Trasporti

Circolazione e trasporti pubblici

     Dalle prime settimane di guerra si riducono gli orari di servizio e i percorsi di tram e autobus, decine di collegamenti ferroviari vengono soppressi. Ai proprietari di autoveicoli è fatto obbligo di verniciare di bianco parafanghi e cofano per agevolarne la visibilità nelle ore notturne. La circolazione automobilistica necessita di un permesso speciale, il carburante è razionato e presto cominceranno a vedersi automezzi con motori alimentati a carbonella. Nel 1944 tutti gli autoveicoli privati saranno requisiti dalle autorità fasciste. Con il proseguire del conflitto e il crescente dissesto dei mezzi pubblici di trasporto si ricorrerà ad ogni genere di ripiego: carri e carretti a trazione animale o umana e velotaxi, improvvisati riksciò a pedali, finché anche camere d'aria e tubolari non diventeranno preziosa merce di scambio.
     Fari, fanali e luci di posizione di auto e biciclette devono essere schermati lasciando una fessura di pochi centimetri. I tram devono avere i fanali azzurrati e le luci interne, azzurrate, vanno schermate con involucri di metallo che orientino il fascio luminoso verso il basso. Si imbiancano anche i cordoli dei marciapiedi, le colonnine spartitraffico e ciò che, di notte, può rappresentare un improvviso e pericoloso ostacolo. 
     Buona parte di quella metà di popolazione sfollata dopo i bombardamenti dell'agosto 1943 gravita quotidianamente su Milano, aggiungendosi al pendolarismo storico e a quanti fanno la spola con le province contigue per reperire un po' di burro o qualche uovo al mercato nero. Il logorio dei motori, bisognosi spesso di riparazioni improvvisate, la lentezza e il sovraffollamento dei trasporti pubblici - e dopo l'occupazione nazista i blocchi stradali e i controlli nazifascisti - trasformano ogni benché minimo viaggio in una impresa defatigante e dai tempi mai certi. In più, dall'estate 1944, l'Italia settentrionale entra nel raggio d'azione dei caccia angloamericani. All'incubo dei bombardamenti notturni si unisce ora quello dei mitragliamenti diurni, inducendo la fantasia popolare ad addebitarli a Pippo, un solitario onnipresente cacciatore inglese che non risparmia corriere, carri di fieno e biciclette, ma la verità è che i cieli dell'Italia occupata sono ormai dominio di tanti Pippo che scorrazzano incontrastati, tanti da non poterseli neanche immaginare. 
     La bicicletta diventa il mezzo di locomozione più affidabile, diffuso e prezioso ma, per chi già non la possiede, il prezzo d'acquisto è proibitivo: dalle 8 alle 12 mila lire, e nel 1944 il salario medio operaio si aggira attorno alle duemila lire, per non parlare della crescente penuria di copertoni e tubolari, tanto che la loro distribuzione sarà una delle voci ricorrenti nelle rivendicazioni operaie. Con l'occupazione tedesca e lo sviluppo della guerriglia gappista e sappista, ogni ciclista si trasforma in una potenziale minaccia per i nazifascisti. La bicicletta diventa così il mezzo di locomozione più sospetto e, come tale, soggetto ad ulteriori permessi e restrizioni nell'uso.

