Slide background
Slide background
Slide background
Slide background
Slide background

La ritirata di Russia: dal racconto di Mario Rigoni Stern

Mario-Rigoni-Stern.jpg

L'autore dell'articolo, protagonista della disastrosa spedizione dell'Armir, rievoca il dramma della ritirata e della disperata battaglia nella grande ansa del Don per sfuggire ai russi. In unsolo giorno, la sua compagnia fu decimata: di 200 alpini ne restarono soltanto 36.

“In questi giorni di febbraio (n.d.r. 1943) andavamo camminando da villaggio in villaggio cercando evitare le strade dove manovravano le divisioni corazzate tedesche per fermare l'offensiva invernale dell'Armata Rossa. Già la VI Armata tedesca si era arresa a Stalingrado, ma noi non lo sapevamo. Dopo il combattimento del 26 gennaio eravamo rimasti in pochi; della mia compagnia, escluso il sergente dei conducenti, ero l'unico sottufficiale: il capitano, i cinque ufficiali, i sergenti o erano caduti in combattimento o nella neve per sfinimento. Solamente quattro erano stati raccolti sulle slitte e poi ricoverati a Kharkov. Usciti dall'accerchiamento, dopo combattimenti e marce infinite, ci contammo una trentina. Mancava il 90 per cento dei nostri compagni. Un sottotenente venne a prendere il comando di questi resti. E noi si andava verso occidente. Ci avevano indicato una direzione verso Kiev in Ucraina, poi verso Gomel in Bielorussia. Vennero ancora giorni molto freddi e una notte di tormenta quasi perdevo le mani per congelamento: a Nikolajevka, per manovrare meglio la mitragliatrice, i guanti me li ero levati senza più trovarli. Ora facevo il cane da pastore in coda al piccolo gruppo; con noi c'erano dei feriti leggeri e degli ammalati che avevano rifiutato il ricovero perché temevano di essere abbandonati ...
ritirata fronte DonL'avventura degli italiani era incominciata nell'estate del 1941. L'aggressione all'Urss da parte delle armate di Hitler era avvenuta alle prime luci dell' alba del 22 giugno. Quella mattina l'avvampare di seimila cannoni frantumò l'alba. Migliaia di carri armati e di aerei, milioni di soldati varcarono le frontiere con la Russia, travolgendo ogni difesa. Incominciò così la più grande campagna di tutte le guerre, che costò decine di milioni di vite umane. Gli obiettivi erano Mosca, la distruzione della Russia come Stato; il tempo otto settimane.
In quella primavera anche in Italia si stava segretamente preparando un Corpo di spedizione autotrasportabile (cioè che si sarebbe potuto anche autotrasportare). Erano le divisioni Pasubio, Torino, Celere e il gruppo camicie nere Tagliamento con i relativi servizi di Corpo d'Armata. Il trasferimento verso il fronte incominciò il 10 luglio e fu lungo e faticoso attraverso i Carpazi, l'Ungheria e la Romania. Soltanto l'11 agosto l'avanguardia della Pasubio prese contatto con i russi nel villaggio ucraino di Nikolajev. Tra i nostri vi furono due morti e tre feriti: i primi di una lunga fila.
Quell'estate era molto calda, la campagna ucraina rigogliosa di grani e di girasoli in fiore. In principio pareva che le otto settimane previste dal Comando Supremo fossero un tempo attuabile: gli scontri erano rapidi e violenti; le armate russe si ritiravano lasciando centinaia di migliaia di prigionieri. Ma dopo due mesi nelle retrovie si era organizzata la guerra partigiana, nelle ritirate i russi sgomberavano le fabbriche e facevano metodicamente saltare i binari ferroviari; e quando decidevano di combattere lottavano fino all'ultimo uomo.
Le otto settimane erano passate. Arrivarono sì, le armate di Hitler, a vedere le torri del Cremlino, ma venne pure quel grande freddo che nessuna memoria ricordava e, dall'Estremo Oriente, dopo che i giapponesi avevano assicurato il non intervento, le diciotto divisioni siberiane comandate da Zukov.
I tedeschi furono costretti a ritirarsi dai dintorni di Mosca per parecchi chilometri e subirono la prima sconfitta. I loro corpi congelati a decine di migliaia riempivano i treni che li riportavano in Germania; molti restavano irrigiditi dentro le trincee; i disturbi intestinali erano diventati epidemia.
Il Natale del 1941 per i nostri soldati fu un giorno di sangue e di sofferenze. Alle 6,40, dopo un violento fuoco d'artiglieria, le divisioni Torino e Celere furono attaccate da fanterie e carri armati. I combattimenti durarono fino al 31 dicembre con temperature che scendevano sotto ai meno 35°. I russi non riuscirono a sfondare, ma le nostre perdite furono gravi. A chi aveva superato un mese in linea Hitler offrì una onorificenza che i soldati chiamarono subito «l'ordine della carne congelata».
Intanto negli alti comandi si studiava l'offensiva che avrebbe definitivamente sconfitto la Russia. Gli obiettivi erano il Volga e il Caucaso e poi, attraverso il Medio Oriente, raggiungere l'Egitto «chiave dell'impero britannico». A tale proposito Mussolini, il 3 dicembre aveva scritto a Hitler « ... in relazione al Vostro colloquio con il Conte Ciano sto provvedendo a disporre di un corpo d'armata alpino composto dalle nostre migliori truppe».
I resti delle armate russe sarebbero stati spinti nell'estrema Siberia e tutti i territori conquistati sarebbero diventati «spazio vitale» del popolo germanico al cui servizio dovevano restare gli slavi rimasti, «popolo inferiore».
Nell'estate del 1942, malgrado il parere contrario del generale Messe, comandante del Csir, in tanti partimmo per il Fronte Est: le divisioni Tridentina, Giulia e Cuneense; Cosseria, Ravenna e Sforzesca; il raggruppamento camicie nere «3 Gennaio»; un'Intendenza d'Armata, un Corpo areonautico; un Corpo marittimo: 230.000 uomini, 960 cannoni, 850 mortai, 19 semoventi, 55 carri armati, 1.800 mitragliatrici, 2850 fucili mitragliatori, 16.000 automezzi, 1.130 trattori, 4.470 motociclette, 25.000 quadrupedi.
L'8 agosto Hitler scriveva al duce: « ... Vorrei ora, Duce, sottoporvi la proposta di permettere che le divisioni alpine siano impegnate accanto alle nostre divisioni di montagna e leggere sul fronte del Caucaso. Ciò tanto più in quanto il forzamento del Caucaso ci porterà in seguito in territori che non appartengono alle sfere d'interesse tedesche e pertanto, anche per motivi psicologici, si rende opportuno che ivi marcino con noi reparti italiani e, se possibile, il Corpo d'Armata alpino, che è il più adatto allo scopo ... ».
Nel mese di agosto si camminava per la sconfinata pianura. Ogni tanto alzavamo gli occhi per vedere se apparivano le montagne. Sembrava di essere sempre nel medesimo posto. Un giorno vennero a caricarci con i camion e ci portarono nella grande ansa del Don: l'Armata Rossa attaccava per cercare di tagliare i rifornimenti alla VI Armata che stava occupando Stalingrado. Il 1° settembre due battaglioni di alpini andarono al contrattacco. Quel mattino ero caposquadra, alla sera mi trovai a comandare i resti di una compagnia. Di quella compagnia di duecento restammo 36. Poi venne il resto. I caduti e i dispersi italiani in Russia furono 81.820; i feriti e i congelati 29.690”.
firma-Mario-Rigoni-Stern.jpg

