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La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni

Le persone avviate alla deportazione furono 562, i deportati giunti nei campi di concentramento, sinora accertati, furono 553, di cui 220 caddero e 10 morirono successivamente a causa della deportazione.
La deportazione politica assunse quindi nell’area industriale di Sesto San Giovanni dimensioni di massa per la grande e compatta partecipazione dei lavoratori agli scioperi politici del 1944 e per l’impegno degli operai nelle organizzazioni clandestine della Resistenza e nelle brigate partigiane di città e di montagna che nella fabbrica avevano le proprie basi. Il numero dei lavoratori deportati e dei caduti in deportazione fu altissimo:
- Breda: 199 deportati, 112 caduti,
- Pirelli: 184 deportati, 24 caduti,
- Falck: 96 deportati, 58 caduti,
- Magneti Marelli: 9 deportati,
- Ercole Marelli: 6 deportati, 3 caduti,
- Deposito locomotive FF.SS. di Greco: 6 deportati, 2 caduti,
- Argenteria Broggi: 4 deportati, 3 caduti,
- Piccole e medie aziende: 12 deportati, 5 caduti.
Ad eccezione dell’arresto degli scioperanti della Pirelli Bicocca del 23 novembre 1944, dei rastrellati e delle vittime delle rappresaglie, gli arresti vennero operati dalla G.N.R. con l’appoggio della Legione Autonoma Ettore Muti e dalle diverse polizie repubblichine: SS italiane, Brigate Nere o, secondo alcune testimonianze di deportati e loro familiari, da indistinti fascisti italiani. I tedeschi non comparvero sulla scena, si riservarono il compito di comandare, picchiare e torturare, assumendo il ruolo di arbitri della vita dei catturati.
Su 495 deportati, dei quali sono noti i luoghi e le circostanze dell’arresto, 196 furono prelevati in fabbrica, 177 vennero arrestati in casa di notte, 18 in casa in altre ore, 101 furono catturati in luoghi diversi, in montagna, nei locali pubblici, sui mezzi di trasporto e in rastrellamenti.
Numerosi arrestati, a causa dell’attività politica e per la partecipazione ad azioni partigiane, vennero trattenuti per uno o più giorni nelle celle dei diversi Gruppi rionali fascisti di Milano, in quelle della Questura in piazza San Fedele a Milano, nelle Carceri mandamentali della provincia o in luoghi di detenzione e di tortura come l’ex Macello di Monza.
Il primo campo di destinazione fu tedesco per 417 di loro (il 77% dei deportati) e italiano per 68 internati a Fossoli e successivamente per 59 a Bolzano.
I prigionieri compresi nei trasporti diretti ai campi di transito in Italia e nei Lager in Germania furono 562; 9 riuscirono a fuggire, in circostanze diverse, dai trasporti diretti in Germania.
Complessivamente i deportati immatricolati furono 553: 23 rimasero nel campo di Bolzano, 2 furono rilasciati da quel campo, 1 fu rilasciato dalla caserma Umberto I di Bergamo, 1 riuscì a fuggire dal campo di Bolzano. Le donne deportate furono 13 (2,34%) e tutte sopravvissero.
La deportazione politica di Sesto San Giovanni rimanda fedelmente l’immagine di una realtà costituita da lavoratori immigrati e pendolari. Solo il 6,2% era nato a Sesto San Giovanni, il 52,6% era nato in provincia di Milano e il 19% circa nelle altre province lombarde, il 27% circa era nato nel resto d’Italia, poco meno dell’1,5% all’estero. Solo il 28% dei 448 deportati dei quali è noto il luogo di residenza abitava a Sesto San Giovanni. Il 20,6% risiedeva nei comuni limitrofi, di questi il 40,8% (38) risiedeva a Cinisello Balsamo, il 59,1% (55) a Monza. Il 31,5% del totale risiedeva a Milano, il 17% negli altri comuni della provincia, il 2,5% nelle altre province lombarde.
I deportati morti furono 220, tutti uomini. 215 morirono nei Lager o negli ospedali alleati, 5 furono fucilati nel poligono di Cibeno, nei pressi del campo di Fossoli, il 12 luglio 1944. Altri 10 morirono dopo il loro rientro in Italia tra il 1945 e il 1950 a causa della deportazione. Se si considerano i 27 rimasti a Bolzano, rilasciati o fuggiti dai campi in Italia, il tasso di mortalità è del 37,9 % rispetto a una media stimata del 90%. Dei 206 deportati caduti nei Lager dei quali è noto il luogo di morte, 173, cioè l’84%, perirono a Mauthausen e nei suoi sottocampi (93 solo a Gusen), gli altri 33 morirono in altri Lager, 8 fra questi caddero a Kahla, 6 a Flossenburg, 4 a Buchenwald, 3 a Dachau.
Fra l’ottobre 1944 e l’aprile 1945, caddero 167 deportati, il 78,4% dei 215 deportati morti nei Lager tedeschi. La mortalità cresceva quanto più l’età era avanzata. La quasi totalità dei deportati era in età lavorativa. Solo 18, il 3%, aveva fra 54 e 65 anni, uno solo di questi sopravvisse. Al momento della deportazione il 14% dei 535 deportati, dei quali è nota la data di nascita, aveva fra 14 e 23 anni (il 23% morì); il 27,6% aveva fra 24 e 33 anni (il 31,5% cadde); il 36% si collocava fra 34 e 43 anni (il 46% morì), il 14,4% era nella fascia di età fra i 44 e i 53 (il 53% non sopravvisse).
Il numero relativamente alto di sopravvissuti era dovuto, come si è visto, all’età e quindi alla resistenza fisica degli internati, al periodo più o meno breve di permanenza e al tipo di Lager nel quale si era imprigionati: di sterminio, di lavoro, per militari, di punizione. A questo proposito la causa e le circostanze della cattura non erano sempre decisive: la destinazione a un tipo di campo era spesso connessa alle necessità della produzione bellica. Un altro fattore decisivo di sopravvivenza era il mestiere e la specializzazione.
Avevano un mestiere di fabbrica 447 deportati su un totale di 515 casi noti, 418 erano operai, 11 apprendisti, 10 tecnici e 8 ingegneri. I manovali erano 31 e gli impiegati 18. La destinazione a un sottocampo nel quale vi era un’azienda, una razione alimentare anche di pochi grammi superiore a quella del Lager, il lavoro al coperto, senza maltrattamenti continui, risultavano decisivi. Ad esempio i 15 deportati in seguito all’attentato del 10 febbraio 1944 alla sede del P.F.R. (Partito Fascista Repubblicano) di Sesto San Giovanni, dopo essere stati internati a Fossoli, furono deportati a Mauthausen, poi nel campo di lavoro di Wels dove si costruivano aerei. Sopravvissero tutti.
Un caso per molti versi emblematico riguarda i lavoratori della Pirelli Bicocca deportati per lo sciopero del 23 novembre 1944: su 153 deportati, 128 finirono in diversi campi dove si costruivano aerei e razzi e si fabbricavano armi e benzina sintetica: solo 6 morirono.
Altri 28 furono internati nel campo di Kahla, ritenuto fino a pochi anni or sono un campo di lavoro come gli altri e dove caddero 7 deportati. Una percentuale di caduti molto alta rispetto al tipo d Lager.
I deportati di cui si conosce la causa dell’arresto sono 509 su 553. Di loro 365, il 72%, furono deportati a causa degli scioperi (marzo del 1944 e Pirelli Bicocca del 23 novembre 1944); 51, cioè il 10%, vennero deportati per motivi politici, per la diffusione di giornali clandestini, la raccolta di aiuti per i prigionieri e per i partigiani; 52 furono deportati per azioni partigiane, in particolare per gli attacchi ai nazifascisti operati dai G.A.P. (Gruppi di Azione Patriottica) e gli scontri a fuoco con le truppe nazifasciste, in città e in montagna, durante i rastrellamenti, per le attività di sabotaggio e di propaganda delle S.A.P.
La rappresaglia nazifascista colpì 12 persone, furono deportati 6 lavoratori per l’attentato gappista alle locomotive nel Deposito FF.SS. di Greco; in seguito all’esecuzione del federale fascista Aldo Resega, vennero deportate le mogli di 3 gappisti. Altre 10 persone vennero deportate per i rastrellamenti e 11 erano soldati catturati durante le operazioni dei militari nazisti contro la resistenza greca, francese e jugoslava. Fra loro vi erano due militari che avevano partecipato alla rivolta nel Carcere Militare di Gaeta ed erano stati i primi ad essere deportati a Dachau il 20 settembre 1943; uno di loro era stato incarcerato per attività antifascista.
Per altre cause furono deportate 8 persone: 2 per furto di carbone, 2 per evasione dell’obbligo al servizio del lavoro in Germania.
Tra i deportati vi erano antifascisti di vecchia data, 31 avevano precedenti politici antifascisti: deferiti e condannati dal Tribunale Speciale, schedati dal Casellario Politico Centrale, già confinati o sorvegliati, 4 arrestati per lo sciopero del marzo 1943, 3 membri delle Commissioni Interne del periodo badogliano.

