a nuove Brigate poste agli ordini di Comandi Divisionali che consentirono un pronto assorbimento del volontariato preinsurrezionale e un più efficace coordinamento operativo. Nello stesso tempo, dopo che anche le Brigate Matteotti erano riuscite dal tardo autunno a darsi una più efficiente struttura organizzativa sotto il comando di Corrado Bonfantini, si registrarono i primi segnali di un’inversione di tendenza con il rilancio dell’attività gappista e con il più alto livello di combattività e affidabilità operativa espresso dalle S.A.P., la cui capacità offensiva si evidenziò la sera del 6 febbraio 1945 con il simultaneo assalto contro ventidue caserme, comandi e sedi nazifasciste, attaccate a raffiche di mitra e lanci di bombe a mano.

Il ruolo economico, sociale e politico di Milano, sede del C.L.N.A.I., delle segreterie dei partiti antifascisti dell’Italia occupata e dei comandi generali di tutte le formazioni, ormai riconosciuta come la capitale della Resistenza, accentuò, con l’approssimarsi della Liberazione, l’importanza e il significato emblematico dell’insurrezione come irrinunciabile affermazione di autonomia e atto di legittimazione dell’antifascismo più coerente e delle aspettative popolari di rinnovamento politico-istituzionale.

Al convulso infittirsi delle trame attendiste e antinsurrezionali facenti capo a gruppi industriali, Servizi Alleati, Curia, tedeschi, fascisti e alcune componenti del fronte resistenziale, i partiti della sinistra e i loro comandi militari opposero una prepotente ripresa dell’attivismo sappista e gappista passando dalle 450 azioni del dicembre 1943 alle 610 del gennaio 1945, che divennero 632 in febbraio, 646 in marzo e 781 nei primi ventitre giorni dell’aprile 1945. Contemporaneamente, tra marzo e i primi d’aprile, intensificarono le agitazioni di fabbrica e, a partire dal 3 aprile 1945, muovendo dal Gallaratese e dal Bustese, mobilitarono il proletariato industriale in una catena di scioperi rivendicativi che, in particolare a Sesto San Giovanni, assunsero una connotazione apertamente politica, evidenziando un’alta carica di combattività.

Alla vigilia dell’insurrezione, secondo stime presentate dai diversi Comandi, ma ampiamente dilatate da un’ottica politica già post-insurrezionale, le forze partigiane avrebbero contato quasi tredici mila sappisti in città e altrettanti in provincia, a fronte dei quali nel dopoguerra, pur tenendo conto dei criteri burocraticamente restrittivi adottati, la Commissione Lombarda Riconoscimento Partigiani conteggiò invece 6.626 partigiani combattenti, 4.389 patrioti e 5.865 benemeriti (cioè volontari insurrezionali).

Di contro, le forze tedesche, secondo fonti non verificabili, assommavano a circa 3.600 uomini e quelle delle varie formazioni fasciste (compresi 300 miliziani francesi e le forze di polizia) a oltre 12.000.

Diversamente dai piani operativi minuziosamente preparati dal Comando Piazza di Milano, di dubbia applicazione perché concepiti con criteri rigorosamente militari scarsamente aderenti alla realtà della situazione, l’insurrezione nacque spontaneamente, nella tarda mattinata del 24 aprile 1945, da uno scontro accesosi e poi generalizzatosi nella zona di Niguarda tra garibaldini della 110^ e militi fascisti. Quasi contemporaneamente Leo Valiani, Sandro Pertini ed Emilio Sereni, in nome del Comitato Insurrezionale da loro diretto, diramarono l’ordine dello sciopero insurrezionale a partire dalle ore 13.00 del 25 aprile 1945, mentre i comandi generali partigiani fissarono l’inizio delle operazioni alle 14.00 dello stesso giorno.

Nel pomeriggio del 24, primo caduto dell’insurrezione, fu Gina Galeotti Bianchi, comunista, appartenente ai Gruppi di Difesa della Donna. Nella nottata i G.A.P. assaltarono la caserma di Niguarda e imatteottini della 33^ Brigata e una Squadra della Divisione Pasubio occuparono l’autocentro della polizia in via Castelvetro, mentre Egidio Liberti (azionista, capo di stato maggiore del Comando Piazza di Milano) e Sandro Faini (socialista, capo dell’Ufficio Informazioni) guidarono un altro gruppo all’attacco, parzialmente riuscito, del parcheggio dei blindati tedeschi all’interno della Fiera campionaria.

