Bombardamenti

     Madrid e Guernica prima, Varsavia, Rotterdam e Belgrado dopo, hanno ormai acclarato che la guerra moderna non risparmia i grandi centri urbani e che la morte arriva dal cielo. Dal primo giorno di guerra si impartiscono le disposizioni per la protezione antiaerea, confidando in una difesa da terra e nell'aria che si rivelerà assolutamente inadeguata e inefficiente.
     Per non offrire punti di riferimento alla navigazione aerea e ai bombardieri alleati entra in vigore l'oscuramento. Dall'imbrunire all'alba Milano è una città buia. Nessuna luce deve trapelare da caseggiati, locali pubblici, uffici e ospedali. L'illuminazione stradale viene sospesa, quella delle vetrine è vietata. Insegne pubblicitarie, orologi pubblici, semafori stradali e distributori di benzina devono essere spenti. Non fanno eccezione le luci perenni di santuari e cimiteri. Tutti gli spettacoli pubblici devono terminare alla 23.00, tram e autobus iniziano l'ultima corsa alle 23.20. 
     Ai proprietari di fabbricato è fatto obbligo di approntare rifugi antiaerei nelle cantine che, puntellate con travi, si trasformeranno in più di una occasione in trappole mortali. In ogni caseggiato viene nominato un capofabbricato, responsabile dell'applicazione delle norme di protezione antiaerea. Molti applicano strisce di carta adesiva, disposte a raggera, a vetrine e vetri delle finestre di abitazioni e uffici per aumentarne la resistenza allo spostamento d'aria prodotto dalla deflagrazione delle bombe. A difesa di monumenti e opere d'arte cominciano a comparire muri antischegge eretti con sacchetti di sabbia. I portici del centro, lungo piazza del Duomo, corso Matteotti (all'epoca corso del Littorio), piazza Diaz e piazza San Babila, ne sono disseminati per offrire un precario riparo a quanti, in caso di allarme aereo, non facessero in tempo a intanarsi in uno dei 138 rifugi pubblici che verranno apprestati dal Comune.   
     Le prime bombe su Milano - sganciate disordinatamente forse da aerei francesi fuori rotta - cadono nella notte tra il 15 e il 16 giugno 1940, causando due morti, alcuni feriti e lievi danni all'abitato. Nei mesi successivi seguono altre sette incursioni all'incirca della stessa portata e il 1941 sarà un anno di apparente tregua. 
     I bombardamenti peggiori si registrano nel tardo pomeriggio e nella notte di sabato 24 ottobre 1942, nella notte fra il 14 e il 15 febbraio 1943 e poi ancora - i più devastanti - nelle notti tra il 12 e il 13, il 14 e il 15, e il 15 e il 16 agosto 1943, con danni gravissimi alla città, più di 200 morti e 826 feriti. Degli 843 bombardieri inglesi in missione in quelle tre notti, solo uno è abbattuto dalla contraerea. Milano è un rogo. Non c'è quartiere che non sia stato colpito gravemente, i senza tetto - per lo più famiglie operaie - sono circa 220.000, incalcolabile il numero di coloro che - potendoselo permettere - si aggiungono alla lista di chi è già sfollato in campagna. Secondo il comando tedesco sono più di 600.000, quasi metà della popolazione. A chi è costretto a rimanere in città non si offre altra alternativa che ad andare dormire con l'incubo dei bombardamenti: una valigia con l'indispensabile ai piedi del letto e la torcia elettrica a dinamo sul comodino, per essere pronti al primo allarme a precipitarsi nelle cantine trasformate in malsicuri rifugi.
     Le 45 incursioni che si registrano dal 28 marzo 1944 all'aprile 1945 avranno una minore potenza distruttrice, ad eccezione di quella del 20 ottobre 1944, che colpisce numerose industrie milanese e sestesi e, per una deriva nella rotta di attacco, provoca la morte di 184 bambini e 19 maestre della scuola elementare di Gorla, più altri 19 bambini del quartiere.
     Le ultime bombe cadono il 13 aprile 1945. Alla fine del conflitto il Comitato comunale per le riparazioni edilizie censirà 240.500 locali inagibili, di cui 37.000 distrutti, 86.900 gravemente danneggiati e 115.500 lievemente danneggiati. Non esiste un elenco preciso delle perdite umane causate dai bombardamenti: quello compilato dal Comune di Milano - incompleto - ne indica 1208. Più realisticamente possono valutarsi attorno alle 2.000. 
     A testimonianza di quei tragici momenti rimane il Monte Stella, eretto con le macerie, il monumento di piazza dei Piccoli Martiri di Gorla, qualche zona ancora oggi sinistrata attorno a via Morigi, le Cinque Vie e via Pasubio, il bunker a torre della Prefettura, quello a campanile della ex Magneti Marelli in via Adriano e sei rifugi antiaerei a forma ogivale (di cui tre visibili dalla strada) in via Pitteri.
 

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