La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni

Le persone avviate alla deportazione furono 562, i deportati giunti nei campi di concentramento, sinora accertati, furono 553, di cui 220 caddero e 10 morirono successivamente a causa della deportazione.
La deportazione politica assunse quindi nell’area industriale di Sesto San Giovanni dimensioni di massa per la grande e compatta partecipazione dei lavoratori agli scioperi politici del 1944 e per l’impegno degli operai nelle organizzazioni clandestine della Resistenza e nelle brigate partigiane di città e di montagna che nella fabbrica avevano le proprie basi. Il numero dei lavoratori deportati e dei caduti in deportazione fu altissimo:
- Breda: 199 deportati, 112 caduti,
- Pirelli: 184 deportati, 24 caduti,
- Falck: 96 deportati, 58 caduti,
- Magneti Marelli: 9 deportati,
- Ercole Marelli: 6 deportati, 3 caduti,
- Deposito locomotive FF.SS. di Greco: 6 deportati, 2 caduti,
- Argenteria Broggi: 4 deportati, 3 caduti,
- Piccole e medie aziende: 12 deportati, 5 caduti.
Ad eccezione dell’arresto degli scioperanti della Pirelli Bicocca del 23 novembre 1944, dei rastrellati e delle vittime delle rappresaglie, gli arresti vennero operati dalla G.N.R. con l’appoggio della Legione Autonoma Ettore Muti e dalle diverse polizie repubblichine: SS italiane, Brigate Nere o, secondo alcune testimonianze di deportati e loro familiari, da indistinti fascisti italiani. I tedeschi non comparvero sulla scena, si riservarono il compito di comandare, picchiare e torturare, assumendo il ruolo di arbitri della vita dei catturati.
Su 495 deportati, dei quali sono noti i luoghi e le circostanze dell’arresto, 196 furono prelevati in fabbrica, 177 vennero arrestati in casa di notte, 18 in casa in altre ore, 101 furono catturati in luoghi diversi, in montagna, nei locali pubblici, sui mezzi di trasporto e in rastrellamenti.
Numerosi arrestati, a causa dell’attività politica e per la partecipazione ad azioni partigiane, vennero trattenuti per uno o più giorni nelle celle dei diversi Gruppi rionali fascisti di Milano, in quelle della Questura in piazza San Fedele a Milano, nelle Carceri mandamentali della provincia o in luoghi di detenzione e di tortura come l’ex Macello di Monza.
Il primo campo di destinazione fu tedesco per 417 di loro (il 77% dei deportati) e italiano per 68 internati a Fossoli e successivamente per 59 a Bolzano.
I prigionieri compresi nei trasporti diretti ai campi di transito in Italia e nei Lager in Germania furono 562; 9 riuscirono a fuggire, in circostanze diverse, dai trasporti diretti in Germania.
Complessivamente i deportati immatricolati furono 553: 23 rimasero nel campo di Bolzano, 2 furono rilasciati da quel campo, 1 fu rilasciato dalla caserma Umberto I di Bergamo, 1 riuscì a fuggire dal campo di Bolzano. Le donne deportate furono 13 (2,34%) e tutte sopravvissero.
La deportazione politica di Sesto San Giovanni rimanda fedelmente l’immagine di una realtà costituita da lavoratori immigrati e pendolari. Solo il 6,2% era nato a Sesto San Giovanni, il 52,6% era nato in provincia di Milano e il 19% circa nelle altre province lombarde, il 27% circa era nato nel resto d’Italia, poco meno dell’1,5% all’estero. Solo il 28% dei 448 deportati dei quali è noto il luogo di residenza abitava a Sesto San Giovanni. Il 20,6% risiedeva nei comuni limitrofi, di questi il 40,8% (38) risiedeva a Cinisello Balsamo, il 59,1% (55) a Monza. Il 31,5% del totale risiedeva a Milano, il 17% negli altri comuni della provincia, il 2,5% nelle altre province lombarde.
I deportati morti furono 220, tutti uomini. 215 morirono nei Lager o negli ospedali alleati, 5 furono fucilati nel poligono di Cibeno, nei pressi del campo di Fossoli, il 12 luglio 1944. Altri 10 morirono dopo il loro rientro in Italia tra il 1945 e il 1950 a causa della deportazione. Se si considerano i 27 rimasti a Bolzano, rilasciati o fuggiti dai campi in Italia, il tasso di mortalità è del 37,9 % rispetto a una media stimata del 90%. Dei 206 deportati caduti nei Lager dei quali è noto il luogo di morte, 173, cioè l’84%, perirono a Mauthausen e nei suoi sottocampi (93 solo a Gusen), gli altri 33 morirono in altri Lager, 8 fra questi caddero a Kahla, 6 a Flossenburg, 4 a Buchenwald, 3 a Dachau.
Fra l’ottobre 1944 e l’aprile 1945, caddero 167 deportati, il 78,4% dei 215 deportati morti nei Lager tedeschi. La mortalità cresceva quanto più l’età era avanzata. La quasi totalità dei deportati era in età lavorativa. Solo 18, il 3%, aveva fra 54 e 65 anni, uno solo di questi sopravvisse. Al momento della deportazione il 14% dei 535 deportati, dei quali è nota la data di nascita, aveva fra 14 e 23 anni (il 23% morì); il 27,6% aveva fra 24 e 33 anni (il 31,5% cadde); il 36% si collocava fra 34 e 43 anni (il 46% morì), il 14,4% era nella fascia di età fra i 44 e i 53 (il 53% non sopravvisse).
Il numero relativamente alto di sopravvissuti era dovuto, come si è visto, all’età e quindi alla resistenza fisica degli internati, al periodo più o meno breve di permanenza e al tipo di Lager nel quale si era imprigionati: di sterminio, di lavoro, per militari, di punizione. A questo proposito la causa e le circostanze della cattura non erano sempre decisive: la destinazione a un tipo di campo era spesso connessa alle necessità della produzione bellica. Un altro fattore decisivo di sopravvivenza era il mestiere e la specializzazione.
Avevano un mestiere di fabbrica 447 deportati su un totale di 515 casi noti, 418 erano operai, 11 apprendisti, 10 tecnici e 8 ingegneri. I manovali erano 31 e gli impiegati 18. La destinazione a un sottocampo nel quale vi era un’azienda, una razione alimentare anche di pochi grammi superiore a quella del Lager, il lavoro al coperto, senza maltrattamenti continui, risultavano decisivi. Ad esempio i 15 deportati in seguito all’attentato del 10 febbraio 1944 alla sede del P.F.R. (Partito Fascista Repubblicano) di Sesto San Giovanni, dopo essere stati internati a Fossoli, furono deportati a Mauthausen, poi nel campo di lavoro di Wels dove si costruivano aerei. Sopravvissero tutti.
Un caso per molti versi emblematico riguarda i lavoratori della Pirelli Bicocca deportati per lo sciopero del 23 novembre 1944: su 153 deportati, 128 finirono in diversi campi dove si costruivano aerei e razzi e si fabbricavano armi e benzina sintetica: solo 6 morirono.
Altri 28 furono internati nel campo di Kahla, ritenuto fino a pochi anni or sono un campo di lavoro come gli altri e dove caddero 7 deportati. Una percentuale di caduti molto alta rispetto al tipo d Lager.
I deportati di cui si conosce la causa dell’arresto sono 509 su 553. Di loro 365, il 72%, furono deportati a causa degli scioperi (marzo del 1944 e Pirelli Bicocca del 23 novembre 1944); 51, cioè il 10%, vennero deportati per motivi politici, per la diffusione di giornali clandestini, la raccolta di aiuti per i prigionieri e per i partigiani; 52 furono deportati per azioni partigiane, in particolare per gli attacchi ai nazifascisti operati dai G.A.P. (Gruppi di Azione Patriottica) e gli scontri a fuoco con le truppe nazifasciste, in città e in montagna, durante i rastrellamenti, per le attività di sabotaggio e di propaganda delle S.A.P.
La rappresaglia nazifascista colpì 12 persone, furono deportati 6 lavoratori per l’attentato gappista alle locomotive nel Deposito FF.SS. di Greco; in seguito all’esecuzione del federale fascista Aldo Resega, vennero deportate le mogli di 3 gappisti. Altre 10 persone vennero deportate per i rastrellamenti e 11 erano soldati catturati durante le operazioni dei militari nazisti contro la resistenza greca, francese e jugoslava. Fra loro vi erano due militari che avevano partecipato alla rivolta nel Carcere Militare di Gaeta ed erano stati i primi ad essere deportati a Dachau il 20 settembre 1943; uno di loro era stato incarcerato per attività antifascista.
Per altre cause furono deportate 8 persone: 2 per furto di carbone, 2 per evasione dell’obbligo al servizio del lavoro in Germania.
Tra i deportati vi erano antifascisti di vecchia data, 31 avevano precedenti politici antifascisti: deferiti e condannati dal Tribunale Speciale, schedati dal Casellario Politico Centrale, già confinati o sorvegliati, 4 arrestati per lo sciopero del marzo 1943, 3 membri delle Commissioni Interne del periodo badogliano.