Biglietto di sola andata: ferrovie naziste e stermini

[ FONTE ]
Nella Germania nazista la Reichsbahn (Ferrovie dello Stato) facevano parte del Ministero dei Trasporti diretto dal ministro Dorpmüller che rimase ininterrottamente in carica dal 1937 al 1945. A partire dal 1942 il sottosegretario responsabile per le ferrovie fu un nazista convinto ed efficiente: Ganzenmüller. Il meccanismo della deportazione visto dalla parte delle ferrovie tedesche era piuttosto semplice: dall'ufficio di Eichmann giungeva una richiesta che veniva inoltrata alla Divisione Traffico e Tariffe (coordinata da un certo Schelp). Questa Divisione fissava la priorità del trasporto verso i campi di sterminio, calcolava il costo e passava la pratica alla Divisione Operativa che si occupava della formazione del treno e della fissazione degli orari. In altri termini Eichmann chiedeva - ad esempio - un treno in partenza da Parigi in grado di trasportare 2.000 prigionieri e le ferrovie tedesche organizzavano il trasporto fissando gli orari, trovando i carri bestiame necessari e calcolando i costi.

Le ferrovie infatti chiedevano che tutti i prigionieri pagassero il costo del loro trasporto verso la morte

Lager di Kahala

Liberamente tratto da: Kahla - Thuringen  Rei.Ma.H.G. - La fabbrica Lager 
di Antonio Vanzulli  fonte Comune di Cinisello

La decisione di decentrare la produzione di armi, in particolare di aerei da caccia, a seguito dei bombardamenti alleati sulla Germania (di giorno da parte dell’8^ A.A.F. americana - di notte da parte della R.A.F. britannica) fu presa da Hermann Göring su suggerimento di Fritz Sauckel. Gli stabilimenti vennero poi chiamati Rei.Ma.H.G. (Reichs Marshall Hermann Göring). I lavori edili nelle miniere di sabbia quarzifera di proprietà della fabbrica di porcellane KAHLA A.G. di Jena, iniziarono il giorno 11 aprile 1944. Tra i primi lavoratori vi furono 187 italiani, alloggiati in condizioni miserevoli nel cosiddetto Rosengarten (giardino delle rose) di Jena.