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Gli Operai

La classe operaia

     La guerra moderna è una sfida industriale e a farne le spese è in primis la classe operaia. In nome dello sforzo bellico si sospendono le norme legislative che regolavano il lavoro straordinario, notturno e festivo e quelle a tutela delle donne e dei minori, si intensificano i ritmi produttivi e si ripristinano le 48 ore lavorative settimanali. Nel settore metalmeccanico la norma sarà di 60 ore ma all'Alfa Romeo, dal 1940 al 1943, un quarto delle maestranze ne lavorerà mediamente 72. 
     La produzione bellica, ora più complessa e sofisticata, accresce la richiesta di mano d'opera qualificata, ma è richiesta anche quella non qualificata per colmare i vuoti dei richiami alle armi, mutando così anche la composizione della forza lavoro formata ora da maestranze giovanili, in buona parte di origine contadina, per le quali la fabbrica sarà occasione di maturazione e di socializzazione, oltreché di assunzione di responsabilità di fronte alle scelte che si imporranno con l'occupazione nazista e il risorto fascismo repubblicano. 
     A differenza degli altri Paesi belligeranti, la presenza femminile in fabbrica non registra invece incrementi significativi, sia per le lavorazioni ad alto contenuto tecnologico richieste dalla guerra moderna, sia per le diffidenze del regime che a ragion veduta - memore delle esperienze della I guerra mondiale - le ritiene veicolo di turbolenze e ammutinamenti, senza poterle neanche ricattare con la minaccia dell'invio al fronte.
     L'introduzione del codice penale militare irrigidisce ancor più il pesante regime disciplinare della fabbrica, ma non riesce a contenere l'insofferenza, le infrazioni e il diffuso assenteismo con cui la classe operaia reagisce a orari e ritmi di lavoro massacranti e all'immiserimento dei già magri salari che, sempre più erosi dal vertiginoso aumento del costo della vita, si ridurranno mediamente nel 1944 a circa ¼ di quelli d'anteguerra. 
     La crescente avversione per la guerra fascista e i primi segnali di rivolta per condizioni di vita e di lavoro ormai intollerabili si manifestano apertamente con uno sciopero spontaneo alla Magnaghi di Turro all'indomani del bombardamento del 20 ottobre 1942 ed esplodono in forma massiccia con gli scioperi del marzo 1943, ai quali la classe operaia milanese - e sestese - partecipano compatte. Si apre da questo momento un ciclo di lotte che durerà fino all'autunno del 1944 e nel corso del quale, con la partecipazione agli scioperi del dicembre 1943 e del marzo 1944, e alla lotta partigiana, la classe operaia riconquisterà, dopo vent'anni, la propria identità e la coscienza della propria forza organizzata diventando, insieme alla fabbrica, il principale protagonista prima della lotta resistenziale e poi della ricostruzione democratica.
     La centralità della fabbrica nella lotta antifascista, e la costruzione di un mito che si riverbererà a lungo nel dopoguerra, nascono dal ruolo svolto nelle battaglie per la conquista della libertà e dall'intensità del coinvolgimento nella difesa di quelle fabbriche che, nel desolato panorama di una Milano distrutta e semisvuotata, si impongono di fatto, con la loro stessa fisicità e per le energie espresse, come "i principali, se non gli unici, punti di riferimento dai quali si poteva attendere la ricostruzione materiale e la riorganizzazione della vita collettiva" (Duccio Bigazzi).

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Alimentazione

Il razionamento dei prodotti   
Con la guerra, e l'introduzione del contingentamento e razionamento delle merci, l'accesso al libero mercato è immediatamente limitato alle quantità prestabilite dalle autorità, fatto salvo l'esaurimento delle scorte e ad eccezione dei prodotti ritirati dal commercio. Il primo genere di consumo a sparire all'indomani dell'apertura delle ostilità è il caffè. Quello che c'è va riservato alle forze armate e i milanesi, come il resto degli italiani, dovranno abituarsi ai surrogati autarchici e a quello d'orzo, poi, con il peggiorare della situazione, lo si ricaverà dalle ghiande tostate e macinate. Tre settimane dopo le restrizioni si estendono a zucchero, burro e grassi e, per contenerne il consumo, dal 1 luglio 1940 la vendita di dolci e gelati è limitata al sabato, domenica e lunedì. Col tempo saranno esclusivo appannaggio di pochi privilegiati. 
     Si riduce il consumo di pane e cambia anche la forma e la composizione: la classica michetta dei milanesi lascia il posto a forme allungate, la cui composizione registrerà un progressivo aumento della percentuale di crusca in sostituzione dell'iniziale 80% di farina di frumento. La razione giornaliera - 200 grammi a testa, 400 per gli addetti ai lavori pesanti - si stabilizzerà a 200 grammi. Quella del riso e della pasta dà diritto complessivamente a due chili al mese. Con il passare del tempo anche frutta e verdura diventano una rarità. Nascono gli orti di guerra: chi ha la fortuna di averne uno, semina carote e cavoli in giardino; in piazza del Duomo e in piazza della Repubblica si semina invece grano per disposizione delle autorità. I tram passano tra le spighe.
     Nel 1935 la Commissione suprema di difesa aveva stabilito che, in caso di guerra, si dovesse assegnare ai civili adulti una razione alimentare minima di 3000 calorie, ma già nel 1940 sono poco più di 2000, poco più di 1000 nel 1942 e, con le requisizioni dell'occupazione tedesca, scenderanno sotto le 1000 nel 1944. Il possesso della tessera annonaria non garantirà più gli acquisti cui si ha in teoria diritto. In pratica si faranno lunghe file davanti ai negozi per accaparrarsi qualcosa prima dell'esaurimento dei prodotti.
     Dal settembre al dicembre 1943 sparisce il riso, la cui produzione è interamente requisita dai tedeschi, il sale è introvabile. Ricomparirà a fasi alterne con non più di 200 grammi mensili, mentre i condimenti - nel 1940 fissati in ragione di 8 decilitri di olio oppure 800 grammi di burro (o lardo o strutto) al mese - scendono a un decilitro di olio, 1 etto di grasso di maiale e 2 etti di burro e, nell'ottobre 1944, a mezzo decilitro di olio e un etto di burro. 
     La razione settimanale - nominale - di carne bovina è di 200 grammi, ma spesso manca ed è sostituita con 50 grammi di formaggio duro o 70 di salumi. Il consumo della poca carne si riduce quasi esclusivamente alle frattaglie e ai conigli, ma anche questi ultimi sono sempre più introvabili, come del resto i gatti, e i milanesi guarderanno con sospetto alle polpette di coniglio offerte nei menu delle mense comunali o dei ristoranti di guerra. 
     I formaggi passano dagli 8 etti mensili del 1940 ai 175 grammi dell'estate 1944. I bollini dei salumi danno diritto a 200 grammi, distribuiti in ragione di 50 grammi settimanali, quelli dello zucchero a 500 grammi al mese per i bambini fino a tre anni, per tutti gli altri 250 grammi. Cucinare è un'impresa: il gas viene erogato a pressione normale per sole tre ore al giorno.
     Manca tutto, stoffe, indumenti, scarpe, copertoni e tubolari per biciclette. Con un sapone da 75 grammi si deve fare il bucato per un mese, quello da bagno - una saponetta da 100 grammi - deve durarne due. Per chi fuma, e ha compiuto 18 anni, ci sono tre sigarette al giorno, o un sigaro. 
     Per chi se lo può permettere c'è il mercato nero, ma i suoi prezzi sono proibitivi. Nel settembre 1943 un chilo di pane costa 10 lire, la carne bovina 170, un quintale di carbone 1.000 - a fronte delle circa duemila lire di un salario medio operaio - , e nel 1944 i prezzi registreranno aumenti da capogiro: un fiasco d'olio supererà le due mila lire, e un pacchetto di sigarette Africa le 200.