Biglietto di sola andata: ferrovie naziste e stermini

[ FONTE ]
Nella Germania nazista la Reichsbahn (Ferrovie dello Stato) facevano parte del Ministero dei Trasporti diretto dal ministro Dorpmüller che rimase ininterrottamente in carica dal 1937 al 1945. A partire dal 1942 il sottosegretario responsabile per le ferrovie fu un nazista convinto ed efficiente: Ganzenmüller. Il meccanismo della deportazione visto dalla parte delle ferrovie tedesche era piuttosto semplice: dall'ufficio di Eichmann giungeva una richiesta che veniva inoltrata alla Divisione Traffico e Tariffe (coordinata da un certo Schelp). Questa Divisione fissava la priorità del trasporto verso i campi di sterminio, calcolava il costo e passava la pratica alla Divisione Operativa che si occupava della formazione del treno e della fissazione degli orari. In altri termini Eichmann chiedeva - ad esempio - un treno in partenza da Parigi in grado di trasportare 2.000 prigionieri e le ferrovie tedesche organizzavano il trasporto fissando gli orari, trovando i carri bestiame necessari e calcolando i costi.

Le ferrovie infatti chiedevano che tutti i prigionieri pagassero il costo del loro trasporto verso la morte

Creazione dei Comitati di Liberazione Nazionale

« Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro... »
(Arrigo Boldrini)
Poche ore dopo la comunicazione radiofonica del maresciallo Badoglio e a battaglia già in corso, il 9 settembre 1943, alle 16.30, a Roma, in via Carlo Poma, sei esponenti politici dei partiti antifascisti, usciti dalla clandestinità a seguito del crollo del regime, si riunirono e costituirono il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste della Repubblica di Salò in tutto il periodo della guerra di liberazione.
I sei componenti erano Pietro Nenni per il PSIUP, Giorgio Amendola per il PCI, Ugo La Malfa per il Partito d'Azione, Alcide De Gasperi per la Democrazia Cristiana, Meuccio Ruini per Democrazia del Lavoro e Alessandro Casati per i liberali.
pietro-NennismallGiorgio Amendola 1972Ugo La Malfa 2Alcide de Gasperi 2meucci ruini1Alessandro casati
L'indomani mattina Nenni ebbe un contatto telefonico con altri esponenti politici a Milano e il 12 settembre si recò nel capoluogo lombardo dove, nonostante il rifiuto di Ferruccio Parri di assumere subito la guida delle formazioni antifasciste, venne a sua volta costituito un altro comitato con il nome di "Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia" (CLNAI), che più tardi sarebbe diventato il coordinatore della guerra partigiana al nord.
Nei giorni seguenti si moltiplicarono i comitati di liberazione locali per organizzare la lotta armata nelle regioni occupate dai tedeschi: a Torino, a Genova, a Padova sotto la direzione di Concetto Marchesi, Silvio Trentin, ed Egidio Meneghetti, a Firenze con Piero Calamandrei, Giorgio La Pira e Adone Zoli.
Entro l'11 settembre la struttura dei CLN era costituita e i comitati passarono rapidamente alla lotta armata ed alla clandestinità di fronte al rafforzarsi del potere politico militare delle forze tedesche e del nuovo Stato repubblicano fascista, mentre il 15 settembre ad Arona i primi capi delle formazioni partigiane organizzate in montagna (Ettore Tibaldi, Vincenzo Moscatelli) e i rappresentanti dei CLN (Mario e Corrado Bonfantini, Aldo Denini, l'avvocato Menotti) si incontrarono per discutere dettagli organizzativi e strutture di comando.
 
Lo storico Paolo Spriano ha illustrato tre caratteristiche fondamentali della Resistenza italiana presenti fin dal suo inizio e rimaste come elementi caratterizzanti per gran parte della sua storia.
In primo luogo il movimento si formò e crebbe partendo praticamente dal nulla in una situazione politico-militare estremamente critica;
in secondo luogo le circostanze del crollo del fascismo, scaturito da un'azione autonoma di ristrette autorità di potere compromesse con il regime e senza una reale partecipazione popolare, e il drammatico dissolvimento dello Stato dopo l'8 settembre, condussero ad un rifiuto da parte di gran parte del movimento resistenziale di ogni compromesso con le forze conservatrici raccolte intorno al re e al maresciallo Badoglio.
Infine l'assenza, nel momento della costituzione, di un reale riconoscimento da parte alleata della Resistenza italiana e di conseguenza di una sua rappresentatività nelle strutture di comando alleate, a differenza di altri movimenti resistenziali europei.
 
Secondo le parole di Spriano: "le capitali della Resistenza non saranno né Algeri, né Londra, né Mosca, né Brindisi o Salerno, ma la macchia e le città della guerriglia e della cospirazione clandestina".

Corpo volontari della libertà

Il Corpo volontari della libertà, in acronimo CVL, è stato la prima struttura di coordinamento generale della resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale, ufficialmente riconosciuto sia dagli Alleati che dal governo Badoglio II.