L’inizio della produzione degli aerei da caccia FW 190 e Ta 152 prodotti dalla Focke Wulf (A.G.O.) era previsto per l’1 Agosto 1944, previsione che si rivelò subito poco realistica. Göring e Saur visitarono il complesso in costruzione il 10 ottobre 1944. Dopo due giorni, un decreto del Fuhrer ordinava di produrre a Kahla il caccia a reazione Messerschmitt Me 262 (una delle famose armi segrete del Terzo Reich) anziché i caccia FW 190 e Ta 152.

Il 18 ottobre Sauckel chiamò ad assumere la totale responsabilità dello stabilimento il dottor Roloff, ordinando l’inizio immediato della produzione, malgrado le enormi difficoltà tecniche. Venne anche pianificato lo spostamento della fabbrica Messerschmitt di Leonberg che produceva le ali del Me 262 e quello della fabbrica di Dresda che produceva le gondole dei motori.

Il complesso di gallerie era formato da 75 tunnel per una lunghezza totale di ben 32 chilometri e una superficie utile di 10 mila metri quadrati. Vi erano 4 bunker con muri in cemento armato di due metri di spessore (il bunker " 0 " ospitava gli uffici tecnici e amministrativi, le SS (Schutzstaffel - reparti di difesa) e una sala mensa di 3 mila posti!). In totale a Kahla lavoravano circa 15 mila persone, di cui 1/3 erano tedeschi e 2/3 schiavi di varie nazionalità (italiani, russi, belgi, francesi, polacchi, ecc.). Venne costruita in cima a una collina una pista di decollo in cemento, lunga metri 1.500 x 50 di larghezza, con una ferrovia a cremagliera per il trasporto alla pista di un aereo completo, pronto per essere consegnato direttamente in volo ai reparti operativi. La previsione di produzione a pieno regime era di 40 aerei/giorno (molto ottimistica, se si pensa che ormai il collasso del Terzo Reich era vicino). In ogni caso, nei circa 10 stabilimenti della Messerschmitt dove avveniva il montaggio finale del Me 262, secondo fonti storiche inglesi, furono costruiti in totale circa 1.433 aerei, che in parte entrarono in azione contro i bombardieri alleati, abbattendone circa 700. Malgrado le ottimistiche previsioni, a Kahla vennero prodotti tra i 26 e i 40 aerei fino al 12 aprile 1945, giorno dell’arrivo delle truppe americane.

Le condizioni dei lavoratori a Kahla erano terribili. Il principale Lager che forniva la mano d’opera era Buchenwald, che si trovava vicino a Kahla, ma i lavoratori coatti giungevano anche direttamente dall’Italia, con trasporti su ferrovia di giovani e giovanissimi rastrellati dai tedeschi in ritirata verso nord, con la "preziosa" collaborazione dei fascisti della R.S.I. Buchenwald era storicamente uno dei peggiori, classificato KZ (campo di sterminio). Ciò malgrado, circa 200 francesi detenuti a Buchenwald, allettati dalla richiesta di mano d’opera da inviare a Kahla, accettarono di buon grado il trasferimento; quando vi giunsero e videro la triste realtà, chiesero di ritornare a Buchenwald; per questa ragione furono puniti con una notte in piedi e al freddo che li decimò.

Alcune fonti storiche, in particolare tedesche, raccontano le brutalità e i crimini commessi a Kahla. "Alla vigilia di Natale del 1944, un operaio belga rimase impigliato con le gambe in una betoniera. Per non fermare il lavoro, il responsabile della ditta Andorf, un certo Rehring, ordinò l’amputazione delle gambe con una sega da falegname e un’accetta. L’operaio poco dopo mori’ " (I. Stemler, polacco - testimonianza su Rei.Ma.H.G. , Comitato Scientifico Università di Jena). Esiste un elenco di deceduti italiani con oltre 450 nomi. In totale a Kahla vi furono circa 5/6 mila morti, secondo il testimone Stemler, ma i documenti ufficiali dei vari comuni, registrano "solo" circa 900 decessi. Di questi 900 registrati il maggior numero sono italiani, seguono i russi e i belgi. Nell’elenco degli italiani è indicata la data di nascita e di morte e la causa del decesso (si va da uomini di 40 - 50 anni a ragazzi di 17 anni). Sauckel aveva così ordinato: "questi uomini vanno trattati e nutriti in modo che diano le massime prestazioni con il minimo dispendio". Nei Lager più duri ciò portò a una vita media di circa 2-3 mesi.

Nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati, per gli operai di Kahla fu emessa dalle SS una sentenza di morte. Dovevano essere portati tutti nelle gallerie e poi le entrate dovevano essere fatte saltare. L’incarico venne dato a un maggiore della Luftwaffe, Georg Poltzer, il quale però non eseguì l’ordine, probabilmente per un freddo calcolo. Le truppe americane erano già vicine, la guerra era ormai persa, e di questo grave crimine avrebbe dovuto rispondere a un tribunale alleato. 
Nel Lager di Kahla morirono almeno 441 italiani. 
La struttura del Lager

Il Rosengarten (oggi divenuto un centro sportivo e un albergo) fu il primo campo sorto a Kahla dal quale dipendevano altre strutture situate a Bibra, Reisenak ed Eichenberg. I campi 1, 2 e 3 erano situati a sud di Kahla, mentre a sud-est, tra le località di Kleidenbak, Eutersdorf, Linding e Schmolln erano situati i campi 4, 5, 6 e 7. Gli italiani furono prevalentemente concentrati nei Lager 5 e 6. Il campo 7, soprannominato Lager dei morti per via dell’alto tasso di mortalità, era riservato ai prigionieri di guerra, agli Internati Militari e ai deportati politici. Il Lager "E" sorse nelle vicinanze di Eichenberg come campo di rieducazione al lavoro e il Lager "0" come campo di punizione, gestito direttamente dalle SS. A Hummelshain c’erano l’ospedale e baracche per gli ammalati.

Campo concentramento di Rab (Arbe)

 Il campo di Arbe, una delle isole che costellano il lato orientale dell’Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere 1’11 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.

