L'occupazione tedesca (1943-1945)

Dopo l'8 settembre 1943 la Wehrmacht tedesca occupa gran parte dell'Italia centro-settentrionale.
Con l'instaurarsi della Repubblica Sociale Italiana (RSI), la Germania riconosce al nuovo Stato fascista il possesso formale delle aree occupate, fatta eccezione per due zone, direttamente sottoposte all'amministrazione tedesca: la Zona di operazioni Prealpi (Alpenvorland), che interessa le province di Belluno, Bolzano e Trento; e la Zona di operazioni Litorale Adriatico (Adriatisches Küstenland), che copre le regioni di Istria (Fiume, Pola e Trieste), Venezia Giulia (Gorizia) e Friuli (Udine), e la provincia di Lubiana.
La presenza dei nazisti in Italia ha un valore strategico dal punto di vista militare, per contenere l'avanzata angloamericana dal Sud, ma garantisce anche un importante bacino di risorse utili al proseguimento della guerra: i tedeschi, infatti, requisiscono per i propri scopi le risorse agricole e gli apparati industriali, e sfruttano la popolazione italiana attraverso la deportazione nei campi di concentramento d'oltralpe e il «reclutamento» nelle industrie tedesche di decine di migliaia di lavoratori coatti.
Il regime di occupazione nazista è reso particolarmente feroce dai propositi di vendetta contro l'alleato italiano «traditore» e dall'andamento fallimentare della guerra: i tedeschi non solo si impegnano in una dura repressione della Resistenza, ma si rendono responsabili di un crescendo di stragi e di violenze anche nei confronti della popolazione civile.
 

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