A partire dal settembre 1943 formazioni irregolari di partigiani iniziarono ad operare per la cacciata dei fascisti che, alleati con i nazisti occupanti, avevano creato nel nord del Paese la repubblica di Salò. L'insieme delle forze partigiane trovò la forza di coordinarsi in un organismo unitario, al fine di elaborare una linea politico-militare comune.
Il Corpo dei volontari della libertà fu costituito a Milano il 9 giugno 1944 (con delibera definitiva del 19 giugno).
Il 7 dicembre 1944 fu firmato un accordo tra i delegati del CLN Alta Italia (CLNAI) e gli Alleati, noto come «Protocolli di Roma» (vedi il testo completo in inglese dei "protocolli di Roma" edito in Secchia, Frassati, 1962, pp. 192-195), che sancì il riconoscimento formale da parte alleata della rinnovata organizzazione unitaria delle formazioni partigiane.
L'accordo trasformò definitivamente le forze partigiane in un corpo armato sottoposto ad un comando militare supremo con a capo Raffaele Cadorna, generale dell'esercito regolare italiano, affiancato dai vicecomandanti Ferruccio Parri (Partito d'azione) e Luigi Longo (Partito Comunista), Giovanni Battista Stucchi, e per un breve periodo anche da Guido Mosna e Sandro Pertini (Partito Socialista), Enrico Mattei (Democrazia Cristiana) e Mario Argenton (Partito Liberale e Formazioni Autonome).
Il CVL assolse la funzione che aveva portato alla sua costituzione ovvero l'organizzare sotto un unico comando le forze antifasciste combattenti, attive nell'Italia settentrionale.
Come stabilito negli accordi con gli alleati, a seguito della resa delle forze nazifasciste sul territorio italiano il CVL procedette alla riconsegna delle armi, sciogliendosi in quanto organizzazione armata, devolvendo ogni potere alle autorità alleate ed al Governo italiano.
Con legge 21 marzo 1958, n. 285, il CVL ottenne il riconoscimento giuridico a tutti gli effetti di legge come Corpo militare regolarmente inquadrato nelle forze armate italiane.

Fondotoce L'eccidio del 20 giugno 1944

Una macabra processione di 43 persone sfila da Intra fino a Fondotoce fonte: casadellaresistenza.it
Eccidio di Fondotoce“Il viaggio è fatto in autocarro. Ad ogni raggruppamento di case vengono fatti scendere e il corteo deve passare a piedi, in vista della popolazione recando il cartello: «sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?». Si giunge così a Fondotoce. Neanche il prete può accostarli; sono obbligati, per impedire eventuali fughe, a sdraiarsi per terra e tre alla volta passano sotto le raffiche del plotone d’esecuzione.”
Il pomeriggio del 20 giugno una macabra processione di 43 persone sfila da Intra fino a Fondotoce, nel luogo dove ora sorge il Sacrario (Parco della Memoria e della Pace) e la Casa della Resistenza. Sono partigiani arrestati durante il 
rastrellamento in Valgrande. Una trentina di loro arrivano il pomeriggio prima negli scantinati di Villa Caramora, a Intra, sede del comando tedesco. Ne è testimone il giudice di Verbania Emilio Liguori, anch’egli a Villa Caramora, arrestato il 19 nel suo ufficio perché sospettato di complicità con i partigiani.
Nel tardo pomeriggio il grosso dei prigionieri viene fatto uscire e preso in consegna dai militari tedeschi e italiani. Liguori e altri sono invece trattenuti e in serata trasferiti alle scuole femminili, usate come carcere. Nella loro cella, la notte tra il 20 e il 21, entra anche un partigiano riconosciuto il giorno prima a Villa Caramora. Si tratta di Frank Ellis che racconta a Liguori di essere stato prima trasportato con gli altri a Fondotoce per essere fucilato, ma poi inspiegabilmente riportato a Verbania con altri due partigiani. 
Nei pressi del canale che congiunge il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore non muoiono tutti e quarantatrè i fucilati. Carlo Suzzi riesce miracolosamente a sopravvivere e, aiutato dalla gente del posto, si mette in salvo. Tornerà poi nella formazione Valdossola con il nome di battaglia “Quarantatrè”. La fucilazione dei partigiani vuol forse essere una vendetta per gli oltre quaranta fascisti del presidio di Fondotoce catturati, e non uccisi, da Muneghina il 30 maggio.

  • 1943-sciopero
  • 1945-gen-NOI-DONNE
  • Gl
  • Il_ribelle_5
  • Patrioti-I
  • Unita-clandestina-30-marzo-1944
  • bandiera1
  • foglio-clandestino-SAP-Garibaldi

STAMPA E RESISTENZA

RACCOLTA DIGITALE ON LINE DI STAMPA CLANDESTINA
CONSERVATA PRESSO LA FONDAZIONE ISEC

La stampa nella clandestinità

Il ruolo della stampa nella clandestinità fu, durante gli anni del fascismo, quello si sensibilizzare e incitare le coscienze alla resistenza. Il clandestino, inizialmente uomo di cultura al quale si legarono poi operai, contadini e persone in genere, rifugiato in luoghi segreti, come le masserie disabitate o ospitato segretamente da amici fidati, impiegava il suo tempo a scrivere e mantenere strette le relazioni con gli antifascisti locali e delle grandi città.
Solo più tardi con l’esilio di buona parte di “ribelli”, la stampa clandestina ebbe la possibilità stringere forti relazioni con l’estero. Saranno proprio i paesi europei come la Francia, che diverranno, principalmente nel 1929, i maggiori centri per la stampa del volantinaggio e dei periodici antifascisti. In Italia, sia per la corruzione di alcuni tipografi, sia per il controllo della polizia politica e sia per le camicie nere, molti tipografi erano costretti a salvare la propria pelle denunciando i giornalisti che erano, al dire del duce, dei “pericolosi reazionari”. 
In un primo momento la magistratura non era ancora così legata al credo fascista per cui molti reazionari accusati erano assolti ma erano poi le camicie nere che eseguivano in piena autonomia e di notte le loro sentenze di morte.
La polizia di fronte a questi atti era impotente ed il re non era in grado di controllare Mussolini che il 3 gennaio del 1925 alla Camera, sancì la svolta politica del paese e chiariva in modo definitivo il vero volto del fascismo.
Le sue parole furono:
Dichiaro qui, al cospetto di quest’assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale e storica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa.

  • 0_13057
  • 2013-07-14154059
  • EvvivaLaGuerra
  • OrganoRSIBari
  • giornali e cartoline
  • libro e moschetto
  • stampaclandestinaRSI
  • tuttosport

Iniziava la più feroce repressione delle libertà individuali tra le quali anche quella di stampa

La guerra d'Etiopia

Con l’attacco all’Etiopia, il 3 ottobre 1935, il regime fascista italiano diede inizio alla prima guerra fascista d’aggressione da parte di un paese europeo.
L’Etiopia, paese sovrano, faceva parte fin dal 1929 della Società delle Nazioni, l’organismo sovranazionale, precursore dell’ONU, fondato dopo la prima guerra mondiale proprio per scongiurare futuri conflitti armati tra gli stati membri.
Assieme alla Liberia, l’Etiopia era l’unico paese africano a non essere mai stato colonizzato da uno stato europeo. Dopo sette mesi di guerra e la proclamazione dell’Impero, ebbero inizio cinque anni di una sistematica politica di terrore e di pulizia etnica, nel tentativo di creare nel paese occupato uno “spazio vitale naturale per gli italiani”.
Civili, militari e squadristi italiani commisero durante la repressione della popolazione etiope atroci crimini: esecuzioni sommarie di ostaggi e di soldati che si erano arresi, rappresaglie contro civili, distruzione di interi villaggi, deportazione selettiva nei campi di concentramento in Etiopia, Eritrea, Somalia e in località di confino in Italia.
Soltanto nel pogrom di Addis Abeba, messo in atto da civili e squadristi italiani tra il 19 e il 21 febbraio 1937, vennero trucidati oltre 6 mila etiopi ( alcuni conteggi dichiarano 30 milla).
In totale, le vittime etiopi furono oltre 400.000 ( alcune fonti dichiarano un milione).
Dopo l’occupazione il governo dell’Imperatore Haile Selassie chiese all’ONU di istituire una “Norimberga africana” accusando 911 italiani di crimini contro l’umanità. 
Le imputazioni furono: terrorismo sistematico e omicidio volontario, tortura, deportazione e internamento di civili, saccheggio e distruzione volontaria, bombardamento deliberato di ospedali della Croce Rossa, utilizzo di armi di distruzione di massa proibite.