La storia del campo
Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo d’Armata: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende…oltre a questo campo, ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone.
Viene così edificato il primo campo di concentramento, definito n.1. Successivamente entrano in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III fu destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente palude. Gli altri erano collocati a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati.
La guardia armata dei campi dell’isola di Rab, viene inizialmente affidata a militari del V Corpo d’Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia, non accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo italiano).
I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate, sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni bestiali, in particolare per l’autunno e l’inverno: pioggia, neve, con la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l’acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Nei casi di punizione l’acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni).
Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
E’ ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab (sarebbero almeno 1500).
Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942, dell’Alto Commissario, Grazioli: “… mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il I medico provinciale… ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre.”
Il comandante di allora dell’ XI corpo d’armata, il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: “è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in pace”.
“Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati gravi che erano già sul punto di morte”.
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti “buoni ed umani… ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e corrotta”.
Nell’inizio dell’estate del 1943, si estende la convinzione di una prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab…
Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono “spontaneamente e sorprendentemente: cantando”, prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l’attività politica e la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei campi.
L’8 settembre 1943, di sera, “scoppiò improvvisamente un’ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione”. Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana “Rab”; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.

Dal processo alla storia

di Gianfranco Maris Avvocato di parte civile per l’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) e l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)
Lo storico francese Marc Bloch, militante della resistenza, fucilato dai tedeschi nel 1944 e fondatore delle Annales, ci ha lasciato la più solare delle verità: “l’incomprensione del presente nasce dall’ignoranza del passato”.
E quanto sia indispensabile la conoscenza di ciò che è stato prima di noi è dimostrato ogni giorno dai conflitti di interesse che, ignorando la via della propria composizione nell’equità, nella giustizia, nella solidarietà, scatena nel mondo violenza e sopraffazione e ciò proprio a causa dell’assenza di quei valori che sono indispensabili per illuminare la coscienza e l’intelligenza dell’uomo e che non nascono né dal sapere scientifico né dal nozionismo, ma dalla conoscenza del passato.
Solo chi ritiene che il passato sia una fossa muta, nella quale restano sepolte le vite e le vicende dei popoli, senza capacità mai di trasmettere messaggi per le scelte di vita degli uomini, può pensare che nulla abbiano più da dire a noi, oggi, le violenze che hanno insanguinato il secolo scorso e che continuano a sconciare quello appena iniziato, partendo dalla crudeltà dello sfruttamento coloniale, dai genocidi degli armeni, dagli stermini della prima e della seconda guerra mondiale, dalle camere a gas dei campi nazisti e, via via, cancellando ogni confine tra il passato remoto ed il passato prossimo, venendo a tutte le guerre, locali e regionali, che si sono succedute, dal Vietnam alla Cambogia, dalla Bosnia al Kossovo, dal Biafra all’Uganda, all’Afghanistan ed al terrorismo senza meta.

La conoscenza del passato, dunque, è quella che dà senso compiuto al presente e consente agli uomini di prestare un’attenzione più responsabile alle vicende del tempo in cui viviamo

Campo di concentramento di Vo' Vecchio

La seicentesca Villa Contarini-Venier a Vo' Vecchio, che serviva come casa estiva delle Suore Elisabettiane, fu individuata nel dicembre 1943 come luogo di concentramento degli ebrei delle province di Padova e Rovigo. I quattro piani della Villa garantivano ampi spazi per l'alloggiamento degli internati, con punte che raggiunsero anche le 60-70 unità. La direzione del campo era affidata a personale di polizia italiano; le suore si occupavano della gestione della cucina.
Il campo fu smantellato il 17 luglio 1944. Quel giorno un'unità tedesca prelevò i 47 ebrei allora presenti nel campo e li condusse dapprima a Padova: gli uomini nel carcere di piazza Castello, le donne nel carcere dei Paolotti in via Belzoni. Il 19 luglio i prigionieri furono deportati alla Risiera di San Sabba e di lì avviati il 31 luglio ad Auschwitz dove giunsero il 3 agosto.
Solo tre donne sopravvissero allo sterminio: Bruna Namais, Ester Hammer Sabbadini e la figlia Sylvia Sabbadini.
Una dettagliata memoria scritta sulle vicende del campo, dalla sua istituzione al suo smantellamento, fu redatta dall'allora parroco, don Giuseppe Raisa, ed è conservata presso l'Archivio parrocchiale di Vo' Vecchio.
 

Campo di concentramento di Tonezza del Cimone

La Colonia Alpina Umberto I di Tonezza del Cimone, operante dal 1899 come luogo di vacanza e cura per bambini e adolescenti, fu requisita il 10 dicembre 1943 dal prefetto di Vicenza per concentrarvi gli ebrei della provincia. Il grande edificio, con una capienza di oltre 200 posti letto, garantiva ampi spazi per l'alloggiamento degli internati. Il campo diventò ufficialmente operativo il 20 dicembre. La gestione era affidata a personale di polizia italiano sotto la responsabilità del Ministero dell'Interno della Repubblica Sociale Italiana. Direttore ne fu il funzionario di Pubblica Sicurezza, Maggiore Silvio Toniolo.
Prima dell'8 settembre 1943 erano presenti in zona, oltre agli ebrei italiani, numerosi profughi ebrei in regime di confino coatto. Si spiega così la scelta di un luogo di detenzione così grande.
La maggior parte dei ricercati tuttavia fu capace di sottrarsi all'arresto, spesso con l'aiuto attivo della popolazione locale. Il gruppo di 45 prigionieri, quasi tutti anziani e bambini, accompagnati da 5 carabinieri, che giunsero al campo il 23 dicembre 1943, fu il primo e l'unico a soggiornarvi. Di conseguenza il campo rimase sempre sottoutilizzato, cosa non mancò di suscitare ripetute rimostranze da parte del Ministero. Alla fine fu deciso il suo smantellamento nel gennaio 1944.
Con l'eccezione di tre detenuti, che furono liberati in quanto appartenenti a famiglia mista, i suoi occupanti furono deportati con il trasporto che il 30 gennaio 1944 partì dal binario 21 della stazione centrale di Milano con destinazione Auschwitz. Non risultano sopravvissuti. Il campo fu ufficialmente chiuso il 2 febbraio 1944.