Alle ore 8.00 del 25 aprile, riunitosi presso il Collegio dei Salesiani di via Copernico, e nominato presidente Rodolfo Morandi, il C.L.N.A.I. approvò all’unanimità la proclamazione dell’insurrezione ed emanò il decreto dell’assunzione di tutti i poteri da parte del C.L.N.A.I. e dei C.L.N. regionali, provinciali e cittadini. All’incirca alla stessa ora, presso il Convento delle Stelline in corso di Porta Magenta 79, si riunì il Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, mentre il Comando Piazza, privo del suo comandante resosi irreperibile per tre giorni, stabilì provvisoriamente la propria sede operativa nel commissariato di via Carlo Poma. Nei fatti, compresso fino dalla sua costituzione tra la presenza a Milano del Comando Generale del C.V.L. e quelli delle diverse formazioni, il Comando Piazza non esercitò alcuna funzione dirigente e la Liberazione venne diretta dal Comando superiore del C.V.L. e da quelli facenti capo ai diversi partiti.

Tra mezzogiorno e le prime ore del pomeriggio tutte le principali fabbriche milanesi e sestesi vennero occupate dai vari sappisti che dovettero respingere puntate nemiche alla Motomeccanica, al deposito A.T.M. di viale Molise, alla C.G.E., dove i fascisti, per intimorire gli scioperanti, fucilarono due patrioti davanti ai cancelli della fabbrica, e alla O.M., dove giellisti, matteottini e garibaldini sostennero quattro ore di combattimenti. Scontri a fuoco si verificarono fino a sera inoltrata in diversi punti della città con cecchini e, soprattutto, con autocolonne in fuga e macchine fasciste che scorazzavano rafficando all’impazzata.

Occupate le sedi del Corriere della Sera, de’ La Gazzetta dello Sport e de’ Il Popolo d’Italia in piazza Cavour, si utilizzarono gli impianti per stampare le edizioni insurrezionali de’ l’Unità, dell’Avanti!e de’ L’Italia Libera, organo del Partito d’Azione. Alle ore 17.00, attraverso la mediazione del cardinale Schuster, proteso a scongiurare la paventata insurrezione comunista, Mussolini, sperando di poter ancora patteggiare la resa, incontrò all’Arcivescovado il generale Cadorna e i rappresentanti del C.L.N.A.I. Achille Lombardi, Achille Marazza e Guido Arpesani. Richiesta una sospensione delle trattative, impegnandosi a riprenderle un’ora più tardi, si recò in Prefettura da dove, alle 19.30 circa, con numerosi gerarchi e una scorta di SS, lasciò invece Milano alla volta di Como, nell’intento di riparare in Svizzera.

Scontri a fuoco e combattimenti di varia intensità contro autocolonne germaniche che caoticamente cercavano di abbandonare la città, o di concentrarvisi, continuarono nella notte a Ronchetto sul Naviglio e il giorno dopo a Trenno in via Novara, in via Padova e in corso Vercelli, causando diversi morti e feriti agli insorti. 
All’alba del 26 aprile, dopo una breve sparatoria con un gruppo di repubblichini in corso di Porta Nuova, il 4° battaglione della Guardia di Finanza, guidato dal colonnello Alfredo Malgeri, prese possesso del palazzo della Prefettura in corso Monforte e alle 8.00, nominato dal C.L.N.A.I., Riccardo Lombardi assunse la carica di prefetto mentre il socialista Antonio Greppi quella di sindaco.