Ma iniziata la Guerra fredda i governi statunitense e britannico riuscirono per ragioni di geopolitica e di solidarietà fra gli stati colonizzatori ad evitare che si instaurasse un tribunale, contribuendo, di fatto, a proteggere i criminali di guerra italiani.
Ancora oggi, in Italia, non esiste una coscienza civile diffusa su quello che fu il terrore fascista in Etiopia e sulle responsabilità per i crimini commessi, che aprirono la porta alle guerre totali dell’età moderna.
 
L’Italia non conobbe nessuna decolonizzazione con tutto il suo corteo di violenze e crudeltà: i francesi in Vietnam e Algeria, i Belgi in Congo, i portoghesi in Mozambico….
In Italia la vicenda del colonialismo si chiuse bruscamente durante la seconda guerra mondiale (Etiopia, 1941; Libia, 1943) e da quel momento più nessuno ne parlò oppure se ne parlò in termini di civiltà portata nelle colonie (es. Benedetto Croce e poi per molto tempo Montanelli).
Nello stesso tempo si può dire che ogni popolo che ha fondato le colonie ha descritto se stesso in termini indulgenti: i francesi hanno sempre parlato di douceur coloniale”, gli inglesi di benèvolent empire il cui motto era il“fardello dell’uomo bianco” di Kipling. Anche i belgi hanno guardato in termini positivi al loro colonialismo in Congo.
Quali sono i capi di imputazione a carico del colonialismo italiano?
- nel periodo liberale il ricorso a fucilazioni sommarie per il mantenimento dell’ordine in Eritrea (1890);
- il mantenimento della schiavitù in Somalia (dal 1905)
- la reazione spropositata dopo Sciara Sciat (Libia, ottobre-novembre 1911);
- le violenze ai danni della popolazione libica negli anni successivi la vittoria del ‘12
- durante il periodo fascista il ricorso ai gas per la riconquista della Libia (1928-30)
- l’istituzione di campi di concentramento per la popolazione cirenaica (1930-31)
- la conquista dell’Etiopia avvenuta anche con il ricorso massiccio di aggressivi chimici: 500 tonnellate in sette mesi di guerra!
- la reazione spropositata all’attentato a Graziani del febbraio ’37 ad Addis Abeba con alcune migliaia di vittime
- la repressione della resistenza etiope dal ’37 fino al 41 con massacri di massa ai danni delle popolazioni locali
- l’istituzione in Etiopia dal ’37 di un regime di separazione razziale che anticipa di diversi anni l’aparteid in Rhodesia e in Sudafrica
Per la presenza di tali crimini diventa difficile parlare di “brava gente” così come al contrario sarebbe sbagliato parlare di “mala gente”.
Il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie simili a quelle compiute dalle altre nazioni e i comportamenti degli italiani in colonia non differirono più di tanto rispetto a quelli degli altri europei.
In ogni caso dobbiamo considerare circa 500mila vittime africane del colonialismo dell’Italia liberale e fascista.

Il confino di polizia

confino gramsciLo stato fascista italiano si è avvalso di diversi strumenti e luoghi per imprigionare, segregare e deportare popolazioni straniere, oppositori politici, ebrei, omosessuali e rom. Dai campi di concentramento per i civili sloveni e croati, a quelli dove furono deportati migliaia di eritrei, etiopi e libici, dalle località di internamento per ebrei stranieri, fino ai luoghi di confino per oppositori politici.
 
Nel novembre del 1926, furono promulgate alcune leggi eccezionali sulla sicurezza dello Stato e venne riscoperto il confino di polizia per i cosidetti reati politici.
 
Le commissioni provinciali per l'assegnazione del confino di polizia, spedirono nelle "isole maledette" e nelle varie località in terraferma migliaia di antifascisti ma non solo, ad esempio fu definito politico il reato di omosessualità, perché la motivazione dell'arresto era legata all'idea di salvaguardare la "Razza".
 
La violenza fisica e il confino coatto durarono per quasi tutti gli anni del regime.
 

Asinara, Isola dell'Asinara, dal 1930 al settembre 1943

Benina, Libia, in funzione nel 1930

Bocchigliero

Busachi, dal 08/01/1939 al 24/11/1940

Calenzano

Chiaramonti, dal 04/02/1938 al 08/01/193

Clinica italiana delle malattie tropicali, Roma dal 1937

Favignana, Isola di Favignana

Ischia

Lampedusa

Lipari, dal 1926 al 1933

Longobucco, dal 1930 a settembre 1943

Maradah, Libia dal 29/01/1941

Mercogliano, da agosto 1937 a gennaio 1939

Missione della Consolata, Torino da agosto 1937 a gennaio 1939

Napoli, da dicembre 1936 a giugno 1940

Ospedale Militare di Catanzaro

Ostia

Ovodda, dal 25/11/1940 al 12/12/1940

Palermo da agiosto 1937

Pantelleria

Perdasdefogu, da 13/12/1940 a 28/02/1943

Ponza, da luglio 1928 a luglio 1939

Rodi, Grecia da maggio 1938 al 2 ottobre 1938

Rossano

Seulo, da 04/04/1943 a 18/10/1944

Tivoli da agosto 1937

Tremiti, Isole di San Dòmino e San Nicola

Tripoli, Libia da metà marzo 1937 a giugno 1940

Ustica

Varazze

Ventotene da luglio 1939 a settembre 1943

Villa Camilluccia,Roma da 1937

Fascismo e la fabbrica del consenso

fonte Comune di Cinisello

Lo storico Philip V. Cannistraro, scomparso il 28 maggio 2005, scrisse un saggio sul fascismo dal titolo La fabbrica del consenso che rappresentò il primo tentativo storiografico di ricostruire in modo sistematico la struttura e il funzionamento dell’apparato propagandistico del regime di Mussolini, con particolare riferimento al Ministero della Cultura Popolare, in una prospettiva volta a delineare gli strumenti impiegati dal duce per conseguire il consenso di massa.

Il termine consenso, usato ormai per consuetudine, sembra improprio parlando di regimi dittatoriali, dal momento che si trattava di consenso costruito, in parte estorto, in ogni caso organizzato dall’alto. Per questa ragione lo storico coniò la definizione di fabbrica del consenso, analizzando come, attraverso nuovi e del tutto inediti meccanismi di controllo, di orientamento dell’opinione pubblica e di inquadramento delle masse, il fascismo riusciva a ottenere una diffusa accettazione.