Risiera di San Sabba

La Risiera di San Sabba è stato un lager nazista, situato nella città di Trieste, utilizzato per il transito, la detenzione e l'eliminazione di un gran numero di detenuti, in prevalenza prigionieri politici ed Ebrei.
È stato uno dei campi di smistamento in Italia. In esso le autorità tedesche smistavano le persone che sarebbero andate nei campi di concentramento, i prigionieri più pericolosi venivano invece uccisi nella risiera tramite un colpo di mazza alla nuca o tramite fucilazione.
Nel lager italiano c'era un forno crematorio per i cadaveri: questo forno venne ricavato da un essiccatoio in cui in precedenza veniva asciugato il riso.

In seguito all'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, le province italiane di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana vennero sottoposte al diretto controllo del Terzo ReicT con il nome di Zona di operazione dell'Adriatisches Küstenland (OZAK).

Tale zona faceva parte formalmente della Repubblica sociale italiana, ma l'amministrazione del territorio - considerato come zona d'operazione bellica - fu però affidata e sottomessa al controllo dell'Alto Commissario Friedrich Rainer, già Gauleiter della Carinzia.

Il complesso di edifici che costituivano lo stabilimento per la pilatura del riso era stato costruito nel 1913 nel rione di San Sabba (più correttamente "san Saba"), alla periferia della città e fu trasformato inizialmente in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre: venne denominato Stalag 339.

Successivamente, al termine dell'ottobre 1943, il complesso diviene un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia e come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte. Nel campo venivano anche detenuti ed eliminati Sloveni, Croati, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

Supervisore della Risiera fu l'ufficiale delle SS Odilo Globočnik, triestino di nascita, in precedenza stretto collaboratore di Reinhard Heydrich e responsabile dei campi di sterminio attivati nel Governatorato Generale, nel quadro dell'operazione Reinhard, in cui erano stati uccisi oltre 1,2 milioni di ebrei.

Per i cittadini incarcerati nella Risiera, intervenne in molti casi, presso le autorità germaniche, il vescovo di Trieste, monsignor Santin; in alcuni casi con una soluzione positiva (liberazione di Giani Stuparich e famiglia) ma in altri senza successo.

I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione utilizzando automezzi appositamente attrezzati, si servirono all'inizio del 1944 dell'essiccatoio della risiera, prima di trasformarlo definitivamente in un forno crematorio.

L'impianto venne utilizzato per lo smaltimento dei cadaveri e la sua prima utilizzazione si ebbe il 4 aprile 1944 con la cremazione di una settantina di cadaveri di ostaggi fucilati il giorno precedente in località limitrofe Villa Opicina (Trieste). Da allora, fino alla data della liberazione, il forno crematorio fu adoperato per bruciare i corpi di oltre 3500 prigionieri della Risiera, soppressi direttamente dal personale carcerario ivi operante. La Risiera, oltre ad essere usata come campo di smistamento di oltre 8000 deportati provenienti dalle Provincie orientali destinati agli altri campi di concentramento nazisti, fu quindi adoperata in parte anche come luogo di detenzione, tortura ed eliminazione di prigionieri sospettati di attività sovversiva nei confronti delle regime nazista.

Questo luogo è di assoluta importanza in quanto fu l'unico campo di deportazione dell'Europa meridionale. Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini, ma sono stati descritti successivamente dai prigionieri testimoni del campo. Tra le rovine furono ritrovate ossa e ceneri umane. Sul medesimo luogo, a ricordo, sorge oggi una struttura commemorativa costituita da una piastra metallica sul posto dove sorge il forno crematorio e da una stele che ricorda la presenza della ciminiera.
Riguardo alle ipotesi sui metodi di esecuzione, esse sarebbero avvenute o per gassazione attraverso automezzi appositamente attrezzati, o con un colpo di mazza alla nuca (mazza ritrovata e custodita sino al 1977 nel museo della risiera. È stata rubata l'anno successivo) o per fucilazione. Nel complesso le esecuzioni sarebbero state almeno cinquemila, secondo una stima approssimativa, sebbene non si disponga di dati certi.

Campo di concentramento di Forlì

L'Albergo Commercio in corso Diaz fu requisito nel dicembre 1943 per servire come luogo di detenzione e concentramento per gli ebrei, in prevalenza stranieri, rastrellati nella provincia. Come per gli altri campi la gestione era affidata a personale di polizia italiano sotto la responsabilità del Ministero dell'Interno della Repubblica Sociale Italiana. Fu usato anche come luogo di detenzione per antifascisti. Gli internati erano deportati al campo di Fossoli e di lì in Germania.
L'eccidio
All'avvicinarsi del fronte (Forlì fu liberata il 9 novembre 1944) e con la chiusura del campo di Fossoli, reparti tedeschi e repubblichini decisero di liquidare sul posto gli ultimi prigionieri: trentasette persone (non tutte identificate) di cui almeno diciassette ebrei. il primo eccidio di trenta persone (ventiquattro uomini e sei donne, comprese due bambine) avvenne il 5 settembre 1944 nella zona delle Casermette, in via Seganti, vicino all'aeroporto.
Altre sette donne furono fucilate il 17 settembre. I corpi furono sepolti alla meglio in fosse comuni.