Razione alimentare giornaliera media dal settembre 1943 all'aprile 1945

67 gr. pasta (o riso)
9,3 gr. carne suina
6,6 gr. salumi
5,8 gr. formaggi
3,3 gr. fagioli
3,3 gr. patate
6,6 gr. burro
3,3 grassi di maiale
3,3 centilitri di olio
200 gr. pane
6,6 gr. sale
8,3 gr. zucchero (17 gr. per i bambini fino a tre anni di età)

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Riscaldamento

Riscaldamento

     Nelle case, nei luoghi di lavoro e nei locali pubblici si patisce il freddo fino dal primo inverno di guerra. Le autorità "garantiscono" un massimo di 16 gradi per 120 giorni nell'inverno 1940-1941, nel 1941-1942 i giorni scendono a 100 e ogni anno sarà peggio fino ad arrivare al gelo dell'inverno 1944-1945. 
     Dall'estate del 1944 i bombardamenti a tappeto sui centri minerari e industriali tedeschi, e il dominio alleato dei cieli, riducono drasticamente la possibilità di ricevere materie prime e combustibile dalla Germania. Laddove esiste, il riscaldamento centralizzato dei caseggiati è puramente nominale. In molte case ci si riscalda ancora con la stufa ma il prezzo del carbone - 1.000 lire al quintale al mercato nero - è proibitivo, la torba costa meno ma affumica e non produce calore, la legna non si trova, molti cercano di recuperarne qualche pezzo strappando i paletti di sostegno alle recinzioni delle aiuole dei parchi. Non resta che bruciare carta bagnata, pressata a palla e fatta essiccare, e andare a dormire imbottiti di golf e maglioni di lana autarchica. 
     In quell'ultimo inverno sarà la Resistenza a mobilitarsi in aiuto dei più disagiati nella campagna contro "il freddo, la fame e il terrore nazifascista" e le SAP organizzeranno, guideranno e proteggeranno la popolazione negli assalti ai vagoni di carbone negli scali ferroviari o nel taglio delle piante di parchi, viali alberati e giardini pubblici: nella sola notte fra il 2 e il 3 gennaio 1945 - denuncia un documento del Comune - vengono tagliate oltre 1000 piante di viale Fulvio. Praticamente tutte.

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Indici economici

Numeri indici del costo della vita a Milano 1940 - 1945
(base 1939 = 100) 
fonte: Società Edison, Giunta Tecnica, "Quaderni di studi e notizie", 1948
Alimentazione 1940 1941 1942 1943 1944 1945
gennaio
118
175
287
426
666
2018
febbraio
121
175
290
427
728
2157
marzo
123
185
295
434
808
2220
aprile
129
203
300
458
859
2363
maggio
133
208
304
481
932
2461
giugno
131
211
305
522
988
2494
luglio
128
215
329
535
1013
2320
agosto
129
211
330
574
1020
2616
settembre
133
221
344
624
1082
3071
ottobre
142
250
351
618
1153
2962
novembre
149
263
367
640
1453
3193
dicembre
160
268
381
680
1620
3278

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