Questa nuova politica, come fu definita, costruiva, utilizzava e agitava simboli e miti che nella società di massa acquisivano intensità e pervasività, capaci di orientare e influenzare tutti gli aspetti della vita associativa e dell’esistenza dei singoli, inquadrando le forme subalterne di partecipazione in maniera capillare e ricercando da esse un consenso attivo alla politica del regime. L’inquadramento di un’ampia parte della popolazione italiana nelle organizzazioni create dal fascismo avveniva grazie a una struttura associativa che intendeva coprire dalla culla alla bara l’intera esistenza degli italiani. Una politicizzazione di massa che coinvolgeva attivamente nella politica ceti sociali fino ad allora mai interessati. Il carattere, di fatto obbligatorio, dell’iscrizione al Partito Nazionale Fascista, per molte professioni e carriere, rendeva praticamente impossibile tracciare un confine certo tra adesioni militanti e tessere del pane, come venivano chiamate.

Totale era il controllo della stampa e dei nuovi strumenti di comunicazione come la radio e i cinegiornali dell’Istituto Luce. Paesi e città furono dotati di altoparlanti per trasmettere nelle piazze, nelle officine e nelle scuole, i proclami del duce.

Variegati erano gli strumenti di cui si avvaleva il governo centrale per diffondere i propri messaggi e incidere capillarmente anche sulla popolazione residente nelle varie zone del Paese, in aree geograficamente distanti dal centro del potere e dalle adunate oceaniche della capitale. Era vitale e necessario, da parte del regime, tentare di costruire il consenso radicandosi nei singoli territori e cercando innanzitutto di utilizzare e piegare ai propri fini le strutture istituzionalmente già presenti: gli enti locali territoriali e le scuole in primis.

Un ruolo certamente significativo nell’ambito della costruzione del consenso veniva svolto dalle cerimonie pubbliche che si tenevano in varie circostanze, in occasione degli anniversari di date significative per il regime, come ad esempio il 28 ottobre, la Marcia su Romail 18 dicembre, Giornata della Fede, o per le inaugurazioni di opere pubbliche.

Anche le visite alle fabbriche dovevano servire al regime per ribadire il sostegno a tali attività imprenditoriali e, al tempo stesso, avevano la finalità di cercare di estendere, quanto più possibile, il consenso nei confronti del governo, da parte anche dei ceti popolari, attraverso gli incontri con le maestranze e il bagno di folla realizzato mediante la percorrenza delle strade cittadine, le cerimonie e i discorsi che si pronunciavano.

Quanto questo progetto di appoggio incondizionato al regime fosse tuttavia ben lungi dal concretizzarsi in toto, emerge dalle misure di polizia che venivano adottate per garantire la sicurezza del duce o dei federali durante visite e cerimonie. 
Accanto a precauzioni che sono tuttora usualmente adottate e che rientrano nella prassi invalsa anche nelle moderne democrazie, venivano piantonati alcuni edifici che si potevano definiresensibili in quanto abitazioni di noti comunisti; in alcuni casi i sovversivi venivano fermati e rilasciati al termine della visita ufficiale.

Relativamente alle visite dei gerarchi, le fonti d’archivio ci restuiscono con precisione e pignoleria ogni singolo atto che inquadrava esattamente tutti i preparativi che precedevano l’evento: piantine, manifesti, fogli-disposizioni. Venivano date indicazioni in merito alla sistemazione dell’arredo urbano, alla divisa da indossare per la circostanza, al luogo del raduno e secondo quale ordine si dovessero esattamente inquadrare le rappresentanze delle singole Associazioni intervenute. In alcuni casi veniva azionata la sirena del Municipio, alla quale si univano le sirene di tutte le fabbriche. Veniva inoltre chiesto ai datori di lavoro di lasciare liberi gli iscritti alla G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), Avanguardisti e Giovani Fascisti, corrispondendo loro comunque l’intero salario, al fine di permettere la loro partecipazione alle cerimonie previste. 
Si regolamentavano in modo estremamente accurato la collocazione topografica, le dimensioni e i colori di bandiere e striscioni da collocare opportunamente lungo il percorso. La tipologia delle decorazioni era estremamente varia: si andava dalle fiamme di carta nera da collocare lungo le strade d’accesso alle città o ai paesi, alle bandiere nere da esporre alle finestre e da assicurare alle piante, alle bandiere tricolori di varia misura da porre ad altezze predeterminate.

Gli scolari e gli studenti, il cui ruolo era, nelle intenzioni del regime, complementare ed essenziale, in prospettiva, per la costruzione dei nuovi italiani, venivano mobilitati in tutte le cerimonie fasciste, come si evidenzia anche dai registri di classe, dove le maestre annotavano le ricorrenze e la partecipazione dei bambini e dove appare chiaro il ruolo pervasivo dell’educazione fascista.

scuolanelfascismo

Nel corso degli anni Trenta, nel contesto delle iniziative di assistenza all’infanzia, erano progressivamente sorte sul territorio dei singoli Comuni le colonie elioterapiche. Esse furono soprattutto uno strumento di inquadramento e indottrinamento ideologico. Si venivano a porre in stretta relazione con la pratica sportiva, tanto che in svariate circostanze erano ubicate all’interno dei campi sportivi che potevano peraltro costituire una cornice ideale per la realizzazione di coreografie e parate in occasione delle visite di gerarchi o di altre autorità.

Strettamente connessi alle colonie erano dunque gli impianti sportivi che vennero costruiti nei singoli Comuni con dimensioni proporzionali al numero degli abitanti e alle risorse disponibili. Tutte le strutture erano accomunate dalla funzione che assolvevano e dalla presenza di costanti e inequivocabili elementi che rimandavano all’ideologia fascista, attraverso la scelta dei materiali costruttivi, della ricorrente icona del fascio littorio e mediante la presenza di scritte murali che veicolavano le parole d’ordine e i concetti basilari propugnati dal regime, presenti anche su molti edifici pubblici e privati. 
In definitiva la dittatura fascista riuscì nell’intento di trasformare la fisionomia del Paese sia da un punto di vista estetico che da un punto di vista morale. Tuttavia, trasformare il volto della patria significava trasformare innanzitutto le singole realtà locali; la città, dunque, diventava la fucina ideale dove costruire, plasmare, inventare la nuova immagine, la nuova identità dell’Italia fascista. Lo spazio urbano veniva direttamente identificato con l’idea di modernità ed era nelle trasformazioni fisiche e spirituali della città che si materializzavano gli emblemi della nuova liturgia fascista, del nuovo culto littorio. 
Per modificare il senso di autopercezione della comunità urbana e quindi per rimodellare il volto della città, la potente macchina culturale del regime si servì di repertori simbolici preesistenti, come quelli che facevano riferimento all’epopea risorgimentale o agli avvenimenti della Grande Guerra. Tali repertori, dopo l’innesto dei rituali del littorio, furono spogliati del loro capitale simbolico e inseriti nella nuova cornice celebrativa della rivoluzione fascista. 
Se nel corso dell’età liberale furono le lotte risorgimentali a essere assunte come modello rappresentativo di tutte le lotte nazionali, con la fine della Grande Guerra il paradigma patriottico di riferimento divenne quello degli eroi caduti nelle trincee per la vittoria. Questo stesso repertorio simbolico fu progressivamente sostituito dal culto tributato ai martiri della rivoluzione fascista, veri eredi e depositari delle tradizioni patriottiche precedenti. 