Campo di Coreglia Ligure

Durante la seconda guerra mondiale era stato costruito a Coreglia Ligure un Campo Prigionieri di Guerra nel quale passarono più di 15.000 soldati alleati catturati sul fronte africano. Il campo consisteva in una serie di baracche di legno; l'unico edificio in muratura era l'infermeria, ricavata in un casolare preesistente. Dopo l'8 settembre 1943, la struttura fu occupata dall'esercito tedesco; i 3195 prigionieri allora presenti furono trasferiti verso Chiavari e destinati ad altri campi.
Quando alla fine del novembre 1943, il governo della Repubblica Sociale Italiana promosse l'istituzione di una rete di campi di concentramento provinciali destinati a raccogliere gli ebrei catturati nei rastrellamenti, fu decisa la riutilizzazione a questo scopo del vecchio campo di prigionia.
 
Il campo nel suo nuovo uso diventò ufficialmente operativo ai primi di dicembre 1943. La gestione era affidata a personale di polizia italiano sotto la responsabilità del Ministero degli Interni della Repubblica Sociale Italiana.
 
In zona, oltre agli ebrei italiani rifugiatisi nella RIviera, erano presenti numerosi profughi ebrei che dalla Francia si erano trasferiti in Italia dopo l'8 settembre 1943 nella speranza di ricongiungersi alle truppe alleate. Si spiega così la scelta di un luogo di detenzione così grande. La maggior parte dei ricercati tuttavia fu capace di sottrarsi all'arresto, spesso con l'aiuto attivo della popolazione locale. Dal campo passarono 29 ebrei; furono tutti deportati dapprima a piccoli gruppi attraverso il carcere di Marassi e San Vittore. L'ultimo gruppo di 20 ebrei fu prelevato il 21 gennaio 1944 dal maresciallo delle SSMax Ablinger e inviato a Auschwitz con il trasporto che il 30 gennaio 1944 partì dal binario 21 della stazione centrale di Milano. Non risultano sopravvissuti.

Campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo

Il campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo (Cuneo) fu uno dei campi di concentramento istituiti in Italia dopo l'8 settembre 1943 per adunarvi gli ebrei in attesa di deportazione. Fu operante dal settembre 1943 al febbraio 1944. La storia del campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo va divisa in due fasi distinte: la prima tra il settembre e il novembre 1943, la seconda tra il dicembre 1943 e il febbraio 1944.
 
Nella prima fase, il campo fu istituito il 18 settembre 1943 per iniziativa delle autorità di occupazione tedesche al seguito di un bando firmato da un certo capitano Mûller con il quale si intimava l'internamento immediato di tutti gli stranieri presenti nel territorio. Questi stranieri altri non erano che un gruppo di circa ottocento profughi ebrei che tra l'8 e il 13 settembre 1943 avevano lasciato il confino coatto a St. Martin Vesubie in Francia ed avevano varcato il confine con una dura marcia attraverso le Alpi nella speranza di trovare rifugio in Italia. Erano uomini, donne e bambini, ebrei dalla Polonia, dalla Germania, dall'Ungheria, dalla Slovacchia, dalla Romania, dalla Russia, dalla Grecia, dalla Croazia, dalla Francia, dal Belgio... Ad attenderli trovarono però le SS tedesche che riuscirono a catturarne 329. Quanti scamparono alla cattura si sparpagliarono nelle campagne circostanti o proseguirono la loro fuga in Italia, anche grazie all'aiuto della popolazione locale e della rete clandestina di assistenza DELASEM e all'impegno eroico dei sacerdoti don Raimondo Viale e don Francesco Brondello. In accordo con il Prefetto e il Commissario di Pubblica SIcurezza, i prigionieri furono rinchiusi nell’ex-caserma degli Alpini a Borgo San Dalmazzo, un edificio fatiscente e abbandonato da tempo ma convenientemente situato ai margini dell'abitato, vicino alla stazione ferroviaria. Lì rimasero fino al 21 novembre 1943, quando, caricati su carri bestiame alla stazione furono trasportati ad Auschwitz via Nizza Drancy. Solo 19 di essi sopravvissero.
 
Nella seconda fase, dopo un intervallo di 12 giorni, l'ex-caserma degli Alpini a Borgo San Dalmazzo divenne uno dei campi di concentramento provinciali istituiti dalla Repubblica Sociale Italiana in applicazione delle disposizioni approvate dal Ministero dell'Interno il 30 novembre 1943 per l'internamento e la deportazione degli ebrei italiani. In questa fase la responsabilità della gestione fu interamente italiana. Un primo gruppo di ebrei giunse da Saluzzo già il 4 dicembre 1943. Alla fine saranno 26 gli ebrei internati, ancora uomini, donne e bambini, i quali anch'essi il 15 febbraio 1943 cominceranno dalla stazione di Borgo San Dalmazzo il loro viaggio per Auschwitz attraverso il campo di transito di Fossoli. Solo due furono i sopravvissuti.
Dopo questa data di campo di Borgo San Dalmazzo fu ufficialmente e definitivamente chiuso.