Alle ore 9.00, dalla stazione radio di Morivione (Quartiere a sud di Milano) il comandante delle Brigate Matteotti, Corrado Bonfantini, annunciò la liberazione di Milano. Gli ultimi violenti scontri si ebbero attorno alla Innocenti di Lambrate che, rioccupata da un reparto germanico, venne liberata dopo due ore di fuoco, e in piazza Napoli dove una dozzina di fascisti asserragliatisi nel presidio rionale della G.N.R. si arresero quando l’edificio fu scoperchiato dal lancio di mine anticarro. Per essere stati seviziatori di partigiani, vennero tutti passati per le armi sul posto. 
Nella serata del 26 aprile Milano era praticamente liberata. Forti e ben armati reparti germanici, trincerati all’interno del Collegio dei Martinitt in via Pitteri, alla Casa dello Studente in viale Romagna e nel palazzo dell’Aeronautica in piazza Italo Balbo (attuale piazza Novelli), si arresero il 28 aprile all’arrivo delle Divisioni partigiane dell’Oltrepò, mentre la Sicherheitspolizei e la Gestapo, rinchiusesi all’Hotel Regina con reparti della Wehrmacht, si consegnarono agli americani la mattina del 30 aprile.

Il 27 aprile, alle ore 17.00, provenienti dall’Oltrepò, giunsero in città i primi seicento partigiani della divisione Garibaldi Gramsci e il 28, alle ore 13.00, precedute da sette carri armati conquistati al nemico e sorvolate da un aereo sotto le cui ali era scritto Valsesia, entrarono da viale Certosa le Brigate valsesiane di Cino Moscatelli, il quale, insieme a Luigi Longo e a Sandro Pertini, tenne due ore dopo il primo libero comizio in piazza del Duomo.

Alle ore 3.00 del 29 aprile i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e quindici gerarchi giustiziati a Dongo, vennero portati ed esposti in piazzale Loreto, dove alcune ore dopo fu fucilato anche Achille Starace, ex segretario del Partito Nazionale Fascista.

Nella stessa mattinata entrarono in Milano le prime avanguardie della V Armata statunitense. Alle ore 19.00 il colonnello Charles Poletti, commissario per la Lombardia del Governo Militare Alleato, ricevuto in Prefettura dai rappresentanti del C.L.N.A.I. e del Corpo Volontari della Libertà, dichiarò: "Siamo andati a spasso per Milano. Abbiamo trovato ordine, disciplina. Siamo stati anche in piazzale Loreto. Esprimiamo la nostra soddisfazione al C.L.N.A.I. e ai partigiani per il magnifico lavoro fatto. Siamo contenti di essere arrivati. Apprezziamo quello che il C.L.N.A.I. ha fatto e farà".

I negozi erano tutti riaperti, i mezzi circolavano tra le case bombardate, si panificava e venivano erogati gas ed energia elettrica. Non si verificarono casi di saccheggio. L’ordine pubblico fu garantito dai partigiani. In base a dati raccolti dal Ministero degli Interni, i fascisti condannati a morte dai Tribunali Straordinari, o giustiziati sommariamente, furono 622 più 22 scomparsi. 
Il 6 maggio 1945 in molte città d’Italia si tennero le sfilate della Liberazione come atto simbolicamente conclusivo della Resistenza. La sfilata di Milano era guidata dal Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà composto da: Gian Battista Stucchi, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo, Enrico Mattei. In quell’occasione la bandiera del C.V.L. fu decorata dagli Alleati con la Medaglia d’Oro.

Il 7 luglio 1945 fu allestita al Palazzo dell’Arengario la Mostra della Liberazione. Gli organizzatori furono tra gli altri: Mario De Micheli, Duilio Morosini, Gabriele Mucchi, Albe e Lica Steiner, Luigi Veronesi.

Il 14 luglio 1945, sempre a Milano, si tenne una grande kermesse per celebrare l’anniversario della presa della Bastiglia e, soprattutto, la fine della guerra. 
Fin dai primi di luglio, la città era diventata un’enorme balera a cielo aperto. Si ballava nelle piazze, nelle strade, nei cortili, nei giardini, sotto i bersò delle osterie, nelle sezioni dei partiti. I festeggiamenti avevano raggiunto l’apice sabato 14 durante la Festa della Fraternità che si svolse al Parco, dal Castello all’Arco della Pace. Nei quartieri periferici la gente vegliò tutta la notte e i tram circolarono ininterrottamente. Una banda autotrasportata suonò La Marsigliese e altri inni di libertà in tutta la città. 

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