Lager di Kahala

Liberamente tratto da: Kahla - Thuringen  Rei.Ma.H.G. - La fabbrica Lager 
di Antonio Vanzulli  fonte Comune di Cinisello

La decisione di decentrare la produzione di armi, in particolare di aerei da caccia, a seguito dei bombardamenti alleati sulla Germania (di giorno da parte dell’8^ A.A.F. americana - di notte da parte della R.A.F. britannica) fu presa da Hermann Göring su suggerimento di Fritz Sauckel. Gli stabilimenti vennero poi chiamati Rei.Ma.H.G. (Reichs Marshall Hermann Göring). I lavori edili nelle miniere di sabbia quarzifera di proprietà della fabbrica di porcellane KAHLA A.G. di Jena, iniziarono il giorno 11 aprile 1944. Tra i primi lavoratori vi furono 187 italiani, alloggiati in condizioni miserevoli nel cosiddetto Rosengarten (giardino delle rose) di Jena.

L’inizio della produzione degli aerei da caccia FW 190 e Ta 152 prodotti dalla Focke Wulf (A.G.O.) era previsto per l’1 Agosto 1944, previsione che si rivelò subito poco realistica. Göring e Saur visitarono il complesso in costruzione il 10 ottobre 1944. Dopo due giorni, un decreto del Fuhrer ordinava di produrre a Kahla il caccia a reazione Messerschmitt Me 262 (una delle famose armi segrete del Terzo Reich) anziché i caccia FW 190 e Ta 152.

Il 18 ottobre Sauckel chiamò ad assumere la totale responsabilità dello stabilimento il dottor Roloff, ordinando l’inizio immediato della produzione, malgrado le enormi difficoltà tecniche. Venne anche pianificato lo spostamento della fabbrica Messerschmitt di Leonberg che produceva le ali del Me 262 e quello della fabbrica di Dresda che produceva le gondole dei motori.

Il complesso di gallerie era formato da 75 tunnel per una lunghezza totale di ben 32 chilometri e una superficie utile di 10 mila metri quadrati. Vi erano 4 bunker con muri in cemento armato di due metri di spessore (il bunker " 0 " ospitava gli uffici tecnici e amministrativi, le SS (Schutzstaffel - reparti di difesa) e una sala mensa di 3 mila posti!). In totale a Kahla lavoravano circa 15 mila persone, di cui 1/3 erano tedeschi e 2/3 schiavi di varie nazionalità (italiani, russi, belgi, francesi, polacchi, ecc.). Venne costruita in cima a una collina una pista di decollo in cemento, lunga metri 1.500 x 50 di larghezza, con una ferrovia a cremagliera per il trasporto alla pista di un aereo completo, pronto per essere consegnato direttamente in volo ai reparti operativi. La previsione di produzione a pieno regime era di 40 aerei/giorno (molto ottimistica, se si pensa che ormai il collasso del Terzo Reich era vicino). In ogni caso, nei circa 10 stabilimenti della Messerschmitt dove avveniva il montaggio finale del Me 262, secondo fonti storiche inglesi, furono costruiti in totale circa 1.433 aerei, che in parte entrarono in azione contro i bombardieri alleati, abbattendone circa 700. Malgrado le ottimistiche previsioni, a Kahla vennero prodotti tra i 26 e i 40 aerei fino al 12 aprile 1945, giorno dell’arrivo delle truppe americane.

Le condizioni dei lavoratori a Kahla erano terribili. Il principale Lager che forniva la mano d’opera era Buchenwald, che si trovava vicino a Kahla, ma i lavoratori coatti giungevano anche direttamente dall’Italia, con trasporti su ferrovia di giovani e giovanissimi rastrellati dai tedeschi in ritirata verso nord, con la "preziosa" collaborazione dei fascisti della R.S.I. Buchenwald era storicamente uno dei peggiori, classificato KZ (campo di sterminio). Ciò malgrado, circa 200 francesi detenuti a Buchenwald, allettati dalla richiesta di mano d’opera da inviare a Kahla, accettarono di buon grado il trasferimento; quando vi giunsero e videro la triste realtà, chiesero di ritornare a Buchenwald; per questa ragione furono puniti con una notte in piedi e al freddo che li decimò.

Alcune fonti storiche, in particolare tedesche, raccontano le brutalità e i crimini commessi a Kahla. "Alla vigilia di Natale del 1944, un operaio belga rimase impigliato con le gambe in una betoniera. Per non fermare il lavoro, il responsabile della ditta Andorf, un certo Rehring, ordinò l’amputazione delle gambe con una sega da falegname e un’accetta. L’operaio poco dopo mori’ " (I. Stemler, polacco - testimonianza su Rei.Ma.H.G. , Comitato Scientifico Università di Jena). Esiste un elenco di deceduti italiani con oltre 450 nomi. In totale a Kahla vi furono circa 5/6 mila morti, secondo il testimone Stemler, ma i documenti ufficiali dei vari comuni, registrano "solo" circa 900 decessi. Di questi 900 registrati il maggior numero sono italiani, seguono i russi e i belgi. Nell’elenco degli italiani è indicata la data di nascita e di morte e la causa del decesso (si va da uomini di 40 - 50 anni a ragazzi di 17 anni). Sauckel aveva così ordinato: "questi uomini vanno trattati e nutriti in modo che diano le massime prestazioni con il minimo dispendio". Nei Lager più duri ciò portò a una vita media di circa 2-3 mesi.

Nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati, per gli operai di Kahla fu emessa dalle SS una sentenza di morte. Dovevano essere portati tutti nelle gallerie e poi le entrate dovevano essere fatte saltare. L’incarico venne dato a un maggiore della Luftwaffe, Georg Poltzer, il quale però non eseguì l’ordine, probabilmente per un freddo calcolo. Le truppe americane erano già vicine, la guerra era ormai persa, e di questo grave crimine avrebbe dovuto rispondere a un tribunale alleato. 
Nel Lager di Kahla morirono almeno 441 italiani. 
La struttura del Lager

Il Rosengarten (oggi divenuto un centro sportivo e un albergo) fu il primo campo sorto a Kahla dal quale dipendevano altre strutture situate a Bibra, Reisenak ed Eichenberg. I campi 1, 2 e 3 erano situati a sud di Kahla, mentre a sud-est, tra le località di Kleidenbak, Eutersdorf, Linding e Schmolln erano situati i campi 4, 5, 6 e 7. Gli italiani furono prevalentemente concentrati nei Lager 5 e 6. Il campo 7, soprannominato Lager dei morti per via dell’alto tasso di mortalità, era riservato ai prigionieri di guerra, agli Internati Militari e ai deportati politici. Il Lager "E" sorse nelle vicinanze di Eichenberg come campo di rieducazione al lavoro e il Lager "0" come campo di punizione, gestito direttamente dalle SS. A Hummelshain c’erano l’ospedale e baracche per gli ammalati.

Campo concentramento di Rab (Arbe)

 Il campo di Arbe, una delle isole che costellano il lato orientale dell’Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere 1’11 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.