Campo di transito di Bolzano

Il nome ufficiale del Lager di Bolzano era: Pol.-Durchgangslager Bozen / Campo Concentramento Bozen. Il Lager era situato nell‘attuale via Resia al civico numero 80, nell‘ex comune di Gries. Bolzano era il capoluogo della Zona d‘Operazioni nelle Prealpi.
Il Lager era comandato dal tenente SS Karl Friedrich Titho e dal maresciallo SS Hans Haage. Entrambi erano stati a capo del Lager di Fossoli.
Il Pol. Durchgangslager di Bolzano entrò in attività nell‘estate del 1944, quando fu chiuso il Lager di Fossoli di Carpi (MO). Rimase in attività fino al 3 maggio 1945.
Dal Lager di Bolzano dipendevano almeno altri 7 campi: 1. Sarentino 2. Maia Bassa a Merano 3. Moso in Val Passiria 4. Certosa in Val Senales 5. Vipiteno 6. Colle Isarco 7. Dobbiaco
Vi lavoravano deportati del Lager di Bolzano; lo documentano nelle loro testimonianze.
I trasporti
13 furono i trasporti che partirono da Bolzano per i Lager di: 5 partirono per il Lager di Mauthausen 3 partirono per il Lager di Flossenbürg 2 partirono per il Lager di Dachau 2 partirono per il Lager di Ravensbrück 1 partì per il complesso concentrazionario di Auschwitz
IL DESTINO DEl DEPORTATI NEL LAGER DI BOLZANO
Lo stato delle ricerche indica le seguenti cifre approssimative riferite ai 10 mesi di attività del Lager di Bolzano: circa 11.100 : il totale dei deportati di cui : circa 7.600 rimasero nel Lager o nei campi dipendenti circa 3.500 furono inviati nei Lager d‘Oltralpe
IL DESTINO DEl DEPORTATI NEL LAGER DI BOLZANO
Lo stato delle ricerche indica le seguenti cifre approssimative riferite ai 10 mesi di attività del Lager di Bolzano: circa 11.100 : il totale dei deportati di cui : circa 7.600 rimasero nel Lager o nei campi dipendenti circa 3.500 furono inviati nei Lager d‘Oltralpe.
IL DESTINO DEL CORPO DI GUARDIA DEL LAGER DI BOLZANO
Da sentenze della Corte d’Assise di Bolzano (1945 – 1947) apprendiamo che il corpo di guardia del Lager di Bolzano era costituito da ca. 25 militi, in gran parte SS e SD. Di essi, 9 sono stati processati: 7 condannati a pene detentive, 2 scarcerati dopo la sentenza.
Processo contro Michael Seifert Dopo la scoperta del cosiddetto “Armadio della Vergogna” (Roma, 1994), la Procura Militare di Verona istruisce un processo contro il milite SS Michael Seifert detto Misha. Michael Seifert con Otto Sein erano addetti al Blocco celle del Lager di Bolzano. 2000: il Tribunale Militare di Verona riconosce Seifert colpevole di 11 omicidi; lo condanna all’ergastolo. 2008: Seifert è estradato in Italia dal Canada, dove ha vissuto (Vancouver). E’ rinchiuso nel carcere militare di S. Maria Capua Vetere.
 
 

Lo sterminio degli ebrei in Italia

Tra 1943 e il 1945, in Italia, vennero arrestate per motivi razziali oltre 7.800 persone. Di questi ebrei, 318 vennero uccisi in Italia, mentre circa 7.500 vennero deportati, per lo più ad Auschwitz. Solo 826 di loro sono sopravvissuti.
 
Il 14 novembre 1943, a Verona, il nuovo Partito Fascista Repubblicano (ricostituito il 15 settembre da Mussolini) approvò un preciso programma politico in cui, tra l’altro, si affermava che «gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Su queste basi, la Repubblica Sociale Italiana collaborò ampiamente con i tedeschi alla cattura ed alla deportazione degli ebrei italiani. Il 30 novembre 1943 il Ministero dell’Interno stabilì che tutti gli ebrei dovevano essere internati in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati. Questo significa che, anche se i fascisti italiani non organizzarono autonomamente la deportazione degli ebrei, collaborarono molto attivamente con i nazisti a questo scopo, al punto da gestire in autonomia campi di raccolta dove imprigionavano ebrei che sarebbero poi stati consegnati ai tedeschi per la deportazione e lo sterminio.
 
Il principale campo che svolse questa funzione fu quello di Fossoli, vicino a Carpi, in provincia di Modena, che il 15 febbraio 1944 passò sotto il diretto controllo delle S.S., che ne fecero il principale campo di transito per i convogli diretti ad Auschwitz. Primo Levi, arrestato nel dicembre 1943, è il più famoso tra i numerosi deportati che da Fossoli furono condotti ad Auschwitz.
 
Ma lo sterminio degli ebrei italiani era iniziato da tempo. Infatti il 16 ottobre 1943, si era svolta una grande retata in una zona di Roma che un tempo era stata il ghetto e che, di conseguenza, aveva una grande percentuale di abitanti ebrei. In seguito a questa azione furono deportati ad Auschwitz 1.023 ebrei. Solo 17 di questi ebrei romani riuscirono a sopravvivere.
 
La stessa Roma fu poi teatro dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, (23 marzo 1944). A seguito di un attentato compiuto dai partigiani in via Rasella, a Roma, nel corso del quale morirono 33 soldati tedeschi, furono uccise 335 persone, 75 delle quali erano ebrei detenuti nelle carceri romane.
 
Intanto, in Piemonte, il 18 settembre 1943 era stato istituito dai tedeschi il campo di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), che trovò la propria sede in una vecchia caserma degli alpini. I 349 ebrei rinchiusi in questo campo erano stranieri, non italiani: profughi da varie regioni d’Europa, avevano cercato rifugio in Italia. Il 21 novembre 1943, vennero tutti caricati su un convoglio diretto a Drancy, in Francia, e da qui successivamente inviati ad Auschwitz. Solo una decina di loro riuscì a salvarsi.
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  • duomo1 w Per i milanesi durerà quattro anni e quasi undici mesi, 1787 giorni dai quali la città uscirà carica di lutti e di macerie.
    La città cambia e cambierà sempre più il proprio aspetto: la Milano della Rinascente e delle insegne pubblicitarie luminose si rabbuia, dall'imbrunire vige l'oscuramento con tutte le annesse limitazioni agli orari di chiusura dei locali pubblici e alla circolazione dei mezzi di trasporto pubblici e privati. Monumenti, opere d'arte e luoghi topici sono circondati da barriere di sacchetti di sabbia.
    Si infittiscono le disposizioni prefettizie e i consigli della stampa sulle misure di protezione antiaerea, sull'approntamento di rifugi spesso improvvisati, sul comportamento da tenere in caso di allarme aereo.
    Milano si costella di tabelloni, cartelli e frecce bicolori con l'indicazione dei rifugi più vicini e delle uscite di sicurezza. Con il primo massiccio bombardamento dell'ottobre 1942 e, ancor più, dopo quelli dell'agosto 1943 il paesaggio urbano sarà disseminato di macerie e caseggiati sventrati. La città si svuota.
  • rauffsaev2 wI primi ad entrare in Milano l'11 settembre 1943 sono le Waffen SS della I divisione granatieri corazzati Leibstandarte Adolf Hitler. Il presidio italiano è stato sciolto dal comandante della piazza, generale Ruggero. I comandi della Leibstandarte segnalano atteggiamenti ostili della popolazione. Nei pressi della Stazione centrale c'è una sparatoria ingaggiata da soldati italiani affiancati da operai della Pirelli. La presenza delle Waffen SS - lo stigmatizeranno gli stessi comandi della Wehrmacht - è contrassegnata nei primi giorni da violenze e saccheggi. I primi caduti sono quattro civili uccisi dalle parti di piazzale Corvetto. 
    A partire dal 13 si insediano le strutture occupazionali vere e proprie, il comando milanese della Sicherheitspolizei-Sicherhetsdienst (SIPO-SD), quelli militari della Wehrmacht, gli uffici amministrativi del Rustungs und Kriegproduktion (RuK) e delle organizzazioni Todt e Sauckel, preposti allo sfruttamento delle risorse economico-industriali e al reclutamento forzato di mano d'opera da impiegarsi in Germania.
  • CVLcomgen wDiffusasi la notizia dell'armistizio, il 9 settembre 1943 i partiti antifascisti, costituitisi in Comitato di liberazione nazionale (CLN), lanciano la creazione di una Guardia nazionale popolare che, armata e inquadrata agli ordini di ufficiali dell'esercito, lo affianchi nella difesa di Milano. L'opposizione del comandante del presidio italiano, generale Ruggero, e lo scioglimento dei reparti al suo comando, causano lo sbandamento della truppa e del volontariato civile, spianando così la strada all'ingresso delle Waffen SS in città (11 settembre 1943). A Milano, la lotta contro l'occupazione tedesca e il risorto fascismo repubblicano è caratterizzata dal parallelo sviluppo della guerriglia, condotta dai Gruppi di azione patriottica, e delle lotte politico-rivendicative di fabbrica che sfociano nello sciopero generale del 13-18 dicembre 1943 e raggiungono il culmine con quello del 1 marzo 1944, inutilmente contrastati da arresti e dalla deportazione di centinaia di lavoratori nei lager.
    Lo sviluppo della lotta evidenzia in breve tempo la centralità di Milano nella guerra di liberazione nazionale. La posizione geografica, la presenza in città dei principali organismi politici e militari clandestini, l'importanza del ruolo sempre più assunto nei rapporti avviati con gli alleati, con il CLN centrale di Roma e verso l'intero movimento resistenziale, inducono il CLN romano a conferire a quello milanese i poteri di governo straordinario del Nord (fine gennaio 1944).
  • pesce wMartedì, 24 aprile 1945 Il bollettino di guerra germanico non arriva più.
    Ore 07.00 circa. Luigi Longo redige l'ordine dell'insurrezione. Tutte le formazioni garibaldine milanesi devono iniziare le operazioni insurrezionali alle ore 14.00 del 25 aprile.
    Ore 08.30. Pietro Secchia riceve le direttive di Luigi Longo e le dirama immediatamente attraverso le staffette del comando.
    Ore 10.00. Riunione dei comandanti garibaldini di Sesto San Giovanni. Vinicio Franchini, comandante il gruppo brigate Garibaldi, impartisce le ultime disposizioni concordate con il Comando piazza di Milano: il grosso delle brigate SAP di Sesto, all'ora X, dovrà uscire dalle fabbriche e dirigersi verso la Breda e la Pirelli i cui grandi stabilimenti verranno collegati fra loro aprendo dei varchi nelle mura di recinzione lungo via Chiese che li divide, in modo da costituire un unico quadrilatero circondato da alte mura e quindi più facilmente difendibile. La Ercole Marelli, Magneti Marelli e Falck dovranno accogliere tutte le forze provenienti dalle piccole e medie fabbriche e i cittadini volontari che siano comunque conosciuti. Il nucleo dei carabinieri di Sesto ha assicurato il suo appoggio ai partigiani ed al commissariato di Sesto i poliziotti sono disposti a lasciarsi disarmare.
  • generale 760x617Le mappature esposte sono tratte dall'originale di una delle cartine in uso all'apparato politico clandestino della Federazione comunista milanese durante l'occupazione tedesca. 
    I confini dei settori clandestini non ricalcano pertanto quelli adottati dalle diverse organizzazioni militari partigiane facenti capo ai partiti del CLN.  La mappatura delle basi clandestine, degli arresti e dei caduti partigiani è il risultato di quanto è stato possibile ricostruire allo stato attuale delle fonti archivistiche e bibliografiche e non deve essere intesa come esaustiva.
    Molti più furono gli arrestati, i caduti e le basi clandestine della lotta resistenziale milanese. La mappatura delle azioni partigiane è basata quasi esclusivamente sullo spoglio dei Bollettini delle azioni redatti dal Comando piazza di Milano. Non potendo rendere conto delle centinaia di azioni di disarmo incruento, di propaganda e di sabotaggio di vario tipo, sono riportate solo le azioni armate cruente e, a titolo d'esempio, alcune azioni propagandistiche condotte nei cinema e in alcune fabbriche, ricordando, anche in questo caso, che il numero complessivo delle azioni armate fu senza dubbio superiore a quello di cui è rimasta traccia documentale. 
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