La storia del campo
Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo d’Armata: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende…oltre a questo campo, ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone.
Viene così edificato il primo campo di concentramento, definito n.1. Successivamente entrano in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III fu destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente palude. Gli altri erano collocati a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati.
La guardia armata dei campi dell’isola di Rab, viene inizialmente affidata a militari del V Corpo d’Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia, non accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo italiano).
I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate, sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni bestiali, in particolare per l’autunno e l’inverno: pioggia, neve, con la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l’acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Nei casi di punizione l’acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni).
Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E’ ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab (sarebbero almeno 1500).
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942, dell’Alto Commissario, Grazioli: “… mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il I medico provinciale… ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre.”
Il comandante di allora dell’ XI corpo d’armata, il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: “è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in pace”.
“Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati gravi che erano già sul punto di morte”.
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti “buoni ed umani… ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e corrotta”.
Nell’inizio dell’estate del 1943, si estende la convinzione di una prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab…
Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono “spontaneamente e sorprendentemente: cantando”, prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l’attività politica e la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei campi.
L’8 settembre 1943, di sera, “scoppiò improvvisamente un’ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione”. Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana “Rab”; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.

  • duomo1 w Per i milanesi durerà quattro anni e quasi undici mesi, 1787 giorni dai quali la città uscirà carica di lutti e di macerie.
    La città cambia e cambierà sempre più il proprio aspetto: la Milano della Rinascente e delle insegne pubblicitarie luminose si rabbuia, dall'imbrunire vige l'oscuramento con tutte le annesse limitazioni agli orari di chiusura dei locali pubblici e alla circolazione dei mezzi di trasporto pubblici e privati. Monumenti, opere d'arte e luoghi topici sono circondati da barriere di sacchetti di sabbia.
    Si infittiscono le disposizioni prefettizie e i consigli della stampa sulle misure di protezione antiaerea, sull'approntamento di rifugi spesso improvvisati, sul comportamento da tenere in caso di allarme aereo.
    Milano si costella di tabelloni, cartelli e frecce bicolori con l'indicazione dei rifugi più vicini e delle uscite di sicurezza. Con il primo massiccio bombardamento dell'ottobre 1942 e, ancor più, dopo quelli dell'agosto 1943 il paesaggio urbano sarà disseminato di macerie e caseggiati sventrati. La città si svuota.
  • rauffsaev2 wI primi ad entrare in Milano l'11 settembre 1943 sono le Waffen SS della I divisione granatieri corazzati Leibstandarte Adolf Hitler. Il presidio italiano è stato sciolto dal comandante della piazza, generale Ruggero. I comandi della Leibstandarte segnalano atteggiamenti ostili della popolazione. Nei pressi della Stazione centrale c'è una sparatoria ingaggiata da soldati italiani affiancati da operai della Pirelli. La presenza delle Waffen SS - lo stigmatizeranno gli stessi comandi della Wehrmacht - è contrassegnata nei primi giorni da violenze e saccheggi. I primi caduti sono quattro civili uccisi dalle parti di piazzale Corvetto. 
    A partire dal 13 si insediano le strutture occupazionali vere e proprie, il comando milanese della Sicherheitspolizei-Sicherhetsdienst (SIPO-SD), quelli militari della Wehrmacht, gli uffici amministrativi del Rustungs und Kriegproduktion (RuK) e delle organizzazioni Todt e Sauckel, preposti allo sfruttamento delle risorse economico-industriali e al reclutamento forzato di mano d'opera da impiegarsi in Germania.
  • CVLcomgen wDiffusasi la notizia dell'armistizio, il 9 settembre 1943 i partiti antifascisti, costituitisi in Comitato di liberazione nazionale (CLN), lanciano la creazione di una Guardia nazionale popolare che, armata e inquadrata agli ordini di ufficiali dell'esercito, lo affianchi nella difesa di Milano. L'opposizione del comandante del presidio italiano, generale Ruggero, e lo scioglimento dei reparti al suo comando, causano lo sbandamento della truppa e del volontariato civile, spianando così la strada all'ingresso delle Waffen SS in città (11 settembre 1943). A Milano, la lotta contro l'occupazione tedesca e il risorto fascismo repubblicano è caratterizzata dal parallelo sviluppo della guerriglia, condotta dai Gruppi di azione patriottica, e delle lotte politico-rivendicative di fabbrica che sfociano nello sciopero generale del 13-18 dicembre 1943 e raggiungono il culmine con quello del 1 marzo 1944, inutilmente contrastati da arresti e dalla deportazione di centinaia di lavoratori nei lager.
    Lo sviluppo della lotta evidenzia in breve tempo la centralità di Milano nella guerra di liberazione nazionale. La posizione geografica, la presenza in città dei principali organismi politici e militari clandestini, l'importanza del ruolo sempre più assunto nei rapporti avviati con gli alleati, con il CLN centrale di Roma e verso l'intero movimento resistenziale, inducono il CLN romano a conferire a quello milanese i poteri di governo straordinario del Nord (fine gennaio 1944).
  • pesce wMartedì, 24 aprile 1945 Il bollettino di guerra germanico non arriva più.
    Ore 07.00 circa. Luigi Longo redige l'ordine dell'insurrezione. Tutte le formazioni garibaldine milanesi devono iniziare le operazioni insurrezionali alle ore 14.00 del 25 aprile.
    Ore 08.30. Pietro Secchia riceve le direttive di Luigi Longo e le dirama immediatamente attraverso le staffette del comando.
    Ore 10.00. Riunione dei comandanti garibaldini di Sesto San Giovanni. Vinicio Franchini, comandante il gruppo brigate Garibaldi, impartisce le ultime disposizioni concordate con il Comando piazza di Milano: il grosso delle brigate SAP di Sesto, all'ora X, dovrà uscire dalle fabbriche e dirigersi verso la Breda e la Pirelli i cui grandi stabilimenti verranno collegati fra loro aprendo dei varchi nelle mura di recinzione lungo via Chiese che li divide, in modo da costituire un unico quadrilatero circondato da alte mura e quindi più facilmente difendibile. La Ercole Marelli, Magneti Marelli e Falck dovranno accogliere tutte le forze provenienti dalle piccole e medie fabbriche e i cittadini volontari che siano comunque conosciuti. Il nucleo dei carabinieri di Sesto ha assicurato il suo appoggio ai partigiani ed al commissariato di Sesto i poliziotti sono disposti a lasciarsi disarmare.
  • generale 760x617Le mappature esposte sono tratte dall'originale di una delle cartine in uso all'apparato politico clandestino della Federazione comunista milanese durante l'occupazione tedesca. 
    I confini dei settori clandestini non ricalcano pertanto quelli adottati dalle diverse organizzazioni militari partigiane facenti capo ai partiti del CLN.  La mappatura delle basi clandestine, degli arresti e dei caduti partigiani è il risultato di quanto è stato possibile ricostruire allo stato attuale delle fonti archivistiche e bibliografiche e non deve essere intesa come esaustiva.
    Molti più furono gli arrestati, i caduti e le basi clandestine della lotta resistenziale milanese. La mappatura delle azioni partigiane è basata quasi esclusivamente sullo spoglio dei Bollettini delle azioni redatti dal Comando piazza di Milano. Non potendo rendere conto delle centinaia di azioni di disarmo incruento, di propaganda e di sabotaggio di vario tipo, sono riportate solo le azioni armate cruente e, a titolo d'esempio, alcune azioni propagandistiche condotte nei cinema e in alcune fabbriche, ricordando, anche in questo caso, che il numero complessivo delle azioni armate fu senza dubbio superiore a quello di cui è rimasta traccia documentale. 
profilopartigiani1000